Lo spread scende, la febbre del Paese no

di LUCIO SCUDIERO – Se c’era una misura del mood e dell’isteria italiane, questa era lo spread. Un termine di paragone rozzo, imperfetto e lacunoso, che però ha raccontato in maniera franca l’abisso su cui il Paese si è ritrovato esposto, circa un anno fa.

Ieri quella misura si è approssimata a valori probabilmente più veritieri rispetto ai meriti e ai demeriti di un Paese che ha un bisogno disperato dell’ordine normale di riforme troppo a lungo rinviate. Lo spread a 305 è il medio periodo che premia un’idea di governo straordinaria in quanto ordinariamente europea e occidentale. Ma intendiamoci subito, così da smilitarizzare il campo dalle facili obiezioni. Lo spread sotto i 300 punti base non è solo merito del governo italiano. Esso è la conseguenza di una serie di scelte a livello europeo di cui il nuovo governo italiano, comunque, è stato magna pars. Dietro c’è la monumentale politica monetaria di Mario Draghi, ovviamente, che è riuscita a comprare per la politica continentale quei tempi e quelle priorità che quella non riusciva a darsi da sola.

Ma alle sue spalle c’è pure una governance politica, quella venuta fuori dai Consigli europei, meno surreale e cacofonica del passato.  A questo processo l’Italia ha finalmente smesso di partecipare da zimbello sotto tutela, per tornarci da paese fondatore, che fa i compiti a casa, paga i debiti, propri e perfino altrui, e faticosamente cerca di rassicurare il mondo di essere un partner affidabile, ad alta intensità di capitale umano e con istituzioni serie, seriamente impegnate a promuovere  benessere, competitività e opportunità di investimento.

Nonostante i mille e più limiti dell’azione di governo durante l’ultimo anno, con Monti l’Italia è qualcosa che assomiglia più all’Europa che all’Argentina, con buona pace dei terzomondisti analfabeti che sempre più spesso affollano ormai il dibattito pubblico nazionale. E di chi medita di buttarlo giù per ragioni pretestuose.

Questo vuol dire che è tutto risolto, che siamo fuori pericolo e possiamo riprendere col tran tran politico ordinario? La risposta la conoscete già.

E la conosce anche il neoeletto candidato premier del PD, benchè si ostini a farsi raccontare dai suoi amici di sinistra la storia del “campo dei progressisti” che si organizza per governare. Non abbiamo ancora capito da Bersani – mica da Vendola – che ne farà della riforma delle pensioni, come svilupperà quella del lavoro, qual è la strategia di attacco, se ne ha una, della pressione fiscale, se ha una strategia industriale per il paese che sia qualcosa di diverso dalla mera conservazione di aziende ormai finite, attraverso l’utilizzo in deroga degli ammortizzatori sociali. Come si conciliano l’Ilva, la Carbosulcis, le liberalizzazioni, il debito pubblico, il fiscal compact, Israele, insomma la realtà del governo con Nichi Vendola.

Ah, dimenticavo. Pure la Tav, che pare si debba fare. Attendiamo, sfiduciati, una risposta.  O almeno una giustificazione dei genitori, Massimo e Rosy.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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