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Israele e Palestina, proviamo col buon senso

– I recenti scontri tra Israele e Hamas hanno stimolato discussioni puerili: pochi ad esempio sembrano aver notato che il conflitto non è tra Israele e “Palestina”, perché la Cisgiordania è rimasta fuori dal conflitto. Per raggiungere la pace bisogna trovare un compromesso, e occorre studiare le rivendicazioni di tutti e ricomporle. Ciò non è sufficiente, ma è necessario: far fuori gli psicopatici, ammesso che sia possibile, non basta, se le persone sensate di entrambi i lati non giungono ad un accordo.

Volgiamo gli occhi lontano da Gaza: se c’è speranza di pace, non viene da un territorio governato da fondamentalisti. L’attenzione deve andare sulla Cisgiordania, da cui non provengono razzi, e che quindi non è considerata degna di menzione dai media. Le precedenti trattative si erano arenate su una serie di questioni, alcune risolvibili, altre no. Da parte israeliana è difficile capire perché gli insediamenti non si fermano, da parte palestinese è irricevibile l’insistenza, su cui si impuntò Arafat a Camp David, sul rientro dei rifugiati in territorio israeliano. Non ci sarà pace senza due entità politiche che si riconoscono a vicenda e lottano contro gli estremisti: chi non riconosce tale necessità non vuole la pace. Per Israele significa fermare le frange estremiste dei coloni, e per i palestinesi combattere una guerra civile in cui gli estremisti sono più forti dei moderati.

Fondamentale è la sicurezza: non ha senso firmare la pace con chi è incapace di combattere i terroristi, perché la pace si fa con chi può e vuole garantirla. Per lo stesso motivo, la richiesta palestinese di far tornare i profughi in Israele sarebbe pericolosa per Israele. All’epoca Israele aveva proposto un piano di aiuti, con contributi internazionali per compensare i rifugiati, e ciò mi sembra un compromesso accettabile.

Infine, entrambi gli stati devono essere in grado di svilupparsi economicamente. Israele dovrebbe ridurre le aree C (sotto controllo israeliano) e B (sotto controllo militare israeliano), anche facendo arretrare i coloni. Mentre il Muro è efficace contro gli attacchi e tocca soprattutto il confine con Israele, la divisione in aree A, B e C danneggia l’economia palestinese. Per lo stesso motivo bisogna accordarsi sulle risorse idriche.

C’è il problema della fiducia reciproca: quella non può che costruirsi gradualmente, iniziando a fare concessioni e aspettando che l’altra parte faccia altrettanto. Ma è Israele che deve fare passi avanti in Cisgiordarnia, per premiare la parte della Palestina da cui non piovono razzi.

Negli ultimi anni ci sono stati progressi, ma insufficienti: Israele per unire le zone A ha costruito sottopassaggi, ma non ha liberato le strade, e si sta costruendo una doppia autostrada, per israeliani e palestinesi. Però le colonie continuano ad espandersi, e Israele dovrebbe almeno fermarle.

È di poche ore fa la notizia che la Palestina ha ottenuto un seggio da osservatore all’ONU: se è il primo passo avanti per uno Stato Palestinese dai tempi di Oslo, potrebbe essere utile. L’obiettivo dovrebbe però essere il mutuo riconoscimento con Israele, perché quello dell’ONU di per sé non serve: si vedrà se Abu Mazen è disposto a fare un tale passo, o se farà naufragare il processo di pace come il suo predecessore Arafat.

Poi c’è Gaza. Uno Stato Palestinese funzionale potrebbe convincere molti a non appoggiare Hamas. Poi toccherebbe sconfiggerla militarmente, cosa che sarebbe meglio facessero i palestinesi. Il piano originale del 1946 prevedeva una Striscia più larga: visto che Gaza è sovraffollata, Israele potrebbe promettere un raddoppio del territorio, condizionato all’annientamento dei terroristi. Introdurre con aiuti internazionali servizi sociali non monopolizzati da Hamas costerebbe poco e potrebbe essere utile. Anche richiudere la frontiera con l’Egitto servirebbe ad isolare e indebolire Hamas.

Queste proposte non sono che un tentativo di introdurre buonsenso in problemi molto complessi. Siccome il buonsenso è il bene che maggiormente scarseggia, imparare a ragionare pacatamente è fondamentale: se non ci fossero fondamentalisti, sarebbero questi i temi sul tavolo, e da questi si cercherebbe un accordo. Sembra però che, per molti, sia più divertente indugiare nella partigianeria.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

5 Responses to “Israele e Palestina, proviamo col buon senso”

  1. Pietro M. scrive:

    Ho sentito dire che l’accordo con l’ONU implica l’abolizione dell’Accordo di Oslo. In sostanza, Monti per un po’ di soldi dagli sceicchi rischia di distruggere l’unica cosa che somigli ad un accordo di pace fatta in trent’anni.

    Poco male, perché tanto gli accordi erano naufragati, soprattutto per mano palestinese, e tutti i tentativi di progresso successivi erano falliti per lo stesso motivo, ultimo nel 2010, quando Fatah si è rifiutata di riconoscere Israele e Israele si è rifiutata di continuare il blocco degli insediamenti che aveva dichiarato unilateralmente.

    Se Fatah volesse la pace sarebbe già una realtà, almeno in West Bank, da 10 o 20 anni.

  2. creonte scrive:

    sta leggenda dei soldi degli sceicchi è da ubriachi del giornale

    l’Italia ha sostanzialmente inventato lo stato palestinese, è stata la sua principale scommessa a cui pian piano gli altri stati europei si son convertiti.
    in realtà comunque non esistevano altre opzioni. innanzitutto non è un tema cui l’Itlia poteva abdicare con un’astenzione, sarebbe stato come affermare la propria nullità come attore locale. favorevole e contrario erano le uniche due alternative possibili. Tutta la polticia italiana, compresa quella berlusconiana, ha sempre dato legittimità ad al Fatah. la dura èresa di posizione contro il terrorismo palestinese parte da questo posizione di forza e non un mero appoggio allo stato di Israele

  3. Cristoforo Z. scrive:

    Concordo in molti punti di questo articolo. Sembra incredbile ma Fatah è un gruppaccio ancora peggio di Hamas (Hamas che nonostante i metodi molto poco ortodossi sono gli unici che fanno qualcosa per il popolo Palestinese e per questo vincono). Purtroppo, sopratutto in Italia, si fa il “tifo” invece di guardare obiettivamente alle cose. il voto all’ONU non cambia molto sostanzialmente ma da alla Palestina un altro mezzo per accedere ad una parte di Corte internazionale. Per questo motivo gli americani hanno aspettato un po’ prima di prendere posizione rispetto al voto. Se da un parte il mondo Arabo non vuole riconoscere Israele, dall’altro gli stessi Israeliani ed americani non fanno nulla perchè ciò accada. Ed il coltello, dalla parte del manico, rimane comunque ancora in mano a loro nonostante il problema, chiaro della Cisgiornania e di Gaza. Non vedo soluzioni all’orizzonte. Ma magari sbaglio.

  4. Francesco Linguiti scrive:

    ottimo

  5. creonte scrive:

    non si patteggia per il aprtito meno corrotto, ma per quello che porta avanti una politica più consona ai tempi. è il motivo per cui il PCI era fuori dai giochi in Europa occidentale.

    in tal senso l’appoggio ad al fatah è sostanzialmente inevitabile

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