Se tutti i figli sono uguali, perché quelli “incestuosi” sono meno uguali degli altri?

di FEDERICO BRUSADELLI – È la “normalizzazione della turpitudine“, una “suggestione obliqua che si declina “allineando i modi di mettere al mondo i figli, tra sposi, tra estranei, o adesso mediante incesti“, scrive Avvenire.

È un “vulnus alla famiglia“, per la deputata dell’Udc Santolini. È lo “sdoganamento dell’incesto“, secondo la collega di partito Paola Binetti (e di “sacralizzazione dell’incesto“, nientemeno, arriva a parlare il pidiellino Alfredo Mantovano).
La stessa legge che la deputata finiana Giulia Bongiorno definisce un “risultato storico“, diventa per Libero una tutela per i violentatori e assume addirittura agli occhi del leghista Polledri gli inquietanti contorni del complotto ideologico, partorito “negli anni settanta da radicali e comunisti” (un’accusa, quella ai radicali come “promotori della legittimità dell’incesto”, ripresa anche da Cultura Cattolica).

Eppure, stando alle parole della relatrice Alessandra Mussolini (a proposito di radicali e comunisti, verrebbe da dire), la legge approvata martedì alla Camera con 366 voti favorevoli e 31 contrari, e con la quale scompare dal Codice civile la distinzione tra figli naturali e figli illegittimi, è una “rivoluzione civile totale“, un passo in avanti compiuto “in nome dei bambini“.

A cosa si deve, allora, il fuoco di fila cattolico contro la norma che sul Corriere della Sera Silvia Vegetti Finzi incornicia come “pagina di civiltà“? Al centro dello scontro, trasceso come sempre accade in Italia a “guerra di religione”, la questione dei cosiddetti irriconoscibili, ovvero i nati dall’incesto.

Se la nostra Costituzione all’articolo 30 assicura, infatti, ai figli nati fuori dal matrimonio il godimento di ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima, l’articolo 251 del Codice Civile stabilisce però che “i figli nati da persone, tra le quali esiste un vincolo di parentela anche soltanto naturale, in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinità in linea retta“, pur avendo la facoltà di ottenere dai genitori il mantenimento e l’istruzione, “non possono essere riconosciuti (e non possono dunque acquisire il cognome del genitore né partecipare alla linea di successione).

O meglio, non potevano. Perché ora, grazie al provvedimento approvato dal Parlamento, anche il figlio nato da un rapporto incestuoso potrà essere riconosciuto, previa autorizzazione del giudice.
Comprensibile, allora, il fuoco di fila cattolico? Non proprio.

Nel 2002 la Corte Costituzionale – richiamandosi anche alla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo e alla Convenzione europea sullo stato giuridico dei figli nati fuori del matrimonio – ha reso il figlio incestuoso “dichiarabile” (non “riconoscibile”, e quindi ancora impossibilitato a far valere i propri diritti in ordine alla successione) in seguito a una dichiarazione giudiziale di paternità o maternità richiesta dallo stesso o dai suoi tutori. Per i giudici, insomma, il diritto dei figli ad avere una identità certa andava considerato prevalente anche rispetto al reato del quale si fossero macchiati i genitori, e la discriminazione effettuata dal legislatore nei confronti dei figli incestuosi non poteva più essere giustificata dalla tutela di altri interessi, quali l’ordine pubblico familiare o i diritti dei membri della famiglia legittima, né tanto meno da argomentazioni di carattere “morale”.

Le responsabilità, anche penali, dei genitori incestuosi non giustificano la limitazione dei diritti dei figli, che non possono essere pregiudicati da fatti e scelte a loro non attribuibili“.

La nuova legge completa il percorso, estende quel diritto e lo rende per giunta “simmetrico”, permettendo anche ai genitori incestuosi di richiedere il riconoscimento e non solo al figlio di richiedere una dichiarazione giudiziale di paternità o maternità nei confronti dei propri genitori naturali.

Qui si dà un diritto non al bambino ma contro il bambino“, tuona Rocco Buttiglione, tra i capofila del drappello bipartisan che si è mosso contro la norma. Interpretazione opposta rispetto a quella data dalla Mussolini, per la quale non è né possibile né giusto, ad esempio, “impedire a una madre stuprata (da un familiare, ndr) di riconoscere il proprio figlio“.

La questione è antica e complessa. Antica perché l’incesto è un tabù posto culturalmente e giuridicamente a base dell’organizzazione familiare e della convivenza sociale. Complessa perché la riprovazione e la sanzione giuridica dell’incesto non è affatto limitata ai suoi “autori”. Sullo sfondo rimane la discussione sulla “difesa della vita”, ciclicamente gettata nel campo dell’eterna battaglia sui diritti. Certo fa riflettere che quella stessa area culturale e politica che si batte con convinzione per la difesa della vita “a tutti i costi” sembri dimenticare poi che quella stessa vita, anzi quelle vite e la loro identità naturale andrebbero difese “a tutti i costi” anche dopo, nella loro realtà non solo biologica, ma sociale. Con la pratica paziente dell’umanità (e l’equilibrio del diritto) più che con l’intransigente retorica dei valori.

In realtà la legge approvata l’altro ieri formalizza una distinzione che la dottrina e la giurisprudenza costituzionale aveva da tempo elaborato. Il codice civile fino ad oggi trasferiva il disvalore meritato dalla relazione incestuosa sulla filiazione incestuosa. Insomma: se i padri non sono degni di essere padri, anche i figli non sono degni di essere figli e di meritare la tutela giuridica e sociale connessa allo status filiationis. Visto che all’unione incestuosa non può essere riconosciuta alcuna legittimità, non può considerarsi legittimo che ai figli ex damnato coitu siano riconosciuti i diritti dei figli “normali”. La colpa dell’incesto dei genitori, di cui la nuova legge non attenua la sanzione sociale, né depenalizza il reato (che è comunque connesso al pubblico scandalo, non al fatto in sé, oltre che all’uso di violenza o all’abuso di autorità) veniva così riversata sui figli, col risultato paradossale di attenuare la responsabilità dei primi e di limitare i diritti dei secondi.

Con la nuova legge, il riconoscimento non è comunque automatico ma è deciso dal giudice “avuto riguardo all’interesse del figlio e alla necessità di evitare allo stesso qualsiasi pregiudizio” e quindi in primo luogo al peso che potrebbe derivare dalla tragica “scoperta” (ma non tutti i figli incestuosi sono però all’oscuro della propria identità, anzi…). Non è affatto legalizzata la “famiglia incestuosa” dunque, ma è consentito alla giustizia di riconoscere il diritto del “figlio incestuoso”, quando si ritenga che da questo riconoscimento non derivi più nocumento che vantaggio. Un passo avanti cauto su di un terreno sdrucciolevole quanti altri mai, ma assai più onesto di una rimozione “moralmente corretta”.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

2 Responses to “Se tutti i figli sono uguali, perché quelli “incestuosi” sono meno uguali degli altri?”

  1. Parnaso scrive:

    Mi sa che il prossimo passo sarà riconocere legittima la pederestia e dopo la pedofilia.
    Non può considerasi un interesse dei figli il fatto di vedere certificata e pubblicamente conclamata la propria origine incestuosa.
    Quando uno Stato arriva a riconoscere e tutelare il frutto dell’unione di due adulti consanguinei – come è accaduto con il citato disegno di legge approvato dalla Camera dei Deputati – prima o poi finisce inevitabilmente per riconoscere la legittimità di tale unione.
    Di ciò ne erano pienamente consci, peraltro, gli stessi Padri Costituenti. Il 16 gennaio 1947, infatti, la Commissione per la Costituzione in seduta plenaria discusse sulla condizione dei figli nati fuori del matrimonio, e in quella sede, proprio a proposito dei figli incestuosi, il costituente Senatore Umberto Merlin fu estremamente lucido:
    «Dire che non è logico far ricadere sui figli innocenti la colpa dei padri, è tesi bellissima, da romanzo, ma non è argomento persuasivo per il legislatore e soprattutto per il legislatore costituente, il quale deve formulare gli articoli con il cuore, sì, ma soprattutto con la ragione».
    Il cuore può arrivare a comprendere il desiderio di un figlio di entrare a far parte della comunione familiare con i genitori incestuosi che lo hanno generato, ma la ragione ha bene chiari i motivi per cui quel desiderio non si può realizzare, nell’interesse dello stesso figlio e della comunità sociale.
    Non si trattava di una cattiveria nei confronti di soggetti innocenti, ma di salvaguardare il concetto di famiglia ed arrestare il processo culturale che tende alla liberalizzazione dell’incesto, ovvero alla regressione dei rapporti familiari allo stato animale.
    A causa del divieto di riconoscimento di questi figli non potevano assumere il cognome del genitore, non potevano essere sottoposti alla potestà di tale genitore, e non erano titolari dei diritti successori spettanti ai figli naturali, ma, come abbiamo visto, un assegno vitalizio.
    Attribuire questi ultimi diritti (cognome, potestà genitoriale, e successione), infatti, significava e significa riconoscere indirettamente un contesto familiare illegittimo per il nostro ordinamento giuridico e in contrasto con i principi costituzionali. Una famiglia incestuosa di fatto.
    Secondo la dottrina giuridica «l’ampliamento dei diritti di figli di genitori incestuosi rischia di comportare una lettura diversa della famiglia che elimini del tutto il rilievo atavico dell’incesto», ed il «desiderio di offrire a tutti i figli, senza esclusione alcuna, la tutela massima prevista dall’ordinamento presta il fianco ad una possibile interpretazione estensiva, così da considerare “famiglia” anche quella nascente dal rapporto incestuoso, perché ciò che notoriamente e comunemente è considerato diritto fondamentale del fanciullo è il crescere in una famiglia» (Paolo Cendon, Rita Rossi, Famiglia e Persone, Utet 2008, volume I, p.371)

  2. Andrea B. scrive:

    @ Parnaso

    un simile ragionamento “prima o poi finisce inevitabilmente per riconoscere la legittimità” … dell’eliminazione diretta di questi figli incestuosi, no ?
    In ogni caso trovo irreale continuare a sostenere nel 2013 interpretazioni di padri costituenti, nobili finchè vuoi, ma comunque nati nell’ ottocento … personalmente trovo che il sacrosanto mantenimento della sanzione sociale e del reato di incesto, affianco al riconoscimento dei diritti dei figli incestuosi siano un giusto punto di equilibrio.

    In generale comunque sarebbe meglio lasciar perdere le profezie di sventura stile “di questo passo finiremo che…” perchè ci sono aspetti fondamentali dei comportamenti sociali degli esseri umani che non verranno mai superati o negati, leggi o non leggi a riguardo…un po’ come si parlava tempo fa sulla liberalizzazione dei contratti matrimoniali: la cosa NON farebbe precipitare l’umanità in un’ orgia di relazioni omosessuali, di gente che si fa l’harem o che si sposa con il proprio cane…

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