Categorized | Il mondo e noi

Israele, una settimana dopo: non è cambiato (quasi) nulla

– Una settimana dopo, nulla è cambiato sullo scenario mediorientale: tranne un leggero rafforzamento della posizione dell’Egitto – cosa tutt’altro che scontata, dato chi è al potere – non sembrano esserci grossi mutamenti dopo l’Operazione “Colonna di nuvole”. Il cessate il fuoco è intervenuto prima dell’avvio delle operazioni di terra, impedendo la ripetizione di quanto successe tre anni fa con l’Operazione “Piombo fuso”: una sostanziale (ma non decisiva) vittoria militare israeliana, a fronte di una vittoria mediatica da parte di Hamas.

Un risultato minimo, questo cessate il fuoco, che ha perfino rischiato di essere vanificato proprio dal gruppo terroristico palestinese che governa Gaza dal 2006: poco dopo le 21 di mercoledì scorso, sono stati sparati circa 13 razzi, anche se solo tre sono esplosi in territorio israeliano (disabitato). L’esercito dello Stato ebraico ha smentito, invece, il lancio di un razzo contro Ashkelon.

Mentre entrambe le parti, come di routine, rivendicano la vittoria sul nemico, il vero vincitore (relativo) è Muhammad Morsi. Di fronte al suo primo conflitto israelo-palestinese vissuto come presidente dell’Egitto, ha saputo interpretare il suo ruolo in modo estremamente pragmatico, tanto da valergli parecchi apprezzamenti nello staff di Barack Obama (stando a quanto dice il New York Times).

Un esito del genere decisamente non era scontato, dal momento che i Fratelli Musulmani, di cui Morsi è espressione, sono molto affini ad Hamas. Anche questa posizione va, però, presa con la dovuta accortezza: in questi sei mesi, il neo-presidente egiziano ha sicuramente imparato che tra fare proclami e governare c’è una bella differenza, ma questo non significa che abbia anche abiurato alle sue idee.

L’intesa fra Obama e Morsi resta tutta da verificare, mentre viene confermato il fallimento della politica “neo-ottomana” del primo ministro turco Erdoğan. La sua ambizione di trasformare la Turchia in un player di riferimento nel Medio Oriente è rimasta tale: a fronte della rottura dell’asse storico con Gerusalemme, il ruolo che Ankara desiderava per sé è stato invece assunto dal piccolo emirato del Qatar.

La situazione intorno Israele resta comunque estremamente fluida, in parte a causa della “primavera araba”: la Siria, come detto, è lacerata da un anno e mezzo di guerra civile; il Libano da un lato subisce le ripercussioni di quanto succede in Siria e dall’altro è ancora prigioniero di un sistema pluri-confessionale, dove Hizbullah detta legge; la Giordania è in una crisi politica gravissima; il Sinai è diventato un discreto crocevia di gente poco raccomandabile, che solo da poco il ristabilito Egitto sta provando a riportare sotto controllo.

In queste condizioni, forse, si potrebbe quasi tirare un sospiro di sollievo per una mancata azione di terra israeliana, che avrebbe permesso di regolare meglio i conti con Hamas, ma che avrebbe potuto avere anche effetti gravi sull’instabilità dell’area a breve termine. Tuttavia, ciò che conta in questi casi sono gli effetti di lungo periodo, anche in considerazione della “guerra fredda” in corso da anni fra Israele e Iran (che ha nei gruppi terroristici palestinesi e in Hizbullah degli alleati preziosi).

Quando l’esercito israeliano invase il Libano nel 2006, perse sul piano mediatico, ma inferse un durissimo colpo a Hizbullah sul piano strategico e militare, al punto che il “Partito di Dio” è rimasto sostanzialmente silenzioso da allora. L’operazione “Piombo fuso”, al contrario, non ha sortito effetti positivi sul lungo periodo, tanto che anche Tel Aviv e Gerusalemme sono entrate fra gli obbiettivi dei razzi di Hamas. La sensazione è che non ci saranno benefici di lungo periodo neanche stavolta – nemmeno per Netanyahu, a dire il vero, dal momento che i sondaggi già accreditavano per la vittoria la coalizione fra Likud e Israel Beitenu alle elezioni anticipate di gennaio prossimo.

Solo il tempo ci dirà se questo breve conflitto garantirà un minimo di stabilità in più sul fronte sud per Israele.

P.S. Abu Mazen chi?


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

Comments are closed.