Perchè resto contrario ad una legge ‘antiomofobia’

– La vicenda del ragazzo di 15 anni di Roma che qualche giorno fa si è suicidato perché deriso dai compagni di classe in quanto omosessuale  è triste e deve certamente far riflettere per lo meno su due aspetti importanti.

Innanzitutto, certamente, su quanto tutt’oggi è capillare e radicato anche tra i giovani il pregiudizio contro la tendenza omosessuale. In secondo luogo, più in generale, su quanto male possono fare determinate dinamiche di cattiveria gratuita che si verificano tra i banchi di scuola e la cui effettiva rilevanza è spesso sottovalutata da coloro che non ne sono direttamente vittime.

A seguito del grave fatto di Roma, da più parti si è tornato a chiedere il varo di una legge contro l’omofobia, una prospettiva contro la quale questo parlamento si è finora espresso a maggioranza in termini negativi.

In realtà molte delle proposte finora discusse in questa legislatura avrebbero previsto sostanzialmente il varo di una nuova specifica aggravante di omofobia, da applicarsi a fronte di certi reati gravi contro la persona.

Nella pratica, una legge per gestire ad hoc reati motivati da particolare astio nei confronti dei gay presenta numerosi punti di debolezza teorica, ma peraltro va detto che – se anche fosse stata varata – difficilmente avrebbe avuto una qualche rilevanza su una vicenda come quella del ragazzo che si è tolto la vita.

Nei fatti il mobbing scolastico nella maggior parte dei casi non si esprime attraverso atti particolarmente clamorosi di bullismo, bensì in forme più sottili, cioè attraverso microcomportamenti su cui nessuna sistema di autorità può ragionevolmente pensare di ottenere un completo controllo.

Ci può essere lo sfottò, il piccolo dispetto, la maldicenza o anche semplicemente l’ostracizzazione di fatto di un ragazzo dalla vita del gruppo.

Non è francamente pensabile che dinamiche di questo tipo possano essere arginate, attraverso enunciazione generali a livello politico-legislativo; anzi spesso i comportamenti più deprecabili dei giovani nascono proprio dalla gara a trasgredire rispetto alle regole imposte, acquisendo così un corrispondente “prestigio”. Così se fosse portata avanti una qualche campagna istituzionale nelle scuole contro l’omofobia non è detto che non produrrebbe qualche “ribelle” che per far vedere quanto “se ne frega” dell’autorità non la faccia pagare un ragazzo gay alla prima occasione disponibile.

Tra l’altro, la discriminazione dell’omosessuale rappresenta solamente una delle possibili vicende spiacevoli che possono verificarsi in un contesto scolastico.

Una sorte simile può toccare a chiunque per condizioni oggettive o per scelte soggettive si trovi ad essere diverso rispetto alla “norma”. Puoi essere diverso per tante ragioni: perché sei omosessuale, perché hai i genitori divorziati, perché si dicono brutte cose di tua madre, perché sei disabile, perché sei povero, perché sei ricco, perché sei il primo della classe e così via.

Purtroppo quello che avviene molto spesso è che la prevaricazione contro singoli diventa un elemento fondante del processo di socializzazione del gruppo. Si determinano, in effetti, deleterie dinamiche di emulazione, per cui essere pienamente parte del gruppo vuol dire stare dalla parte del gruppo ed in definitiva partecipare in modo più o meno attivo alla vessazione  del capro espiatorio.

Le conseguenze dell’ostracismo o delle angherie subite possono essere assolutamente diverse a seconda della forza o della debolezza psicologica delle persone che si trovano coinvolte. Nella maggior parte dei casi la situazione spiacevole viene accusata, ma comunque metabolizzata – in qualche caso, invece gli esiti finiscono per essere ben peggiori.

Ad esempio è relativamente frequente il caso di ragazze che si suicidano perché grasse. Essere presa in giro perché in sovrappeso e vivere in un mondo in cui tutti i media ti bombardano con un determinato  modello estetico, fino al punto di sentirti “sbagliata” non è, tutto sommato, dissimile dalla situazione del ragazzo gay della vicenda di Roma.

Ed allora, di fronte ad un suicidio per motivi estetici, che cosa facciamo? Introduciamo il reato di “grasso-fobia”, censuriamo cinema e televisione ed introduciamo una “polizia scolastica” che controlli che non ci siano comportamenti di esclusione nei confronti delle ragazze impacciate con chili di troppo?

Il problema del mobbing nelle scuole esiste ed è serio, ma non si può pensare di combattere la cattiveria e la stupidità di alcuni ragazzi per via normativa. Piuttosto la vera questione è che la convivenza forzata porta sempre a fenomeni sgradevoli ed il più delle volte vessatori dei confronti del più debole. Non è affatto un caso che la scuola, come luogo in cui verifichino fenomeni di bullismo, sia seconda esclusivamente ai due luoghi simbolo della coabitazione obbligatoria, cioè le prigioni e le caserme.

In questo senso l’unico realistico modo di migliorare le cose sarebbe quello di attenuare i vincoli di convivenza forzata di persone incompatibili imposti dal modello di scuola che conosciamo attualmente, attraverso una liberalizzazione del settore che renda disponibile una pluralità di offerte formative. Da un lato ciò consentirebbe ai genitori di poter selezionare per i figli dei contesti che siano rispetto a loro più culturalmente e socialmente omogenei ed in definitiva più friendly. Dall’altro consentirebbe di concepire un modello di scuola meno “totalizzante”, in cui le relazioni sociali di un ragazzo non si esauriscano esclusivamente nel contatto con poche persone – sempre le stesse. Si tratterebbe di fare in modo che nessun ragazzo possa vivere una situazione di difficoltà relazionale sui banchi di scuola come una sconfitta personale complessiva.

Peraltro, un problema grosso che portano con sé le leggi che cercano di prevedere reati o aggravanti specifici relativi a determinati gruppi di persone è che implicitamente sviliscono e per certi versi offendono le categorie che non sono tutelate. Nella pratica il paradosso delle leggi antidiscriminazione finora introdotte è che di fatto non fanno che aumentare la percezione da parte di altri “gruppi” di essere non riconosciuti, bistrattati e quindi in definitiva discriminati.

E’ vero, nei fatti, che aver introdotto norme esplicite sulla discriminazione razziale, etnica e religiosa crea una comprensibile aspettativa nel mondo omosessuale che venga messo dentro anche un riferimento alle discriminazioni sulla base dell’orientamento omosessuale. Il concetto – di per sé – non fa una piega. Se abbiamo inserito un’aggravante di razzismo e non inseriamo un’aggravante legata ai reati motivati da sentimenti omofobi, allora vuol dire che la vita di un omosessuale vale meno? Allora vuol dire che diamo un implicito avallo alla violenza contro i gay?

Il fatto è che ragionando in questo modo si potrebbe andare avanti ad oltranza, perché ci sarà sempre e comunque un qualche caso che ci dimentichiamo di enumerare. Proseguendo con la medesima logica, se inseriamo un’aggravante di omofobia, allora forse vuol dire che aggredire un disabile perché disabile o un grasso perché grasso, o un mendicante perché mendicante implicitamente è meno grave?

Non c’è soluzione a questo problema se non decidere di procedere sul piano legislativo in direzione opposta rispetto all’introduzione di nuovi reati e di nuovi aggravanti, cioè rimuovere i riferimenti che già ci sono e limitarsi ad un’unica aggravati riferita a “motivi futili ed abietti”, abbastanza flessibile per poter essere applicata con buon senso a tutti i casi in cui un reato sia motivato da particolari ragioni di odio ideologico.

In definitiva, chi crede che i problemi legati alla convivenza sociale possano essere risolti stampando leggi allo stesso ritmo con cui si stampano Euro non comprende che le interazioni tra le persone sono qualcosa di molto più complesso ed articolato di quanto la politica e la legislazione possano concepire e che le uniche forze che possono davvero cambiare nel tempo le cose vengono dal basso e sono quelle legate all’evoluzione sociale e culturale.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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