– Nonostante le 24 ore passate a cercar di capire le cause del blocco dello scrutinio delle primarie del Pd, adesso possiamo affermare con assoluta certezza che Renzi e Bersani andranno al ballottaggio la prossima settimana. Alla fine anche le polemiche sull’affluenza e sui voti reali, fra gli staff dei due principali sfidanti, si sono spente verso la fine del pomeriggio di ieri con l’arrivo dei dati ufficiali: Pierluigi Bersani (44,9%) si è imposto su Matteo Renzi (35,5%), cementificando così la sua leadership all’interno della coalizione del centrosinistra. Terzo è arrivato Nichi Vendola con il 15,6%, quarta Laura Puppato (2,6%) ed ultimo Bruno Tabacci (1,4%).

Certamente è stata un’ottima prova politica per il centrosinistra, colpito anch’esso dal vortice antipolitico causato dall’escalation dei grillini e dagli scandali che hanno investito un po’ tutti i partiti in questi mesi.  Il progetto di riuscire a dare una forte visibilità mediatica, ad una competizione in cui difficilmente si poteva immaginare un vincitore diverso è riuscito.  Detto questo, però, ancora non si capiscono le grida di giubilo rispetto all’affluenza (3.100.000) che, se comparata alle primarie del 2005 (quelle dove partecipava Romano Prodi tanto per intenderci), è scesa di un milione di votanti. Un risultato che non solo dovrebbe essere un campanello d’allarme per una possibile ulteriore fuga di voti verso frange più antipolitiche (vedi M5S) ma che dovrebbe anche far interrogare il Pd sui programmi e sui futuri piani del Pd per le prossime elezioni politiche.

La candidatura di Matteo Renzi, innovatore e portatore di aria socialdemocratica, è stata uno specchietto per le allodole. Singolare infatti come il sindaco di Firenze si sia soffermato nel voler a tutti i costi sottolineare il suo sfondamento nelle “regioni rosse”. Tutte fuorvianze rispetto al vero scontro in atto. Certamente Renzi sarà un avversario di tutto rispetto negli anni a venire, ma non ha mai avuto per un solo secondo la possibilità di vincere queste primarie: la sua discesa in campo è stata esclusivamente votata a delineare la sua nuova identità all’interno del centrosinistra. Il vero scontro di queste primarie si è consumato da altre parti. Molta strada per Renzi c’è ancora da fare e sarà interessante vedere come se la giocherà nei giorni a venire, per capire se sarà in grado di portare aria nuova all’interno del Pd.

La candidatura di Renzi, anche se sembra impossibile, ha dato un ottimo alibi alla vecchia nomenclatura dell’ex PCI, spostando i riflettori sullo scontro Renzi/Bersani, quando di fatto si è trattato di ben altro: un nuovo contendente, Nichi Vendola,  propenso a raccogliere voti nell’establishment nella militanza più vera della sinistra e che, di fatto, vuole spodestarla. Difficilmente un buon risultato di Vendola, con le conseguenti richieste, avrebbe lasciato al proprio posto la parte moderata del Partito Democratico (vedi Fioroni, Marini, Bindi), ed una probabile immediata spaccatura si sarebbe verificata, andando a creare nuovi scenari al centro (vedi nuove alleanze). In quel caso si sarebbero visti davvero scenari inediti.

Tutto ciò non è accaduto e Renzi, inconsapevolmente, ha spostato l’opinione pubblica su un altro scontro, sicuramente affascinante ma non prioritario all’interno della coalizione del centrosinistra. Probabilmente lo sarà in futuro, ma non adesso.

Le primarie del centrosinistra, fortemente volute da Renzi e non da Bersani, hanno nascosto infatti una guerra interna di confini e poteri molto più marcata rispetto a tutto quello che è stato riportato dal mainstream italico. Le analisi altisonanti di queste ore rispetto al fatto “eclatante” che Matteo Renzi sia riuscito a portare il segretario nazionale al ballottaggio, non significano assolutamente nulla.

Queste primarie, infatti, hanno bloccato l’escalation del vero “nemico” della coalizione: Sinistra e Libertà. Un dato, scappato ai più o forse volutamente eluso, è quello di una vecchia nomenclatura ex PCI (Bersani e compagnia), chiaramente impegnata a riprendersi tutto il potere all’interno di quel che resta della modernità portata da alcune frange del Partito Democratico. Questo progetto ha trovato in Nichi Vendola il vero ostacolo. La dichiarazione molto dura del leader di SeL del dopo primarie, è la conferma di questa tesi. Bersani infatti non ha aspettato molto ed ha aperto velocemente alla parte più estrema della coalizione. Un risultato più importante di Vendola avrebbe creato il vero stravolgimento all’interno del Partito Democratico, il segretario di SeL sarebbe divenuto il nuovo attore “pesante” in cerca di una posizione più rilevante e significativa all’interno dello zoccolo duro a sinistra, tentando di spodestare la vecchia nomenklatura per prenderne sostanzialmente il posto. L’accordo repentino fra i due probabilmente porrà fine per il momento alla guerra interna, ma è certo che i conti non sono ancora chiusi.

Certamente il buon risultato, ma non eclatante di Vendola, farà dormire sonni tranquilli ai grandi papaveri del Pd che in effetti sono riusciti a centrare parecchi obiettivi con queste primarie: essere l’unica alternativa di governo con una opposizione completamente allo sbando, il mantenimento del potere senza troppi stravolgimenti ed un futuro diretto verso un “Monti bis” quasi inevitabile, che sostanzialmente aiuta quegli stessi poteri.

Altro che “aria socialdemocratica”, le primarie del centrosinistra non hanno fatto altro che consolidare i poteri esistenti. Solo il tempo potrà dirci se i nuovi interlocutori, come Matteo Renzi, potranno essere in grado di sostituire l’esistente.