La VIA: burocrazia per costruire, burocrazia per demolire

– La commissione europea ha presentato a fine ottobre una proposta di direttiva che va a modificare l’attuale normativa in materia di valutazione di impatto ambientale. Si tratta di un esame che il Ministero dell’ambiente o le autorità a ciò preposte a livello regionale devono condurre durante l’iter di autorizzazione in relazione agli effetti sull’ambiente di una pluralità estremamente varia e numerosa di progetti industriali: dalle modifiche alle raffinerie di petrolio greggio ai parcheggi interrati, dagli interporti finalizzati al trasporto merci agli impianti per la fabbricazione di fertilizzanti.

La proposta prevede, tra le altre cose, anche l’assoggettamento dei progetti di demolizione delle medesime opere.
Nulla di male, se tutta la procedura fosse celere e indolore. Il problema è che il termine teoricamente previsto di norma dalla legge di 150 giorni non è mai rispettato. Complici la complessità della procedura e la numerosità degli enti chiamati a intervenire durante il procedimento, la valutazione di impatto ambientale viene solitamente rilasciata dopo anni. Gli ultimi 10 provvedimenti VIA emessi a livello statale sono stati rilasciati in media dopo 42 mesi dalla presentazione dell’istanza, contro i circa 5 mesi stabiliti dalla legge.

A ciò si aggiungano i costi istruttori: lo 0,5 per mille dei costi dell’intervento.
Chi intende investire in una nuova opera può trovare tutto sommato conveniente affrontare costi e tempi della valutazione di impatto ambientale. Ma chi si propone semplicemente di demolire un’opera che già inquina o impatta su ambiente, territorio e paesaggio, potrebbe trovare assurdo addossarsi le difficoltà del caso.

Di fatto, vengono appesantite le procedure burocratiche da seguire per dar luogo a interventi che hanno come fine ultimo la demolizione di un’opera, la rimozione dei suoi effetti negativi sull’ambiente, la liberazione di suolo.

Paradossalmente la norma prevista dalla proposta di direttiva scoraggia gli investimenti che implicano benefici per l’ambiente e il paesaggio. Per quanto non sia sempre vero che la demolizione di un impianto industriale sia priva di effetti sull’ambiente (si pensi allo smantellamento di una centrale nucleare), è anche vero che in casi come la chiusura di un allevamento di pollame o di suini, così come la rimozione di una conduttura del gas o di un traliccio, una volta assicurato il rispetto della normativa in materia di rifiuti, gli impatti negativi sull’ambiente derivanti dall’attività di demolizione sono scarsi o nulli, a fronte dei successivi benefici ambientali e sul paesaggio.

I dati relativi al consumo di suolo dipingono un paese, il nostro, che divora terra, un paese dove tutto si costruisce e nulla si ristruttura né si abbatte. Quello che proprio non serve è burocratizzare anche gli interventi che portano a un recupero ambientale e di suolo.

A dirla tutta, la motivazione adotta in premessa nella proposta di direttiva parla della necessità di un adeguamento della normativa VIA alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, che già ha emesso sentenze dando un’interpretazione estensiva della definizione di progetto data dalla normativa, in modo da comprendere anche le attività di demolizione.
Ma per l’appunto trattasi di una giurisprudenza che si limita a interpretare una norma. Dato che la corte soggiace al diritto scritto che deve interpretare, il legislatore europeo ha tutto il diritto di chiarire il significato della norma tanto in un senso, che nell’altro.

Ad una soluzione così tranchant, che getterebbe il peso della burocrazia su tutto l’universo economico, sarebbe preferibile poter distinguere cum grano salis le tipologie di opere la cui demolizione può comportare effetti negativi sull’ambiente da quelle dalla cui demolizione si ricaverebbero quasi unicamente benefici.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “La VIA: burocrazia per costruire, burocrazia per demolire”

  1. giuseppe g. marangi scrive:

    A molti ragazzi capita, e succedeva anche ai miei tempi, di chiedersi come mai a una civiltà rigogliosa come quella dell’impero romano capitò di dissolversi nel nulla. Ecco, quello che sta capitando oggi all’Europa e, soprattutto all’Italia, spiega come certi fenomeni possano avvenire.

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