– Le elezioni catalane di ieri l’altro sono l’ennesima riprova della disfunzionalità europea. Molte e ottime ragioni storiche militano a favore di una maggiore, finanche totale, indipendenza della Catalunya dalla Spagna castigliana. Il bilanciamento delle contrapposte ragioni  pro o contro uno scenario separatista spetta ai catalani (e agli spagnoli) nell’esercizio della loro legittimità democratica.  Fa riflettere, tuttavia, l’uso, da parte degli indipendentisti, dell’argomento europeo come criterio di legittimazione internazionale delle proprie pretese domestiche. Fuori dalla Spagna, ma dentro l’Europa, recitava il mainstream delle scorse settimane.

Di nuovo, l’Europa ostaggio di un nazionalismo, stavolta però esibita in funzione di positiva autopoiesi della gens catalana. Che cosa racconta, dunque, questa vicenda, rispetto allo stato dell’Unione? Tutto, eppure niente di nuovo.

Essa fa esattamente il paio con lo stallo della scorsa settimana in seno al Consiglio europeo che avrebbe dovuto concludere la fase di negoziato politico sul bilancio pluriennale europeo.

La sintesi è che si è europei se c’è da spartirsi un bottino – magro o grasso che sia – ma francesi, o italiani, olandesi e inglesi quando c’è da assumersi responsabilità politiche ed economiche.

Supponiamo per ipotesi che la Catalunya tenga un referendum, da cui derivi la propria indipendenza dalla Spagna; che successivamente a tale referendum (guerra civile permettendo), essa fosse ammessa nell’UE e nell’Euroarea, fra molti anni e verosimilmente impoverita dalla secessione. Come si comporterebbe, a struttura europea immutata, il nuovo Stato Membro in una riunione di bilancio come quella della settimana passata o, peggio, in un meeting in cui si decide una tranche di aiuti a un altro membro in difficoltà? Sarebbe, nei confronti dell’altrettanto sovrano Portogallo, più o meno solidale di quanto è stata nei confronti di Valencia? Al contrario, qualora fosse essa stessa nella posizione di dover ricevere supporto, per quale ragione i tedeschi dovrebbero fornirglielo, quando essa lo ha negato all’Extremadura? Finchè resterà inevasa questa questione di fondo, la dichiarazione  di appartanenza europea catalana in funzione secessionista va presa per quello che è, cioè un espediente politico per evitare il confronto con la realtà della crisi economica, cui la Catalunya ha contribuito come le altre autonomie locali.

Oltre a questo, resta il problema sollevato all’inizio, quello della disfunzionalità europea, che alimenta la confusione e le aspettative che ciascuno possa cucirsi addosso la taglia d’Europa che più gli piace. Di nuovo, torna utile a spiegarsi la cronaca della scorsa settimana. Si negoziava un bilancio pluriennale che vale l’1 per cento – e ripeto l’1 per cento-  del Pil europeo. I leader europei riuniti a Bruxelles discutevano sotto scorta del ricatto operato da un Paese, la Gran Bretagna, che a quel bilancio contribuisce meno di tutti gli altri, essendo beneficiario di una guarentigia, nota come correzione per il Regno Unito, in base alla quale viene rimborsato il 66% della differenza tra il suo contributo al bilancio UE e l’importo ottenuto dallo stesso bilancio. Una quisquilia costata 3,5 miliardi di euro nel 2011, pagati dai contribuenti degli altri Stati Membri. Per non dire degli enormi opt out di cui lo stesso paese gode rispetto a Schengen e ad altre politiche dell’Unione, come quella di prevenzione criminale, il cui esercizio pare, ad oggi, sempre più probabile.

A parte l’eccezionalismo britannico – che è tollerabile e forse perfino salutare per gli altri 26 membri, perchè l’uscita dell’UK dall’UE non provocherebbe grossi squilibri – non è utilizzando l’Europa come parafulmine delle beghe nazionali che si esce dallo stallo. E così come l’imposizione ottusa di austerity non farà di tutti gli europei dei tedeschi, allo stesso modo il riconoscimento – magari per via referendaria – della specialità ad altri attori non sarebbe propedeutico a maggiore autodeterminazione, migliore democrazia e responsabilità economico finanziaria. Westminster, con tutta la tradizione che ne consegue, in fin dei conti, è solo a Londra.

Resta il problema del che fare. Quella catalana, e cioè il breakup, è una soluzione paradigmatica, ma foriera di un’illusione fatale: che l’autonomia e l’irredentismo siano la chiave per uscire da una disfunzione di sistema senza pagare dazio.