di LUCIO SCUDIERO – Io mi chiedevo quale fosse il valore aggiunto di primarie dentro il PdL. Mi chiedo quale sia il valore aggiunto di averle annullate. Mi domando, in definitiva, quale sia il valore aggiunto, dell’ “esistenza” del PdL, o di qualunque cosa ne risulti, che sia una sua versione unitaria rivisitata e corretta, oppure uno spezzatino tra una “bad company”, quella che farebbe capo a Berlusconi, e una “worse company”, che pare avere in La Russa il traghettatore. Come Caronte, verso l’Ade.

Questa indegna e imbarazzante querelle sulle primarie è stata solamente la prosecuzione con altri mezzi della Direzione Nazionale di due anni fa che decretò l’incompatibilità di Fini col partito che aveva cofondato. Che lì dentro non vi fosse spazio alcuno di dissenso, nè discussione, figuriamoci di contendibilità, è una verità storica che porta quella data, e che nè la ritirata di Berlusconi dal governo nè la segreteria farlocca di Alfano sono mai state vicine a ribaltare.

L’ annullamento delle primarie per fare spazio a un Berlusconi che non sa neppure se ne vuole è solo l’ultimo atto di questo teatro dell’assurdo in scena ormai da quasi 5 anni. La ragion d’essere di queste primarie appariva debole e malata fin dall’inizio: si dovevan fare solo se Berlusconi non si ricandidava. Ora non è ancora chiaro, e francamente per l’Italia del prossimo anno sarà ormai abbastanza irrilevante, se Berlusconi si candidi oppure no alla guida distruzione del Paese. E tuttavia aver condizionato l’organizzazione delle primarie a una decisione del soggetto che tale strumento avrebbe dovuto rottamare, nel disperato tentativo di mantere la concordia ordinum in un partito disordinato per definizione, ha rivelato presto tutti i suoi limiti.

Primo fra tutti, la guida balbuziente di un segretario – Alfano – nominato proprio per non decidere, per quella sua debolezza intrinseca che non spaventava nessuna delle anime perse della consorteria.

In secondo luogo, in un partito del tutto disavvezzo a qualsiasi espressione di democrazia, la qualità dei candidati non poteva che essere mediocre. E infatti quelle che apparivano come le candidature più forti, o almeno le più promettenti, tipo Giorgia Meloni, non erano altro che l’ennesimo bluff, il frutto di una “bolla speculativa”. Solo in un partito finto, che non testa mai la consistenza dei suoi dirigenti nè delle di loro visioni, il nulla militante di Giorgia Meloni  poteva trasformarsi in una virtù degna di rispetto, talvolta di deferenza, e di buoni pensieri.  Un discorso che valeva, se volete, anche per candidati culturalmente più strutturati come ad esempio Guido Crosetto, un ex sottosegretario della Repubblica Italiana secondo cui l’ «euro è un campo di concentramento», e Monti deprime l’economia italiana coi suoi provvedimenti austeri, la cui origine in quel partito nessuno ricorda e riconosce nel disastro che fu la politica europea del premier Berlusconi.

Se è questo, e questo è lo stato del contenitore berlusconiano, le primarie del PdL non potevano regalare alcun contenuto o innovazione servibile al sistema politico italiano. In ogni caso, noi non ci abbiamo mai creduto.