– In quel gigantesco calderone di problemi che è l’Ilva di Taranto, in cui si pone una questione all’apparenza irrisolvibile, una dicotomia tra diritto al lavoro e diritto alla salute, e di fronte al dramma di 5000 operai che rischiano il proprio posto di lavoro, il governo Monti non ha ancora trovato una soluzione definitiva, pur avendo aperto numerosi tavoli di trattativa.

Ecco dunque che nel marasma generale si levano tonanti voci da destra e da sinistra, per proporre una soluzione facile facile a cui nessuno aveva ancora pensato: la nazionalizzazione. 
Non spiegano, però, perché e in base a quale principio, attraverso la nazionalizzazione le bonifiche avverrebbero più in fretta. Non capiscono, loro – e un po’ li invidiamo, a dir la verità, perché si possono ancora permettere di non capirlo – che le casse dello Stato non hanno abbastanza risorse per lanciare OPA sulle varie aziende in crisi. Non ricordano che l’agenda Monti, che nonostante le dichiarazioni sanguigne molti di loro hanno quasi sempre sostenuto col voto in aula, va nella direzione all’esatto opposto, quella dei tagli, dell’alleggerimento della macchina burocratica e della spesa pubblica, delle dismissioni.

Con le loro dichiarazioni, i fautori della magica statalizzazione che tutto risolve – che tutto pare tranne che una provocazione, ma al contrario sembra un progetto in cui credono veramente, magari da accostare ad un bel piano quinquennale, chissà – dimostrano inequivocabilmente che per loro lo Stato è sempre più efficace delle imprese. E, seppure in questo caso potrebbero trovare facili sponde nell’incapacità di gestione e nelle illegalità compiute dalla dirigenza dell’Ilva secondo i giudici, il compito di convincere i cittadini sulla “bontà” del settore pubblico rispetto alla “cattiveria” di quello privato riuscirebbe piuttosto difficile a fronte delle ultime inchieste operate dalla magistratura.

Se il settore privato è emerso come inquinatore e corruttore, quello pubblico si è rivelato supino e corruttibile, con un pericoloso intreccio tra dirigenti dell’Ilva e il potere politico e amministrativo – lo stesso cui la valorosa pattuglia di nazionalizzatori vorrebbe delegare la gestione degli impianti – che ha fatto pressioni per rimuovere l’ex direttore dell’ARPA, che causava troppi problemi ai Riva. Alcune voci vogliono che alla regia della rimozione ci fosse il Governatore Nichi Vendola, che sul libero mercato la pensa più o meno come i nostri eroi.

Proprio sulla libertà di impresa calerebbe una scure ben più grave di quella attuale già drammatica, se i sogni di FIOM, Granata &co. (tanto per essere bipartisan) si avverassero: già l’Italia e particolarmente il meridione non brillano nelle classifiche per la libertà economica, se poi si dovesse iniziare ad operare una nazionalizzazione in stile sudamericano le nostre prospettive sarebbero ancora più grigie.

La proposta, infatti si adatterebbe meglio all’Argentina o al Venezuela, paesi dove in nome del populismo si distrugge il futuro dei cittadini per dar loro un contentino oggi, aumentando la spesa pubblica a livelli inconcepibili, limitando la libertà di stampa e, appunto, nazionalizzando le imprese estere.

La ricetta statalista è fallimentare perché in un momento di crisi come questo lo Stato deve alleggerire il proprio peso e le proprie spese al minimo indispensabile, puntando sul welfare e non prendendo il posto dell’impresa, al contrario favorendone lo sviluppo e abbassando la pressione fiscale. Lo Stato non deve essere una mamma chioccia che ripara gli errori fatti dagli imprenditori, ma può e deve favorire le bonifiche e il rilancio industriale, condannando chi sbaglia e se necessario commissariando le imprese che hanno sbagliato, fino a rimetterle in sesto e a trovare nuovi acquirenti. Se già gli aiuti di Stato hanno alleggerito le tasche dei contribuenti, aumentando la spesa pubblica per garantire profitti ad imprese immeritevoli pur di mantenerle in Italia, ora questa soluzione – già sbagliata all’epoca – non è più sostenibile.

La soluzione migliore per l’Italia e la sua industria siderurgica, per l’Ilva, i suoi lavoratori e i cittadini di Taranto è quella di condannare chi ha sbagliato, effettuare al più presto le bonifiche necessarie e sostenere i malati e i lavoratori cercando di riaprire appena possibile lo stabilimento, sperando in (ed esigendo) una gestione più lungimirante dell’azienda. Le nazionalizzazioni lasciamole a Kirchner e Chavez, che costringono alla fuga gli investitori stranieri appesantendo la spesa pubblica e trovando partner commerciali solo nei paesi ex comunisti o negli stati canaglia.