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Il copyright trolling, tra le maglie di una normativa ormai obsoleta

- La regola 34 di Internet recita: There is porn of it, no exception“. Ossia: “se qualcosa esiste, ne esiste anche una versione porno, senza eccezioni”. A quanto pare, la regola si applica anche al copyright trolling – anche se le corti statunitensi dimostrano di essere poco propense a tollerarla.

Andiamo con ordine e spieghiamo innanzitutto cos’è un copyright troll: Wikipedia ci spiega che è qualcuno che detiene dei legittimi diritti d’autore su proprie opere, ma che anziché far soldi commercializzandole, tenta di farli facendo causa a chi illegalmente si procura quelle opere. Si tratta di una “evoluzione” del patent troll, ossia di quelle piccole aziende che brevettano qualcosa non per produrre e commercializzare un prodotto, ma soltanto per spillare soldi a chiunque potenzialmente violi i loro brevetti.

La strategia è molto semplice: si brevetta qualcosa di molto generico o che ragionevolmente verrà sviluppato entro poco tempo, e poi si aspetta che qualcuno realizzi quel qualcosa. A quel punto, scatta la trappola: l’obiettivo dell’azione giudiziaria è sempre una piccola azienda e la richiesta economica molto bassa, perché lo scopo è “invogliare” il povero malcapitato ad accettare un accordo extra-giudiziale.

Questa strategia parassitica è stata trasportata pari pari nell’ambito della lotta ai download illegali. Era quindi inevitabile che arrivasse, presto o tardi, a lambire la cinematografia a luci rosse, che ha sofferto parecchio l’esplosione delle reti peer-to-peer e che, in un certo senso, è quello che meglio si presta a operazioni del genere. In questo caso, infatti, alla naturale avversione a essere trascinati in un’aula di tribunale si assomma anche la “vergogna” del motivo per cui si viene citati in giudizio, che aumenta dunque le probabilità di transare per via privata.

Il problema dei download illegali è che, al contrario della violazione dei brevetti, non è sempre possibile individuare il soggetto che ha effettivamente commesso la violazione. I copyright troll, per nulla intimoriti, hanno risposto con le cause “a strascico”: si prendono interi pacchi di IP (colpevoli o meno) e si tenta in tutti i modi di ottenere i nominativi a cui gli IP corrispondono, in maniera da poter poi ritornare alla strategia iniziale, ossia estorcere quanti più soldi possibile.

L’incredibile aumento di cause giudiziarie del genere negli Stati Uniti ha però pesantemente indispettito i giudici, che hanno iniziato a rispondere con sempre maggiore durezza. Nel maggio scorso, il giudice Gary Brown di New York ha emesso una sentenza dove ha fatto letteralmente a pezzi la strategia della Malibu Media, casa produttrice di film pornografici, che aveva citato in giudizio una trentina di persone per presunto download illegale di vari suoi film.

Il giudice Brown ha, infatti, notato un eccessivo rischio di “falsi positivi”, ossia di errori nell’individuazione del responsabile: esemplare il caso di “Anonimo n. 29″, “un ottantenne che non ha né i mezzi né l’interesse a utilizzare BitTorrent per scaricare Gang Bang Virgins” (uno dei titoli prodotti dalla Malibu Media). Allo stesso modo, viene criticata la vera motivazione alla base delle cause: Brown cita il caso di “Anonimo n. 16″, che pur avendo offerto pieno e incondizionato accesso al suo computer e ai suoi dati per chiarire l’equivoco, si è visto rifiutare la proposta e anzi si è visto chiedere svariate migliaia di dollari da un “negoziatore” della casa cinematografica.

Un altro giudice in California, Otis Wright, si è spinto anche oltre, definendo senza mezzi termini la strategia della Malibu Media (parte ricorrente anche in questo caso) “essenzialmente uno schema estorsivo, ammonendo la casa cinematografica che in futuro “ogni abuso sarà severamente punito“.

Spesso sono proprio i ricorrenti a compiere imbarazzanti autogol: ad aprile, la Third Degree Films si è vista rigettare varie richieste presso i tribunali della Florida perché si era affidata a un avvocato privo di licenza; pochi giorni fa, sempre in Florida, la giudice Mary Scriven ha rigettato le richieste della Sunlust Pictures, fra gli altri motivi, “per tentata truffa alla corte, avendo presentato una persona che non aveva alcuna autorità di agire in nome e per conto della società come suo rappresentante“.

Di casi da citare ce ne sono altre centinaia (e sono in aumento), ma riteniamo di aver già fornito un adeguato compendio. Ci limitiamo in chiusura, dunque, a ribadire la necessità di una revisione complessiva della legislazione su brevetti e diritto d’autore, ormai sempre più ridotta a mero strumento di lotta fra grandi aziende, se non (come dimostrato) terra di conquista per avventurieri del diritto.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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