Gesti, non parole. La politica che bada alla forma

– E’ storia recente. Accaduta nel bel mezzo del Congresso comunista Cinese.
Jiang Zemin sorpreso a sbadigliare, a toccarsi il viso, ad alzare gli occhi al cielo. Immagini postate su Weibo, il Twitter cinese. Ma subito cancellate dalla censura perché considerate “irriverenti”.

Pochi giorni dopo, in Italia, il dibattito su Sky dei cinque candidati PD. Subito vivisezionato da addetti ai lavori e opinionisti. La performance di ognuno osservata sotto la lente d’ingrandimento. Prestando attenzione a stile, linguaggio, frase chiave, efficacia e contenuti. Tutto ha la sua importanza. Per essere rassicuranti, per bucare lo schermo ed essere convincenti. A partire dalla gestualità, naturalmente.

Renzi? Tecnicamente il più impostato. Coinvolgente nel suo dinamismo. Apparentemente rilassato. E Bersani? Per lui l’abbigliamento è il punto di forza. Proprio perché mai ricercato e quindi, naturalmente capace di creare una vicinanza subliminale con il pubblico. Con le mani, anzi le dita, dita che divengono il terminale della sua energia. Con Nichi Vendola poi si cambia del tutto registro. Qui l’emozionalità governa. Come dimostra la poca cura nel controllo del corpo. Insomma ormai in politica largo spazio hanno le modalità con le quali si fanno delle affermazioni. Anzi contano quasi più di quel che si dice.

Non ci fosse stato Lie to me, la serie tv con Tim Roth nelle vesti di un investigatore esperto di cinesica, lo studio della comunicazione non verbale e del linguaggio del corpo, avrebbe continuato a rivestire un ruolo marginale. Invece, per ragioni assai diverse e tutte probabilmente compartecipi, oggi gli esperti di prossemica, la disciplina che studia i gesti e la sfera espressiva corporea situata nello spazio, e quelli di cinesica vengono invitati nelle trasmissioni tv. Al pari dei sondaggisti.

L’idea di poter decrittare quel che si cela dietro un tic, un’espressione, un segno inequivocabile dei tempi. Il mix tra psicologia comportamentale e semiotica, uno strumento efficace per leggere una realtà sempre più corporea. Come dimostrano i dibattiti televisivi per la Casa Bianca, il Super Bowl della politica americana. Terminati i dibattiti inizia il lavoro di scomposizione. Non dei contenuti. Ma delle modalità. Delle parole usate. Delle mani, della postura, degli abiti indossati.

La bibliografia sul tema è ben nutrita. “Ti faccio vedere io!” di Joe Navarro (Sonzogno, pp. 256, euro 12,00) è più che fondamentale. A detta dell’esperto di body language, “dimentichiamo facilmente ciò che viene detto, ma prendiamo decisioni su ciò che vediamo, su come viene presentato il materiale che ci porta a decidere”. Sostanzialmente quel che sostiene anche David Givens, direttore del Center for Nonverbal Studies di Spokane, Washington e autore di “Your Body at Work” (St. Martin’s Griffin, pp. 240, $ 16,99). Nel quale afferma che “In politica i segni non verbali sono spesso importanti quanto le parole. Gli elettori sono creature molto emotive”. Ma al settore appartengono anche “Telling Lies” di Paul Elkam (W. W. Norton & Company, pp. 416, $ 16,95) e “The Silent Language of Leaders” di Carol Kinsey Goman (Jossey-Bass, pp. 288, $ 24,95).

Dagli Stati Uniti all’Italia. Il body language dei nostri leader così come quello di tanti “politicanti”, sempre più sotto i riflettori. Nelle più differenti circostanze. Come sottolinea un esperto di comunicazione non verbale come Francesco De Fant. L’autore di “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” (Newton Compton, pp. 256, euro 9,90). Quel che è certo che nel panorama italiano sostanzialmente privo di contenuti non demagogici si riscontra, invece, l’esistenza di modelli assai differenti tra loro.

Ad esempio, Mario Monti usa molto le braccia. Con gesti lenti che aiutano a compensare la staticità per così dire d’insieme. Braccia che non è fuori luogo considerare come una protezione. Ma nello stesso tempo una posizione di difesa. Totalmente differente la corporeità di Beppe Grillo. Che da professionista dello spettacolo, conosce gli escamotage per controllare il suo fisico. Che, tuttavia, a ben guardare più di qualcosa lascia trapelare. A partire dalla postura, con le spalle alzate e la testa quasi incassata. In atteggiamento di combattimento. Ben più espliciti i segnali lanciati dalla voce. Mai modulata. Al contrario “gridata”, connotata da toni alti.

E Berlusconi? Il grande comunicatore non lascia nulla al caso. Tra i tanti movimenti, forse più degli altri, una sua rilevanza ha quello che De Fant chiama il “gesto della precisione”. Con la mano ad uovo messa all’ingiù, come a sottolineare concretezza. Ma caratteristiche sono anche quelle che Felix B. Lecce, esperto di programmazione neurolinguistica, chiama “fughe informative”. Come i tic, come l’aumento del battito delle ciglia, nei momenti di difficoltà. Quanto a Casini, è innegabile il suo forte senso del piazzamento visuale e “le poche fughe di informazione limitate alle gambe”, come sostiene Lecce. Un difetto sul quale lavorare? La tendenza a scuotere la testa mentre parla. Come se dicesse dei piccoli no. E l’uso delle mani? Di accompagnamento, ad illustrare o mostrare ciò che si dice.

Il logos sul quale si è incardinata una cospicua parte della civiltà greca e romana e che ha costituito il fondamento per generazioni di politici nei secoli successivi sembra sempre più marginalizzato. A favore di altro. “Per poter essere forte, diventa un artista della parola: perché la forza dell’uomo è nella lingua e la parola è più potente di ogni arma” scriveva il maestro spirituale egizio Ptahhopte negli Ammaestramenti, componimenti di genere sapienziale, rivolto ai giovani dei suoi tempi.

Il potere della parola ha attraversato i tempi, a lungo. Innervando discipline differenti. Come non pensare a Richard Wagner che promosse la nascita di un dramma inteso come opera d’arte nella quale si fondevano parole, musica e scene? Insomma la parola ha fatto la storia per molto tempo. Almeno fino a quando non si è deciso che a contare siano perlopiù i gesti.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Gesti, non parole. La politica che bada alla forma”

  1. Bella la vivisezionato della performance con la lente d’ingrandimento a Renzi, Bersani, Vendola, Monti, Berlusconi, Casini e anche Grillo, ma nessuno Fini e magari anche Benedetto che si è deciso a fare almeno un gesto concreto e non la mani?

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