La République cerca di riprendersi le periferie

– Parigi è una città ancora incerta. Una metropoli che oscilla tra i suoi eccessi.
Quelli del suo centro storico che la giunta rosso-verde del sindaco Bertrand Delanoe immagina come area di svago e di cultura con altissima qualità della vita e riduzione dei ceti popolari. Ma anche quelli delle sue periferie degradate. Da una parte la città-museo. Dall’altra la città-dormitorio. Parti davvero distinte, di un Tutto che mostra la sua disarticolazione. La sua fragilità d’insieme.

Roland Castro, prestigioso urbanista francese, autore di uno dei più ambiziosi progetti di ridisegno della grande Parigi, sostiene ad esempio la necessità di ridare attrattività alla periferia trasferendovi istituzioni e centri decisionali. Castro considera catastrofiche le misure intraprese dalla giunta Delanoe, perché provocano l’esodo dei ceti popolari. Insomma squilibri sociali indotti da squilibri di politiche urbanistiche.

Se ci si allontana dal Palais de Tokio o dai Giardini delle Tuileries sulla Rive gauche, oppure su quella opposta, dal Pont de l’Alma o dal Port de Solferino e si guadagnano le aree periferiche, la Parigi verde, ecologica e silenziosa di Delanoe si trasforma radicalmente. In ghetti disordinati e brulicanti di persone. Territori perduti. Le “Tours Aillard” a Nanterre, Parigi ovest. Come The brown towers a Sevran, nordest di Parigi, dipartimento Seine-Saint-Denis. Ancora, come Water towers a Villejuif, dipartimento Val-de-Marne a sud di Parigi. Come La Caravelle, Villeneuve-la-Garenne, dipartimento Hauts-de-Seine, Parigi nord.

Luoghi dove taxi, postini e persino i fattorini della pizza evitano di entrare. Così mentre destra e sinistra dibattono per cercare la ricetta giusta, arriva la proposta dell’emiro del Qatar. Una proposta che fa discutere.

Sette anni dopo le rivolte, le banlieue tornano in primo piano nella vita pubblica francese. Il tema, quasi ai margini durante la recente campagna elettorale, torna protagonista. Tra le affermazioni del ministro dell’Interno Manuel Valls, l’ “uomo duro della sinistra” e quelle del leader del centro-destra Jean-Francois Copé, sostenitore del razzismo anti-bianchi. Soprattutto, dopo l’offerta di investimenti da parte del Qatar.

Sono lontani i giorni delle auto in fiamme e dei moti in strada. La pacificazione è stata raggiunta. Anche se a caro prezzo.
Partiamo dalla zona di Clichy-Montfermeil, dalla quale prese il via la rivolta del 2005. Sono stati spesi 600 milioni di euro attraverso un Piano di rinnovamento urbano che ha permesso di bonificare gli edifici più fatiscenti. Misure, naturalmente, “tampone”. Molti problemi permangono. Nelle banlieue la disoccupazione sfiora il 20% e tra i giovani arriva a superare il 40. Cifre importanti che nascondono, neppure tanto, emarginazione e una violenza tutt’altro che potenziale.

I fatti alla periferia di Grenoble, della fine del passato settembre, per quanto sconvolgenti non sono del tutto fuori contesto. L’aggressione e la morte di due studenti del liceo Marie-Curie provoca una marcia bianca di centinaia di persone contro la violenza. Ma anche l’inserimento della periferia di Grenoble nelle ZPS, le Zone Prioritarie di Sicurezza istituite dal ministro dell’Interno Valls per contrastare la delinquenza nei quartieri più difficili.

L’intento di Valls è individuare le banlieue più pericolose e intervenire con aiuti mirati. Ora le ZPS sono circa 15. Ma dovrebbero diventare una sessantina nel 2013. Per raddoppiare fino a 120 nel 2014. Il tentativo quello di riconquistare le periferie alla Repubblica.

In questo contesto, ancora così incerto, s’inserisce la proposta del Qatar di investire 100 milioni di euro nelle banlieue. Proposta valutata con interesse da Arnaud Montebourg, ministro del Rilancio produttivo. Ma allo stesso tempo con sospetto. Si certificherebbe per certi versi l’incapacità francese a rispondere in maniera efficace a problemi interni e il Qatar verrebbe ad avere un ruolo su un pezzo di territorio. Senza contare che, come scriveva sulle colonne del Corriere della sera agli inizi di ottobre Bernard-Henry Lévy, “il denaro del Qatar nelle banlieue è il bluff di un Paese oppressivo”.

Una cifra modesta, peraltro. Che suona come un’elemosina per gli interessati, un’umiliazione per il Paese che la riceve. Dopo aver comprato le squadre di calcio di Marsiglia e di Lione, il lato destro degli Champs Elysées, il 57% dei vigneti del Bordeaux, il dipartimento di Egittologia del Louvre e tutti gli edifici pubblici dello Stato, il Qatar cerca di appropriarsi di altri territori. La Francia appare sempre più la piattaforma di sviluppo per le ambizioni europee, e non solo, del Qatar. Attraverso la Qatar Investment Authority, presieduta dal premier e ministro degli Esteri, lo sceicco Hamad ben Jasseim al Thani.

La grandeur francese, insomma, ridotta ai minimi termini dai petroldollari. I nipoti di Napoleone costretti ad inchinarsi agli eredi del popolo a lungo soggiogato dai persiani. Parigi, la capitale fondata dai Romani, quasi subalterna a Doha, la città nata nell’Ottocento.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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