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La soluzione alla questione ILVA? Nazionalizzare. Argentina, arriviamo

– In quel gigantesco calderone di problemi che è l’Ilva di Taranto, in cui si pone una questione all’apparenza irrisolvibile, una dicotomia tra diritto al lavoro e diritto alla salute, e di fronte al dramma di 5000 operai che rischiano il proprio posto di lavoro, il governo Monti non ha ancora trovato una soluzione definitiva, pur avendo aperto numerosi tavoli di trattativa.

Ecco dunque che nel marasma generale si levano tonanti voci da destra e da sinistra, per proporre una soluzione facile facile a cui nessuno aveva ancora pensato: la nazionalizzazione. 
Non spiegano, però, perché e in base a quale principio, attraverso la nazionalizzazione le bonifiche avverrebbero più in fretta. Non capiscono, loro – e un po’ li invidiamo, a dir la verità, perché si possono ancora permettere di non capirlo – che le casse dello Stato non hanno abbastanza risorse per lanciare OPA sulle varie aziende in crisi. Non ricordano che l’agenda Monti, che nonostante le dichiarazioni sanguigne molti di loro hanno quasi sempre sostenuto col voto in aula, va nella direzione all’esatto opposto, quella dei tagli, dell’alleggerimento della macchina burocratica e della spesa pubblica, delle dismissioni.

Con le loro dichiarazioni, i fautori della magica statalizzazione che tutto risolve – che tutto pare tranne che una provocazione, ma al contrario sembra un progetto in cui credono veramente, magari da accostare ad un bel piano quinquennale, chissà – dimostrano inequivocabilmente che per loro lo Stato è sempre più efficace delle imprese. E, seppure in questo caso potrebbero trovare facili sponde nell’incapacità di gestione e nelle illegalità compiute dalla dirigenza dell’Ilva secondo i giudici, il compito di convincere i cittadini sulla “bontà” del settore pubblico rispetto alla “cattiveria” di quello privato riuscirebbe piuttosto difficile a fronte delle ultime inchieste operate dalla magistratura.

Se il settore privato è emerso come inquinatore e corruttore, quello pubblico si è rivelato supino e corruttibile, con un pericoloso intreccio tra dirigenti dell’Ilva e il potere politico e amministrativo – lo stesso cui la valorosa pattuglia di nazionalizzatori vorrebbe delegare la gestione degli impianti – che ha fatto pressioni per rimuovere l’ex direttore dell’ARPA, che causava troppi problemi ai Riva. Alcune voci vogliono che alla regia della rimozione ci fosse il Governatore Nichi Vendola, che sul libero mercato la pensa più o meno come i nostri eroi.

Proprio sulla libertà di impresa calerebbe una scure ben più grave di quella attuale già drammatica, se i sogni di FIOM, Granata &co. (tanto per essere bipartisan) si avverassero: già l’Italia e particolarmente il meridione non brillano nelle classifiche per la libertà economica, se poi si dovesse iniziare ad operare una nazionalizzazione in stile sudamericano le nostre prospettive sarebbero ancora più grigie.

La proposta, infatti si adatterebbe meglio all’Argentina o al Venezuela, paesi dove in nome del populismo si distrugge il futuro dei cittadini per dar loro un contentino oggi, aumentando la spesa pubblica a livelli inconcepibili, limitando la libertà di stampa e, appunto, nazionalizzando le imprese estere.

La ricetta statalista è fallimentare perché in un momento di crisi come questo lo Stato deve alleggerire il proprio peso e le proprie spese al minimo indispensabile, puntando sul welfare e non prendendo il posto dell’impresa, al contrario favorendone lo sviluppo e abbassando la pressione fiscale. Lo Stato non deve essere una mamma chioccia che ripara gli errori fatti dagli imprenditori, ma può e deve favorire le bonifiche e il rilancio industriale, condannando chi sbaglia e se necessario commissariando le imprese che hanno sbagliato, fino a rimetterle in sesto e a trovare nuovi acquirenti. Se già gli aiuti di Stato hanno alleggerito le tasche dei contribuenti, aumentando la spesa pubblica per garantire profitti ad imprese immeritevoli pur di mantenerle in Italia, ora questa soluzione – già sbagliata all’epoca – non è più sostenibile.

La soluzione migliore per l’Italia e la sua industria siderurgica, per l’Ilva, i suoi lavoratori e i cittadini di Taranto è quella di condannare chi ha sbagliato, effettuare al più presto le bonifiche necessarie e sostenere i malati e i lavoratori cercando di riaprire appena possibile lo stabilimento, sperando in (ed esigendo) una gestione più lungimirante dell’azienda. Le nazionalizzazioni lasciamole a Kirchner e Chavez, che costringono alla fuga gli investitori stranieri appesantendo la spesa pubblica e trovando partner commerciali solo nei paesi ex comunisti o negli stati canaglia.


Autore: Stefano Basilico

Nato a Busto Arsizio nel 1990, vive a Misinto (MB) frequenta la facoltà di Scienze Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Redattore de Il Patto Sociale, collabora con Fareitalia Mag.

6 Responses to “La soluzione alla questione ILVA? Nazionalizzare. Argentina, arriviamo”

  1. gabriele scrive:

    Stefano ciò che dici non è totalmente scorretto, in particolare quando esigi che i responsabili debbano pagare ecc..Sei abbastanza giovane e forse non hai presente la vicenda dell’amianto relativa a Casal Monferrato. I responsabili hanno pagato, sono trascorsi vent’anni e sono morte migliaia di persone. Statalizzare non è il demonio. Il sistema che ci impongono è insostenibile per il nostro paese, l’Ilva se non lo sai è una delle più grandi accierie d’Europa e sai di chi era prima che fosse svenduta ai Riva, in nome della privatizzazione? Era di Italsider, del gruppo IRI, gruppo statale che vantava primati in Europa e nel mondo in tutti i campi della meccanica. Così come Eni, che era e è una dei principali attori in campo energetico mondiale (anch’essa in gran parte svenduta e privatizzata), come Telecom che era tra i leader delle comunicazioni e ricerca ecc..alla luce della storia mi spiace ammetterlo, perché ero un sostenitore della privatizzazione, è un percorso fallito. pochi scaltri “manager” hanno saccheggiato ciò che i nostri padri e nonni avevano costruito. Non capisci che l’Europa vuole questo? Noi, il paese dei pulcinella, dei quaquaraqua eravamo nelle prime 5 potenze economiche mondiali quando lo Stato poteva decidere! I nostri schiavi politici si sono svenduti. E non so a chi ti riferisci con stati canaglia, ma credimi in questo senso in Europa c’è un’associazione a delinquere! L’euro non può esistere è un progetto folle, i casi storici lo dimostrano, il nostro debito è frutto di una truffa, non c’è alcuna fretta di rientrare dal debito in teoria, l’Italia esiste da qualche migliaio di anni, lo stato da 150 e non credo sparirà nei prossimi 5-10 anni, quindi che fretta c’è di rientrare dei capitali te lo sei chiesto? L’euro non durerà e lo sanno, vogliono prendere più che possono ora.
    Ciao

  2. Danilo scrive:

    Sig. Basilico il fatto che se azienda viene nazionalizzata, questa debba per forza aumentare per forza la spesa pubblica è un’emerita cavolata raccontataci dai nostri bei politici e molto spesso anche dai nostri begli accademici (sono laureato in economia e in quanto a disinformazione accademica ne so qualcosa). Un’azienda gestita dallo stato può, se ben gestita, chiudere ogni anno con un pareggio di bilancio, e non per forza con un deficit, per ripagare giusto giusto i dipendenti che ci lavorano. So che l’attuale Europa (classe politica degenera e corrotta quanto la nostra italiana) rabbrividirebbe a quello che ho detto e sai perchè? Perchè così facendo annulleresti il profitto di un’azienda e manderesti fuori mercato le aziende private che concorrono nello stesso settore dell’azienda pubblica ben gestita. E questo loro non lo vogliono. Vogliono che le risorse strategiche di ogni nazione siano in mano a pochi a scapito di molti, col risultato di estrema povertà per molti e grandissima ricchezza per pochissimi. Se è equità, qualità della vita, giustizia questa allora buona fortuna a tutti. Buona informazione e buona domenica

  3. creonte scrive:

    quoto Danilo… e in ogni caso lo stato di diritto è più importante della produttività e dell’ecologia… perchè non si crea produttività ed ecologia duratura senza stato di diritto e rispetto dellle regole

  4. Andrea B. scrive:

    E certo, come non si può pensare all’ IRI ed a tutti i vari carrozzoni para statali e non darti ragione …
    ( e mi limito ai nostri confini, così la teniamo sul ridere)

    P.S. Visto che parli di disinformazione accademica, nel testo che usai per dare l’esame di Economia Politica I, negli anni novanta, colsi una citazione da un’ opera il cui titolo recitava, più o meno così: ” Management, la superiorità dell’ approccio sovietico”.
    Forse non usavamo lo stesso libro, ma occhio e croce, credo che avresti gradito.

  5. creonte scrive:

    Andrea, oggi abbiamo l’amministrazione pubblica 2.0
    lo stato è in grado di effettuare grandi controlli qualità del proprio stesso apparato.

    anzi, considerando che spesso il privato è male amministarto e non sfrutta deguatamente le proprie risorse umane per i soliti mobbing interni, non escludo che in futuro vicino multinazionale sarà sinonimo di sprechi

  6. Andrea B. scrive:

    Amministrazione pubblica 2.0 ??
    Cosa è ?
    Esiste ? Se esite dove sta ?
    Da dove la si scarica ?
    Chi la coltiva? Chi la spaccia ? :-))

    Lasciamo perdere via, il pubblico, se si mette a fare attività economica non sarà mai in grado di creare valore, di ingegnarsi nel riuscire fare sempre di più e meglio, usando al contempo meno risorse…e del resto, chi glielo farebbe fare ?
    Avrebbe qualche stimolo a preseguire tale scopo ?
    Capisco il fascino di certe vecchie suggestioni, ma suvvia ormai dovrebbe essere assodato che la terra NON è piatta…

    P.S. Se si parla di multinazionali, non è detto che siano sempre e comunque efficienti, magari una piccola struttura riesce meglio a fare determinate cose, ma alla fine della fiera c’è comunque sempre un uomo che si sveglia la mattina e se non rischia e si sbatte sa che la sera rischia di non portare il pane a casa, la differenza (vincente) con lo stato che si mette a fare gelati e conserve di pomodoro, tanto per dire, sta tutta semplicemente qui.

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