di PIERCAMILLO FALASCA –

«La sostenibilità futura dei nostri sistemi sanitari, incluso il nostro servizio sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni» (Mario Monti).

Qualcuno pensa il contrario, forse? C’è chi puó sostenere – con cognizione di causa e dati alla mano – che contrariamente all’opinione di Monti le finanze del sistema sanitario italiano godano di buona salute? Da utenti, non sentiamo l’urgenza di una profonda riorganizzazione dei servizi?

Vista “da destra”, la riflessione del premier viene semplificata più o meno così: “Vuol prenderci altri soldi dalle tasche“. E “a sinistra” si commenta: “vuol privatizzare la sanità“. Non c’è da filtrare ideologicamente, come in troppi già provano a fare, l’allarme lanciato dal premier. E’ un fatto che persino il modello “privatistico” lombardo che quello prevalentemente “pubblico” dell’Emilia Romagna – entrambi casi di buona sanità – siano gravati da una tendenza preoccupante all’aumento della spesa. Insieme a questo, non c’è da gridare allo scandalo se Monti pone l’accento sul problema del finanziamento, che significa riflettere sulla necessità di una maggiore responsabilizzazione dei cittadini ed un più rigoroso governo della domanda di sanità: per evitare che di servizi sanitari sostanzialmente gratuiti si finisca per abusare, la chiave non può che essere una significativa compartecipazione alla spesa per la singola prestazione. Sul fronte dell’offerta, le parole di Mario Monti possono servire a squarciare il velo dell’ipocrisia: la dispersione di strutture e di personale amministrativo è una zavorra di cui bisogna liberarsi in tempi rapidi, se vogliamo che le risorse pubbliche per la sanità siano efficaci al loro scopo e indirizzate davvero alla cura della salute. Se qualcuno non se ne fosse accorto, poi, il sostanziale fallimento in cui sono incappate in tempi recenti diverse regioni del Centro-Sud e la drammatica transumanza quotidiana di migliaia di pazienti da realtà in cui l’offerta è (o è percepita) poco affidabile verso quelle di maggiore qualità segnala come l’attuale sistema nazionale sia già insostenibile.

Le società occidentali, più anziane e insieme più disposte ad investire loro risorse nella salute, hanno davanti a sé una sfida complicata: produrre ricchezza sufficiente a finanziare il maggior fabbisogno sanitario, che in prospettiva assorbirà quote crescenti del Pil. Ciò impone, oltre alla capacità di fare della salute un business su cui investire in termini di innovazione scientifica e tecnologica (proprio la maggiore domanda interna di un Paese anziano dovrebbe stimolarci a fare dell’Italia un hub per le multinazionali della sanità, offrendo loro un contesto pubblico e privato fertile per i loro investimenti). Occorrono, accanto a questo, politiche tese ad ampliare l’occupabilità degli over 60 (anzi, dovremmo dire degli over 65), disincentivando l’uscita troppo precoce dal lavoro, migliorando gli strumenti di formazione e di riqualificazione professionale e potenziando le reti di welfare. Per permetterci una migliore sanità, insomma, non abbiamo che la solita ineludibile “condanna”: crescere, crescere, crescere. Anziché prendercela con il medico Monti, ogni qual volta ci parla preoccupato dei nostri malanni, dovremmo seriamente iniziare a curarci.