di CARMELO PALMA – Le primarie non hanno riservato formidabili sorprese, ma hanno confermato che un pezzo determinante della sinistra di governo è uscita dai canoni dell’ortodossia ideologica e della ragione di partito. E questo è in sé un fatto formidabile e, se non sorprendente, abbastanza meraviglioso, se uno pensa alla faccia della Camusso che appena dopopranzo, nel giorno delle primarie, è andata in tv per dire agli italiani che la vittoria di Renzi sarebbe stata un bel guaio, per loro e per la sinistra.

Il successo di Renzi in termini assoluti non è impressionante. Ha portato ai seggi circa 1,3 milioni di sostenitori, quando la coalizione (Pd, Sel, Psi, Api) avrebbe oggi in tasca, secondo gli ultimi sondaggi, il voto di circa 12 milioni di italiani. Il suo “insuccesso relativo” – la sua percentuale elettorale rapportata a quella di Bersani e la sua affermazione nelle aree di insediamento tradizionale della sinistra, dentro e fuori dalla Toscana – ne fa però un player necessario per il successo del PD.

Renzi ce l’ha fatta contro tutti, Bersani non può più farcela contro Renzi, ma, anche se si aggiudicasse, come tutto fa pensare, il ballottaggio, dovrebbe rassegnarsi a vincere con lui e pure grazie a lui. Che il “ragazzetto” sia riuscito nell’impresa, infrangendo insieme il totem di D’Alema e il tabù di Ichino, rende, da un certo punto di vista, storica e non più rimediabile la rottura dell’ordine politico progressista, che fino all’esperienza dell’Unione non ha tollerato né amici a destra, né nemici a sinistra e imposto di aver torto con la CGIL piuttosto che ragione coi padroni.

Renzi piace alla gente che non piace ai padri nobili della sinistra italiana e a quella a cui loro, i padri nobili, più apertamente dispiacciono. La cifra generazionale e antipolitica della sua campagna – su cui ha insistito in un modo tanto obbligato quanto stucchevole – ha reso meno evidente e alla fine meno dirompente il segno più politico della sua alternativa. Con Renzi la sinistra (o per meglio dire una sua parte non più residuale) si rassegna a fare pace con la realtà e a prendere le misure al mondo com’è e come potrebbe (e non dovrebbe) essere.

Oggi tutte le strade della politica italiana passano da Renzi. Quella di Bersani, come detto. Ma indirettamente anche quella dell’elettorato più tradizionalmente liberale e diffidente nella possibilità di quadrare una proposta riformista dentro il cerchio perfetto del conformismo di sinistra. Dell’elettorato più sensibile, insomma, ad una proposta politica montiana alternativa a quella di Bersani e della Camusso e non solo all’eterno ritorno del Cavaliere.

Il gioco delle primarie costringe Renzi ad una fedeltà coatta, ma non iscrive per questo tutti i suoi elettori e simpatizzanti nelle liste di voto del PD. A maggior ragione se il successo di Bersani scatenasse nel Pd e nel centro-sinistra ansie suicide di rivincita e di vendetta contro l’alieno “berlusconiano”.

Twitter: @carmelopalma