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Giocarsi il jolly delle aggravanti non salva le donne dai loro carnefici

– E’ possibile ripercorrere la storia e la cronaca nera italiana sfogliando il codice penale, costantemente novellato da inedite fattispecie di reato ed aggravanti particolarissime. A volte si tratta di giuste e corrette risposte del legislatore a necessità comunemente avvertite dagli italiani, soprattutto in relazione a “vuoti” normativi in ambiti del tutto nuovi neppure immaginabili dal legislatore del 1930. Si pensi, ad esempio, a tutti i delitti contro il patrimonio-domicilio informatico.

In altri casi, si assiste a mosse riformatrici che rispondono più ad una logica politico-propagandistica che ad esigenze di politica criminale. E valga il vero! Dalle aggravanti per “bullismo” a quelle contro i “graffitari” a quelle contro il vandalismo negli stadi, il codice pullula di nemici contro i quali la fantasia del legislatore di volta in volta si sbizzarrisce, si pensi alla figura dello scienziato pazzo che evidentemente non ha fatto chiudere occhio al precisissimo legislatore in materia di procreazione assistita. Si pensi altresì all’enorme sforzo che è stato fatto anche solo per pensare il delitto di pedopornografia virtuale. Parliamo di pornografia realizzata attraverso immagini non reali, elaborate in modo che appaiano tali. Come ben potete immaginare, siamo arrivati alla smaterializzazione completa del reato.

Già in passato, scrivendo di ergastolo (qui e qui], all’interno di una generale riflessione sulla pena, auspicavo quantomeno la fine delle “emergenze” nelle more di un ripensamento del sistema delle sanzioni penali in Italia. Tuttavia, vi sono eventi, come quelli in danno delle donne, che rendono necessario un intervento legislativo.
Si è parlato di introdurre il “femminicidio” quale ipotesi di omicidio aggravato in danno di una donna. Si è parlato anche di omicidio aggravato dal suo essere evento finale di una escalation di violenze.

Ebbene, onde approcciarsi al meglio a questo tema, è il caso di fare il punto sul reato di omicidio oggi. Nella sua forma-base, la pena prevista consiste in almeno ventuno anni di reclusione. Vuol dire che il giudice, in base ad una serie di parametri (legali) può anche decidere di comminare un maggior numero di anni di reclusione.

Veniamo ora all’omicidio della donna. Se si tratta della madre o della figlia dell’omidida, è già previsto l’ergastolo. Idem se la vittima viene uccisa al culmine di un atto di violenza sessuale semplice o in gruppo o in seguito ad atti di pedofilia, di stalking o comunque nell’esecuzione di un certo iter criminoso tra più reati connessi. Alle stesse conseguenze sanzionatorie si espone chi ricorre a sostanze venefiche o ad altri mezzi insidiosi o chi uccide con premeditazione, con crudeltà o con sevizie, per motivi abbietti o futili. La pena, invece, va dai ventiquattro ai trent’anni se si tratta di uxoricidio, fratricidio o omicidio di figlia adottiva o di affine in linea retta. Ovviamente, di tutte queste fattispecie esistono i corrispettivi al maschile.

Ciò non significa che il femminicidio sarebbe un puro e semplice doppione. Si tratterebbe, tuttavia, di una figura residuale: ove l’omicidio della donna non rientrasse tra tutte quelle forme aggravate di cui innanzi, sarebbe ugualmente punito in modo esemplare con la più grave delle pene possibili. A chi scrive non pare che questa sia una mossa inutile, però non si può tacere sull’effettivo ambito d’applicazione della nuova aggravante, in buona parte sovrapposto alla vigenza d’altre aggravanti che facilmente trovano applicazione nei più ripugnanti casi di violenza mortale sulle donne.

Nei casi in cui non vige già l’ergastolo ma la reclusione fino a trent’anni, assisteremmo ad un bel “salto di qualità” nella sanzione. Non è dimostrato, tuttavia, che questo aggravamento possa sortire l’arretramento nel proposito criminoso da parte del potenziale omicida. Può darsi che, tra le tante variabili che ricorrono nella mente di un assassino vi sia quella del bilanciamento delle attenuanti e delle aggravanti ad effetto speciale. E non è escluso che qualcuno desista innanzi ad una trasformazione della pena da anni trenta di reclusione all’ergastolo. Del resto è noto il fatto che l’omicida medio sia anche un esperto di diritto penale.

Nonostante questo, l’idea dell’introduzione dell’aggravante in commento come deterrente non mi persuade del tutto. Come ben si può immaginare, il dolo che connota il reato d’omicidio è essenzialmente d’impeto, sicché, lo spazio per i calcoli sull’aggravante da parte dell’agente è estremamente risicato. Questo, naturalmente, non vale anche per l’omicidio premeditato. Ma, come si è già rammentato sopra, quest’ultimo è punito in ogni caso con l’ergastolo. Peraltro, sarebbe facile smentirmi, producendo dati statistici che dimostrino la contrazione dei casi di omicido tipizzati nelle aggravanti di più recente introduzione.

Quello della violenza sulle donne è un tema di vera emergenza. Lo stesso dicasi per la violenza sugli omosessuali. In particolare, non escludo che una risposta, oltre che di natura culturale, possa essere di natura legislativa.
Ciò che mi sento d’escludere è l’idea per cui la violenza di genere o l’omofobia si debbano fronteggiare mediante aggravanti o reati di nuova introduzione. La risposta più adeguata, invece, potrebbe riposare tra le pagine del codice civile, nella polvere che giace sul diritto di famiglia italiano, oltre che nei tabù delle “quote rosa”. Potrebbe avere una maggiore portata pedagogica una soluzione riformatrice dei diritti delle donne e dei diritti degli omosessuali piuttosto che il consueto “giocarsi il jolly” della legislazione penale d’emergenza.


Autore: Davide Piancone

Nato in Puglia nel 1985, ha studiato giurisprudenza e conseguito il diploma di SSPL, approfondendo i temi dei diritti fondamentali, immigrazione e commercio internazionale. Fa parte dell'associazione Punto Lib, composta da giovani pugliesi liberali.

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