– Lo scorso 14 novembre un grave episodio di guerriglia urbana è avvenuto nella miniera di Serbarìu, nel Sulcis, Sardegna Sudoccidentale.

Poco prima della visita di una delegazione governativa, guidata dai ministri Passera e Barca, alcuni operai della Carbosulcis, dell’Alcoa più alcuni studenti hanno alzato delle barricate e intrapreso scontri con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Gli esponenti del governo vi si erano recati per firmare con Regione e Provincia il protocollo d’intesa per il rilancio del Sulcis. Durante l’incontro istituzionale, che si stava svolgendo nell’auditorium dell’area mineraria, sono stati lanciati dei petardi e vernice rosa nelle vetrate all’ingresso della miniera. A seguito di questo i manifestanti si sono allontanati per bloccare le uscite, costringendo i Carabinieri e la Guardia di Finanza a inviare due elicotteri per scortare le autorità verso l’aeroporto di Elmas.

L’episodio, che ha portato al ferimento di 26 agenti delle forze dell’ordine e ad alcuni contusi tra i manifestanti, dà il senso di quale sia la rabbia che monta tra i minatori e tra gli operai dell’alluminio che da anni vedono lo spettro della perdita del proprio posto di lavoro. Disagio che si aggiunge a quello dei piccoli imprenditori del settore agro-pastorale, vero cuore pulsante dell’isola, e dei servizi.

L’intero sistema-Regione versa in una crisi pluridecennale e la valvola di sfogo di questo malessere si sta ultimamente esplicitando in un indipendentismo acefalo, una sorta di revanscismo contro l’Italia e contro l’Unione Europea con la sua “creazione più mostruosa”, l’Euro. Questa nuova piccola ondata indipendentista sta cercando di essere cavalcata anche dal Partito Sardo d’Azione che, pur avendo dal 1981 indicata nel proprio statuto, all’articolo 1, la mission dell’indipendenza della Sardegna, non ha mai mosso un singolo passo verso questo suo obiettivo, nonostante sia stato diverse volte al governo dell’isola.

I due casi citati, l’Alcoa di Portoversme e le miniere del Sulcis, sono eretti a bandiere e descritti come esempi della subordinazione della Sardegna ai “poteri forti” del dominatore coloniale italiano e dell’Europa dei grandi capitali. Sono argomentazioni, queste, che, a pensarci bene, ricordano molto da vicino la “grande proletaria” fascista degli anni ’20 ambiziosa di liberarsi dal giogo delle democrazie plutocratiche. Il punto è però che, sia nel caso dell’Alcoa di Portovesme che in quello della Carbosulcis, ci si trova davanti a realtà produttive completamente fuori mercato.

Nel primo caso, si tratta di una delle produzioni più “energivore” in assoluto. Infatti, l’estrazione dell’alluminio dalla bauxite è talmente dispendiosa di energia che il 35% circa del costo prodotto finito è dato solo da quello. È evidente, dunque, che dove l’energia costa il 40% in più rispetto al resto del Paese a causa dell’assenza del metano (e già, in Sardegna non c’è il metano!) in un paese già penalizzato dall’assenza di centrali nucleari, la produzione dell’alluminio sia totalmente vulnerabile alla concorrenza estera. L’Alcoa, a suo tempo, ritenne non conveniente continuare la produzione e nel 2009 annunciò la chiusura degli impianti, cosa che spinse il governo a emanare il cosiddetto decreto “salva-Alcoa” (d.l. 3/2010) che prevedeva tariffe elettriche agevolate poi bocciate (giustamente) dall’UE in quanto aiuti di Stato.

Il caso della Carbosulcis è ancora più emblematico. La stessa centrale termica di Portovesme, a 9 km di distanza dalla miniera, preferisce importare il carbone dalla Cina poiché il suo prezzo finale è 35 euro a tonnellata contro gli 84 del carbone sardo! Ciò che le parti sociali e i difensori della “grande proletaria sarda” chiedono all’Unione Europea e all’Enel è la costruzione di una centrale elettrica adiacente alla miniera per un progetto di “carbone pulito” che costerebbe 1 miliardo e mezzo di euro, somma che la stessa Enel preferirebbe investire dov’è più conveniente come nel rigassificatore di Porto Tolle, in provincia di Rovigo.

In generale, l’economia reale in un determinato lasso temporale è un fenomeno storico e, come tutti i fenomeni storici, è suscettibile di cambiamenti delle condizioni di base che la rendono quella che è: va quindi considerata un qualcosa che si evolve nel tempo. Senza andare troppo a ritroso nel tempo basta citare alcuni esempi: a seguito della scoperta e l’esplorazione delle Americhe l’asse dei commerci si spostò verso Occidente segnando il declino dell’allora superpotenza commerciale, la Repubblica di Venezia; con le due Rivoluzioni Industriali è cambiato radicalmente il sistema produttivo e il mercato del lavoro; quando nel primo Novecento si è sviluppata la produzione della plastica su scala mondiale è crollato il mercato del caucciù, sino ad allora fiorente (e che fu la fortuna di Leopoldo II dei belgi e della colonia congolese nell’Africa centrale); la digitalizzazione di massa ha portato a una drastica riduzione del mercato della carta; con l’esplosione di Internet a banda larga sta cominciando a vacillare il mercato televisivo e così via. All’epoca dell’installazione degli impianti dell’alluminio e, molto prima, della creazione delle miniere di carbone del Sulcis, si trattava di investimenti convenienti, che ora per cause totalmente esogene non lo sono più.

Il governo italiano dunque, quando è giunto nel Sulcis con la sua delegazione per presentare il piano da oltre 400 milioni di euro per il rilancio dell’area, ha presumibilmente optato per l’unica scelta possibile in quel momento: diversificare e stimolare l’iniziativa privata verso altri settori. Dove i prodotti dell’estrazione del carbone e della produzione di alluminio hanno prezzi totalmente non concorrenziali occorre creare nuove opportunità; con buona pace degli indipendentisti, dei marxisti rivoluzionari sardi e degli esponenti del PDL locale in cerca di visibilità che sperano che l’ENEL stipuli dei contratti bilaterali sconvenienti con l’Alcoa per salvare il salvabile.