– L’esito delle primarie è stato prevedibile e sorprendente. Prevedibile perché ha prevalso la solidarietà post-comunista contro l’eresia modernista del “ragazzetto”. Visti i numeri del primo turno e le regole del secondo, non sarebbe potuta andare diversamente. Ad essere sorprendente è invece che l’eresia conti e pesi elettoralmente più delle tante ortodossie “novecentesche” attorno a cui si è raggrumato il consenso bersaniano. Quella bersaniana è una compagine tipicamente frontista – contro Renzi e contro le “destre” – quella renziana è opposizione molto più che frondista e assai poco interessata alla rendita minoritaria.

Adesso Bersani dovrà tenere insieme tutto, ma non potrà rappresentare tutto. Ha più problemi all’interno che all’esterno, più a dare alla vittoria annunciata una misura politica compatibile con le esigenze del governo, che a cercare il modo di arrivare a Palazzo Chigi, dove peraltro secondo Scalfari e De Benedetti dovrebbe “da vincitore” lasciare il passo a Monti e secondo Vendola invece cancellare le tracce di una esperienza di governo cui la “vera sinistra” si sente da sempre all’opposizione.

Di fronte al dilemma se far da sé secondo i diritti che il voto gli riconosce e cercare un compromesso con il perdente, come invece la prudenza consiglierebbe, Bersani non sa cosa fare, perché sa di non avere neppure una forza autonoma di decisione. Bersani ha vinto le primarie, ma le ha vinte così, come Prodi vinse le politiche del 2008. Le ha vinto sacrificando le ragioni del consenso a quelle del governo. Le ha vinte allargando il perimetro della sua coalizione, ma approfondendo il senso di incomunicabilità e di estraneità tra la “sinistra di sinistra” e la “sinistra di destra”.

Il tempo gioca a favore di Renzi, che ovviamente non saboterà il tentativo di Bersani, ma non ha né l’interesse né la possibilità di “mettere la faccia” su quello che Bersani sarà costretto a fare e a disfare per governare insieme le angosce della sinistra e i problemi dell’Italia.

Twitter: @carmelopalma