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La Liguria “si muove”. Le Cinque Terre sempre più a rischio

– “Il clivo non ha più vie, le mani s’afferrano ai rami dei pini nani; poi trema e scema il bagliore del giorno; e un ordine discende che districa dai confini le cose che non chiedono ormai che di durare, di persistere contente dell’infinita fatica; un crollo di pietrame che dal cielo s’inabissa alle prode …”.

Parole scritte da Eugenio Montale in “Clivo” uno dei componimenti della raccolta “Ossi di seppia”, del 1925. Parole ispirate al poeta genovese dai lunghi periodi trascorsi alle Cinque Terre.
Luoghi di bellezza che l’incuria ha trasformato in pericolo. Con un incalzare di eventi. Nell’ottobre del 2010 straripano quattro torrenti che mandano Sestri Ponente in apnea. Nell’ottobre del 2011 la violenta alluvione che colpisce la Liguria e miete vittime alle Cinque Terre. Mille persone evacuate, le strade di Monterosso e di Vernazza invase da fango e detriti. Poi nel settembre del 2012 la frana su via dell’Amore, che collega Riomaggiore a Manarola. Con due morti, ancora.

La causa? Eventi metereologici inconsueti, si dice per tentare di trovare una giustificazione. Ma la realtà è un’altra. Nella Liguria, nella quale spiegano i geologi il 98% dei Comuni è a rischio, ad uccidere la costa così fragile e così amata, così sofferente e così fotografata, è l’incuria. Come è riportato anche nel rapporto “Ecosistema a rischio” firmato da Protezione Civile e Legambiente la provincia di La Spezia presenta 32 comuni su 32 a rischio.

In primis a soffrire è la rete infrastrutturale che a lungo ha garantito la coltivazione a vigna delle colline delle Cinque Terre a picco sul mare. I terrazzamenti, comparsi attorno all’anno Mille, che hanno consentito per secoli alle popolazioni locali di vivere coltivando queste terre strappate a pendenze impossibili. Muretti a secco che è stato calcolato, complessivamente, si svilupperebbero per oltre 5.700 chilometri.
Per i quali sarebbero necessarie manutenzione e cure meticolose. Che non ci sono. Anche per la mancanza di risorse umane. Insomma di persone che se ne occupino.

Nel dopoguerra in Liguria c’erano 150mila persone che lavoravano la terra. Oggi sono meno di 14mila, per lo più anziani. Per il resto poca agricoltura. Ma molto consumo del suolo. Peraltro dissennato. Abusi edilizi, dighe e ponticelli fuori norma, frane mai messe in sicurezza, boschi e campi abbandonati.
Un’occasione per pensare un po’ più concretamente su quest’angolo d’Italia in crescente pericolo la offre una ricerca intitolata “Terrazzamenti e dissesto idrogeologico. Analisi del disastro ambientale delle Cinque Terre”. A firmarla Mauro Agnoletto, professore associato di Pianificazione del Territorio e di Storia Ambientale all’Università di Firenze. Gli elementi che si desumono sfogliando lo studio sono essenzialmente due. Nelle Cinque Terre, proprio per le particolarità del territorio, è indispensabile fermare la cementificazione e riprendere la cura della terra. Riconquistare per la coltivazione i terreni abbandonati. Nei quali c’è il bosco. Perché, contrariamente a quanto molti pensano, la comparsa dei boschi dove una volta c’erano terre coltivate non è un buon segnale. Anzi.

La ricerca di Agnoletto riporta dati molto indicativi in proposito. Su 88 frane esaminate, il 47,7% è avvenuto in zone di colture abbandonate e il 44,3% in aree boschive non gestite. Le essenze che s’impiantano naturalmente su alcune terrazze divengono causa principale di dissesti. Attraverso gli impianti radicali che, non di rado, fanno crollare i muretti a secco di sostruzione. La riforestazione spontanea finisce per avere un effetto devastante. Specialmente se, per certi versi, si trova coadiuvata da piogge sopra la norma e pendenze elevate.

Ma il problema in effetti è avvertito, sfortunatamente senza che si corra ai ripari, sull’intero territorio nazionale. I dati medi annuali sull’abbandono dell’agricoltura (110mila ettari), quelli sull’aumento dei boschi (75mila ettari) e quelli sull’urbanizzazione (8206 ettari), in relazione tra loro, tratteggiano un quadro inquietante. Che meriterebbe una seria riflessione.

Intanto, la Liguria “si muove”. Come si vede, bene, dal mare. Canaloni, versanti in frana. “Nella sera distesa appena, s’ode un ululo di corni, uno sfacelo”, scriveva Montale. Bisognerebbe lavorare perché non si odano più “sfaceli”. Probabilmente non lo si farà. Molto meglio, pensano alcuni, intervenire quando ci sono delle emergenze.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “La Liguria “si muove”. Le Cinque Terre sempre più a rischio”

  1. inqbo scrive:

    E quindi ?
    Fino alle conclusioni dell’autore ci arriva anche un bambino, senza scomodare Montale.
    Basta fare una gita in un qualsiasi giorno e giardarsi attorno.
    Se poi, come accadde a me anni fa ci si trova oltre la ‘Via dell’Amore’ sotto un temporale, si tocca con mano la situazione, mentre se ne corre il rischio.
    Parole, parole e parole ma soluzioni? Nessuna. Neppure uno straccio di proposta.
    Non uno che pensi ad esempio di dare in concessione gratuita i fondi abbandonati purchè siano soggetti a manutenzione. Se c’è una proprietà privata, la si metta davanti ad un bivio: o lo fanno loro, o verrà espropriata a favore del Comune, o magari a tempo ( quello della concessione, credo che i classici 99 anni possano andar bene…) Nel frattempo il proprietario ( comune o privato) continuerà a pagare le imposte attuali o future che patrimoniali vere o camuffate come la recente IMU proporranno.
    Ci sono giovani e famiglie prontissimi a riconciliarsi con la terra, ma prive dell’immenso capitale necessario. Italiani, e non.

  2. claudio scrive:

    Ci andrei cauto a costringere i proprietari a cedere gratuitamente i terreni ed in più facendogli pagare le imposte, ad oggi esiste la proprietà privata, penso sia però possibile, se la volontà politica ci fosse, di accordarsi con i proprietari affinchè cedano il terreno a giovani famiglie in cambio di un piccolo contributo, mettere i proprietari davanti ad un bivio, con il rischio che il tutto venga gestito dal comune, ….beh penso che il programma di STRISCIA ne abbia dato e ne dia dimostrazione della loro capacità di gestione, e per ultimo, il degrado dei terreni ,non è da imputare solo al privato, ma sopratutto ad una poco attenta valutazione di sviluppo proprio degli enti preposti

  3. Andrea B. scrive:

    Due morti a causa della frana del Settembre 2012 sulla Via dell’ Amore ?
    Per quanto mi è dato sapere e ricordare ci furono quattro feriti, di cui due di una certa gravità, ma non in pericolo di vita.
    Cosa che non sposta di certo il senso dell’ articolo, ma per carità, con certi argomenti non si scherza, grazie.

    Chi scrive è originario di quelle parti e lasciatevelo dire, quando proponete di espropiare la terra per darla a giovani famiglie non avete idea di cosa state parlando … senza offesa !
    Se pensate che quelle siano zone agricole in grado di dare sostentamento alimentare e reddito “a chi voglia riconciliarsi con la terra” vi sbagliate di grosso.
    Le Cinque Terre come le potete vedere dalle fotografie d’epoca, tutto un terrazzamento quasi dal livello del mare fino al crinale dei monti erano il frutto di secoli di povertà, che spingeva ogni famiglia a tenere in ordine ognuno il suo micro appezzamento di “fasce”, allo scopo di ricavarvi una integrazione, per lo più alimentare ed assai più raramente sotto forma di piccolo commercio, al magro reddito disponibile, reddito che generalmente proveniva dagli uomini della famiglia che andavano lontano da casa a lavorare, per mare o in terra.
    Oddio, con i tempi che corrono tutto è possibile, anche che si torni a modelli economico-sociali di secoli fa, però per il momento…

    Oggigiorno chi ancora tiene in piedi i suoi campi (una goccia nell’ oceano ! ) lo fa esclusivamente per passione, perchè ama la terra in cui è nato e perchè si sa, specialmente dopo una certa età, l’hobby dei lavoretti nella vigna e nell’ orto da sempre una certa soddisfazione.
    Che fare ? Uno dei pochi strumenti d’aiuto pubblico che ho visto funzionare non troppo male sono stati i fondi europei che venivano distribuiti ai piccoli proprietari che vedevano crollare i loro muretti: accertato il danno e stabilito il lavoro da svolgersi, si aveva un deterrminato lasso di tempo per ripristinare il tutto, dopodichè si veniva rimborsati un tot a metro cubo… poca roba che non coprivi quasi le spese, ma era pur sempre un piccolo aiuto, anche se la molla di tutto è sempre l’amore per la propria terra ed allora metti su pietre comunque, rimborsato o meno, anche sotto il sole estivo .
    Ma ricordiamoci che il tasso demgorafico calante è inesorabile e la legge di gravità ineluttabile …

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