Omofobia e ipocrisia, due facce della stessa medaglia

di MARIANNA MASCIOLETTI – Un altro caso, l’ennesimo, di bullismo in Internet e nella realtà, stavolta sfociato in un epilogo tragico: un ragazzino, continuamente tormentato dai suoi compagni di scuola perché ritenuto omosessuale, ha deciso di togliersi la vita impiccandosi, poiché non sopportava più i quotidiani insulti sul tema “frocio“.
In particolare, le pesanti prese in giro riguardavano gli atteggiamenti e l’abbigliamento del ragazzo, “colpevole” di indossare pantaloni di colore rosa.

O almeno così pareva appena si è saputa la notizia: col passare delle ore il teorema “suicida perché omosessuale”, infatti, si è dimostrato falso; sui social network, ad ogni buon conto, la mobilitazione è stata grande, con l’hashtag #ioportoipantalonirosa (animato più che altro dai ragazzini fan degli One Direction, a onor del vero) tra quelli più popolari su Twitter e l’iniziativa virale di “tingere di rosa” la propria foto del profilo Facebook, mentre il sito Popper.tv ha aperto una galleria fotografica di “cose rosa“, in cui raccoglie immagini di oggetti e personaggi, più o meno famosi, di quel colore.

Le dichiarazioni dell’onorevole Concia sul fatto che la scuola del ragazzo le sia apparsa “un ambiente non ostile alla diversità offrono un punto di vista diverso sull’avvenimento in questione, e aiutano a ricostruire la vicenda senza accuse dirette, in questo caso probabilmente fuori luogo, a ragazzi e insegnanti; certamente però, per dirla con le parole della stessa Concia, “il clamore suscitato da questa notizia, e forse da sentenze azzardate, è legato al fatto che il bullismo omofobo è diffusissimo all’interno di tutte le scuole e che la parola gay, omosessuale, o peggio frocio, è una parola usata per disprezzare“.

Quello che fa specie, in una società che si autodefinisce moderna, è che dare dell’omosessuale a una persona significa ancora, per troppi, insultarla, e non semplicemente constatare un dato di fatto di per sé né “buono” né “cattivo”, né “giusto” né “sbagliato”.

sondaggi sull’atteggiamento degli italiani nei confronti dell’omosessualità possono essere letti in molti modi: ci si può rallegrare del fatto che il 73% condanni i comportamenti discriminatori, ma è preoccupante che quasi il 40% non ritenga che le coppie gay debbano avere uguali diritti rispetto a quelle eterosessuali. Si può poi restare molto perplessi di fronte al fatto che, mentre il 41% del campione non accetterebbe un omosessuale nel ruolo di insegnante, ben il 74% sarebbe disposto ad accettarlo come politico. Un po’ come dire, insomma, che i biondi possono fare i camerieri ma non i fotografi, o che chi ha gli occhi a mandorla può fare l’idraulico ma non l’elettricista.

Sorvolando sulla contraddizione rappresentata dal condannare i comportamenti discriminatori nei confronti dei gay e poi essere, nei fatti, favorevoli alla discriminazione di questi ultimi nel ruolo di insegnanti, l’atteggiamento è il solito: i froci possiamo pure sforzarci di farceli piacere, purché si tengano il più possibile lontani dalla sfera familiare. Il solito problema dei bambini, signora mia, ai bambini poi gli viene uno shock e fosse mai che diventano froci pure loro, santo cielo, che disgrazia.

Segno dell’ipocrisia di una società che non ha ancora imparato a rapportarsi con l’omosessualità in maniera equilibrata, segno preoccupante della ferma volontà di parlare il meno possibile della questione (altri direbbero “del problema”) e quindi di non capirne, e non volerne capire, la sostanza.

L’omosessuale può essere bello o brutto, buono o cattivo, simpatico o antipatico ma è considerato, prima di tutto, “diverso”: qualcuno con cui in linea di massima si preferisce avere poco a che fare, e che è altro, e in fondo inconciliabile, rispetto a “noi normali”, tanto per metterla come Checco Zalone.

Contro questa concezione dell’omosessualità come scelta politica, come malattia, come irriverenza, come tutto tranne che come una condizione possibile e naturale dell’essere umano, a nostro avviso, più di mille leggi contro l’omofobia potrebbe essere decisivo il pieno riconoscimento del diritto ad essere se stessi e a condividere la propria vita con chi si vuole.

Finché, infatti, non cadrà questa sorta di discriminazione di Stato per cui un uomo può sposarsi, e quindi sancire legalmente la propria unione con la persona amata, solo se questa è femmina (e viceversa per le donne), ne risulterà automaticamente legittimata la visione degli omosessuali come “diversi” , edonisti per scelta e senza un futuro, persone che, a causa della loro condizione, “vanno bene” in alcuni ruoli ma non in altri e non possono essere pienamente parte del tessuto sociale.

Includere per competere” è un consiglio sempre valido, a maggior ragione (e non, come direbbero alcuni, “perfino”) in un Paese in piena crisi economica. A meno di non voler considerare i diritti civili un’inutile sovrastruttura: ma per quello, in Italia, c’è già la fila. Una fila a cui, tanto per essere chiari, chi scrive non tiene affatto ad aggiungersi.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

7 Responses to “Omofobia e ipocrisia, due facce della stessa medaglia”

  1. Parnaso scrive:

    Potete fare tutte le battaglie culturali a favore di queste persone, ma la l’istinto (di conservazione) e la natura delle cose (dualismo maschio e femmina) fanno emergere le contraddizioni che prima o poi esplodono. Le famiglie hanno semplicemente paura che i froci ‘infettino’ i loro figli: la sintesi è che è bello essere froci, ma solo quando il culo è degli altri. Ma come faccio a non prendere in giro una maschio di 15 anni che si veste con i pantaloni e si lacca le unghie?

  2. In cerca di un'alternativa scrive:

    “Se stessi”, specie se in grassetto, non si può leggere.
    Pregasi accentare :)

  3. In cerca di un'alternativa scrive:

    Scusami, sono abbastanza conservativo sulle regole grammaticali adattate “per consolidamento dell’uso”.

    Citando sempre dalla pagina wikipedia che mi hai linkato:

    “Tale regola però è stata sempre contestata dai grammatici ritenendola «fasulla», cioè non facente parte delle reali norme ortografiche dell’italiano contemporaneo, e anche un’«inutile complicazione»”
    […]
    “Riassumendo, la norma ortografica odierna prescrive la presenza dell’accento grafico su sé sempre, anche in casi come sé stesso e sé medesimo; tuttavia le grafie senz’accento, se stesso e se medesimo, vengono tollerate per la loro diffusione e il consolidamento d’uso, pur costituendo, comunque, solo un’eccezione, o al massimo una dispensa, dall’applicazione della regola suddetta.”

    Insomma, omissibile ma fortemente consigliato :P

  4. In cerca di un'alternativa scrive:

    In ogni caso grazie, mi sono fatto una cultura sulla storia del “sé” nella grammatica italiana :)

  5. lodovico scrive:

    tra le forme di discrimine c’è l’età. dovremo di nuovo abituarci a settantenni che frequentano diciottenni di qualsiasi genere e trovare queste forme assolutamente normali. resta comunque insoluto, per carenza legislativa, il problema dei quindicenni.
    Ai suoi tempi lo “scandalo” Pasolini fu assorbito senza grossi problemi, speriamo in una società più libera dove i problemi vengono risolti per legge.

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