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Sinistra sì, sinistra no, sinistra evviva. Renzi apre agli elettori di Bersani e Vendola

– Mancano ormai meno di 48 ore alla riapertura dei seggi in vista del ballottaggio per le primarie del centrosinistra. Nei giorni successivi al primo turno il vantaggio di Bersani sullo sfidante si è consolidato come da previsione e l’entusiasmo che fino alla scorsa settimana pervadeva i comitati elettorali di Matteo Renzi si è lentamente affievolito.

Colpa di un elettorato troppo conservativo si dirà, o forse si tratta di una reazione prevedibile ai sondaggi e ai tanti endorsement giunti al segretario del PD da parte di amministratori locali e personalità che esercitano pur sempre una certa influenza sull’elettorato di sinistra. Come se non bastasse, la bagarre attorno alla possibilità di registrarsi al voto anche per gli assenti al primo turno ha creato equivoci, confusione negli elettori ed episodi di pessimo gusto – come l’esposto contro Renzi degli altri candidati – che non giocano in favore del sindaco di Firenze.

Molti osservatori sono d’accordo nell’attribuire la vittoria del dibattito televisivo di mercoledì sera a Matteo Renzi, eppure in tanti sembrano non aver colto il repentino cambio di strategia comunicativa del toscano. Quello che ha risposto alle domande di Monica Maggioni è sembrato un Renzi decisamente più debole, remissivo e accomodante del solito, certamente meno critico e ancor meno propositivo. A Bersani è bastato giocare di rimessa, magari con un paio di scivoloni, ma un impegno minimo si è rivelato sufficiente a non farsi sopraffare da un Renzi che in altri momenti e contesti sarebbe stato ben più ficcante.

Più che un vero e proprio confronto è sembrato uno spot elettorale del PD, data anche la narratività vuota di contenuti e l’elusività delle risposte dei candidati su tante, troppe domande. Si è andati avanti per circa due ore senza che nessuna delle due parti in gara facesse alcun riferimento ad un piano di contenimento del debito pubblico, di tagli alla spesa e di alleggerimento del carico fiscale che grava su imprese e cittadini. Imbarazzante, ad esempio, la risposta di Renzi alla domanda sulle liberalizzazioni, che non ha saputo (o voluto) citare nemmeno un settore che sarebbe disposto ad aprire maggiormente alla concorrenza. Ha lasciato molto a desiderare anche la posizione sulla lotta alla mafia: l’elogio che sa tanto di circostanza a Peppino Impastato e assolutamente nulla su come sottrarre risorse alla criminalità organizzata – magari, diremmo noi, rivedendo discipline troppo proibizioniste che di fatto regalano alla malavita il monopolio di prostituzione, droga e gioco d’azzardo. Il nulla cosmico anche dietro la risposta al quesito sulla politica industriale, se non la critica un po’ troppo timida e generica alle grande aziende che vivono per lo più di regalie dei contribuenti. Nel frattempo, Bersani diceva “qualcosa di sinistra”, non meglio identificata.

E’ stato, in definitiva, un confronto interamente giocato sul linguaggio politico, su un racconto dell’Italia ricco di parole chiave care alla sinistra ma totalmente avulso dalla realtà del paese. Abbiamo assistito all’inedito appiattimento sulla politica del discorso, della narratività e dell’identità di sinistra da parte di un personaggio da sempre tacciato di berlusconismo proprio per la sua propensione al pragmatismo, alla politica che racconta il fare piuttosto che l’autoraccontarsi.

E’ un Renzi in fase di moderazione e normalizzazione, che come una squadra di bassa classifica si raduna nell’area avversaria nel vano tentativo di trovare un insperato pareggio al novantesimo. Lo fa indossando spesso la casacca dell’avversario, che in fondo ora non sembra più così tanto avversario. E’ una maglia che gli va larga, che lo fa apparire come il grillo parlante che rimprovera qualche errore passato (alleanza con Mastella, mancata legge sul conflitto di interessi) al partito e al segretario a cui non manca occasione per rinnovare fedeltà. Molto meno di un rottamatore, ha interpretato il ruolo di un moralizzatore di partito a cui è mancata la pars construens che lo aveva portato dove altri non hanno avuto né coraggio, né capacità, né fantasia per arrivare.

Alla fine della fiera, quanto può pagare un tardo e vano tentativo di riconciliazione con la base di un partito animata dalle ultime persone a cui può attribuire il suo successo? Questo non è dato saperlo fino a domenica sera. Di certo, però, c’è la controindicazione di un atteggiamento che può scoraggiare molti di quegli outsider che già la settimana scorsa si sono recati – con non poca sofferenza – ai comitati di un partito in cui non hanno mai creduto solo per dare una chance al proverbiale nuovo che avanza. E visto che il buongiorno si vede dal mattino, molti si staranno chiedendo quanto Renzi sarebbe disposto a spostare l’asse verso sinistra in caso di vittoria alle primarie, se già oggi è disposto a deporre le armi per racimolare qualche preferenza.

Il giudizio positivo su quanto di buono fatto finora rimane intatto: ribadire che senza Renzi le primarie sarebbero state la solita conta interna è diventata un’ovvietà. In fin dei conti, per sconfiggere l’establishment, il giovane fiorentino avrebbe dovuto compiere un’impresa che a definirla ardua la si sminuisce. Per vincere, avrebbe dovuto cambiare la sinistra, a partire dal suo elettorato prima ancora che dalla sua classe dirigente. Avrebbe dovuto sfidare la mediocrità della sinistra orfana dei vecchi riferimenti ideologici, del morbo identitario di chi preferisce un default di sinistra che un default delle destre (ora va di moda al plurale), di chi, con un tweet in risposta all’hashtag #lovotoperchè, dichiara di preferire Bersani perché “l’usato sicuro per questa Italia è la soluzione migliore”, oppure “perché in quarant’anni non ho mai votato per la destra”, o ancora “perché “[Renzi]mi sembra il figlio piccolo di Berlusconi”, “di Berlusconi ne è bastato uno” e “perché sono di sinistra e Renzi di sinistra non ha nulla”.

La prova che nell’impresa delle imprese non sia riuscito è contenuta in quel faccia a faccia di mercoledì sera. A questo paese il cambiamento non è mai piaciuto. Ritenta al prossimo giro, Matteo, sarai più fortunato.

Twitter @danielevenanzi


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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