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In Nigeria, dove essere cristiani è un pericolo mortale

– C’è una ferita nel mondo, di cui pochi parlano, ma resta aperta: la Nigeria.
L’ultima domenica è stata funestata dall’ennesimo attentato contro una chiesa. Questa volta i terroristi hanno colpito i fedeli dentro una caserma dell’esercito, a Jaji, nello stato di Kaduna. Le vittime sono 17 (e 30 i feriti) e si aggiungono alla lista di 3000 morti causati dal terrorismo di Boko Haram, organizzazione islamica locale che ha contatti con la vasta e multiforme rete di Al Qaeda.

La firma dell’assassino, anche se manca ancora una rivendicazione, in quest’ultimo episodio, è abbastanza chiara: una prima autobomba ha forzato le difese ed è esplosa nella chiesa, una seconda autobomba si è fatta esplodere proprio mentre accorrevano i soccorsi. Una tecnica qaedista, che abbiamo visto tante altre volte in Iraq e in Afghanistan. Questa volta, per la Nigeria, c’è l’aggravante che i fedeli siano stati attaccati dentro a una base militare.

E’ l’ennesima tragedia – spiegava a La Stampa il cardinale John Onaiyekan – ma stavolta è stato colpito uno dei maggiori complessi militari del Paese. E’ un segnale preoccupante, perché significa che nessun luogo è più sicuro”. Jaji, in effetti, è nota per ospitare l’accademia militare del Paese africano. Colpendo un luogo di culto in una caserma, Boko Haram avrebbe voluto mandare un messaggio intimidatorio sia all’esercito che ai cristiani. Tutti i cristiani, cattolici e protestanti che siano.

Anche la tempistica degli eventi suggerisce che dietro all’attentato vi sia la mano del gruppo islamico. Pochi giorni prima, infatti, l’esercito aveva promesso un compenso di 1,8 milioni di dollari su chiunque potesse portare informazioni utili all’arresto dei leader islamisti. Poco dopo l’attentato, invece, lo stesso Boko Haram ha inoltrato una proposta di negoziati con il governo, con una lettera firmata da Abu Mohammed Abdulazeez, ritenuto uno dei leader più moderati del movimento jihadista. Sembrerebbe quasi che stiano dicendo: “se ci date la caccia vi uccidiamo, se trattate potremmo risparmiarvi”. Lunedì, a Barkim Ladi, nello stato del Plateau (a maggioranza cristiana), uomini in uniforme hanno aperto il fuoco in un pub, uccidendo 10 persone. I contorni di quest’ultimo atto di violenza sono ancora oscuri. L’esercito nega ogni coinvolgimento. Potrebbe trattarsi dell’ennesima aggressione contro i cristiani e “luoghi della perdizione”, come i pub e qualsiasi cosa si ispiri alla cultura occidentale.

Il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, finora ha considerato Boko Haram come un gruppo terrorista e non ha mai intavolato trattative. D’altronde bisognerà anche vedere su quali premesse si possa aprire un dialogo, considerando che il gruppo islamista dichiara di voler imporre la legge coranica a tutto il Paese e non accetta la legittimità di un presidente cristiano, quale è Jonathan. La “fortuna” di Boko Haram è di prosperare nelle regioni più povere (nel Nord) di un Paese africano già povero di suo, benché ricchissimo di risorse petrolifere. Gli stati settentrionali della federazione nigeriana accusano il governo centrale di essere corrotto e di favorire lo sviluppo solo del Sud, della regione del delta del Niger, dove si concentra il grosso dell’industria estrattiva. Da notare: i ribelli del Mend (nel meridione) dicono esattamente la stessa cosa del Nord.

Il problema, per entrambi, è la corruzione del governo centrale. Ma Boko Haram alla rivendicazione economica aggiunge anche l’Islam. E fa proseliti. La maggioranza degli stati del Nord ha già adottato la legge coranica. Ma per i leader di Boko Haram, anche quella è applicata in modo iniquo, perché, a detta loro, solo i poveri vengono puniti. Invece di limitarsi a rivendicare una più equa redistribuzione delle risorse, o maggiore libertà per le regioni musulmane, gli jihadisti nigeriani puntano il dito contro il governo centrale di Abuja: lo vorrebbero rovesciare e sostituire con un regime islamico. Solo così, pensano loro, sarebbe pienamente garantita la “giustizia sociale”.

Il problema, da regionale che era, è diventato nazionale, quando, dal 2009, Boko Haram ha iniziato a colpire anche parlamentari, basi militari e persino la sede dell’Onu ad Abuja nell’agosto del 2011. Ma negli ultimi tempi sta diventando un pericolo internazionale. Come sosteneva il generale Carter Ham, l’ex comandante dell’Africom (il comando Usa in Africa), ci sono prove di legami fra l’organizzazione nigeriana e la più vasta rete di Al Qaeda. Fondi e armi arriverebbero anche dalla Somalia e dalle organizzazioni del Maghbreb. Gli attentati sono sempre più sofisticati: dai kalashnikov dei primi tempi si è passati alle cinture esplosive, alle autobombe, alle azioni suicide, sul modello del Medio Oriente.

Il terrore, per la comunità internazionale, è che la guerriglia nel Nord della Nigeria possa saldarsi (o si stia già saldando) con quella del Nord del Mali, dove gli islamisti già controllano il territorio. Sarebbe un vero e proprio “incendio” per tutta l’Africa occidentale. Per ora una prima risposta seria è giunta solo dalla Corte Penale Internazionale: ha diffuso un rapporto preliminare in cui giudica le azioni compiute dal gruppo islamista radicale Boko Haram passibili di essere giudicate come crimini contro l’umanità. E’ almeno una presa di coscienza: il problema esiste.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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