di DANIELE VENANZI – Mancano ormai pochi giorni allo showdown. La corsa alla leadership del centrosinistra volge alle battute finali e i comitati elettorali dei cinque candidati sono impegnati nel rush finale di una campagna sorprendentemente accesa, competitiva e dall’esito a tutt’oggi incerto.

E’ attivo come non mai Matteo Renzi, a cui va riconosciuto l’indiscutibile merito di aver animato una competizione che, in sua assenza, si sarebbe rivelata piatta, scontata e dall’offerta decisamente poco varia e ancor meno allettante. Una piattaforma elettorale inedita alla sinistra italiana, una serie di parole chiave originali e l’indiscussa abilità comunicativa apportate al dibattito dal sindaco di Firenze hanno scongiurato il ripresentarsi delle condizioni per un confronto sterile e – sia consentito dire – dai tratti fantomatici, come quello che nel 2009 vide contrapporsi Bersani e Franceschini, con il cameo di Marino.

Renzi non è uno sconosciuto. E’ una faccia nuova che non ha più bisogno di presentazioni: il rottamatore toscano, il sindaco in maniche di camicia, il bravo ragazzo della porta accanto, il giovane d’impatto che sta al centrosinistra italiano come un orso polare alle latitudini tropicali. Con il tempo, anche la figura dell’elettore tipo di Renzi si è lentamente definita, fino ad ispirare il successo virale del video che la mette a confronto con gli archetipi dei sostenitori di Bersani e Vendola. Il caricaturale ritratto della clip che spopola su YouTube non mente: il renziano è un giovane difficilmente sopra i 30 anni, un po’ modaiolo, mondano, incallito organizzatore di aperitivi, molto spesso di buona estrazione e che mai nella vita – nemmeno per sbaglio – ha votato a sinistra e continuerà a non farlo, qualora l’unico candidato che riconosce degno del suo voto dovesse uscire sconfitto dalle primarie.

Per rendersene conto è sufficiente far visita al quartier generale della campagna di Renzi a Roma, a pochi passi dal Senato. L’aperitivo organizzato martedì scorso, infatti, offriva uno spaccato assolutamente genuino della militanza e della dirigenza del movimento. Bella gente in un modernissimo loft, giovani e giovanissimi di buon partito, ragazze così in tiro da sembrare hostess; tantissimi “luissini”, di quelli che si riconoscono sin dal colletto e dalla pettinatura. E poi dj, maxischermo, buon vino, calcio balilla e pochi malcapitati sopra i 30 anni, così pochi da contarli sulla punta delle dita di una mano. Gadget a non finire, dalle tazze da colazione alle cover per l’iPhone, e un fiume di volantini così d’impatto che è impossibile tornare a casa senza. Matteo Renzi è riuscito nell’ardua impresa di coniugare l’ala più chic e (fortunatamente) riformista di ex rutelliani e DS con l’House music delle nuove generazioni. Ne risulta un cocktail che – malgrado tutti i suoi limiti – funziona, ma che difficilmente consegnerà il PD nelle mani del fiorentino.

E’ un modello berlusconiano a trazione giovanilista, sentenzia qualcuno. Vero, ma dal paradigma della politica come attività mondana non si torna indietro, specialmente in un paese che ha deliberatamente scelto di diventare una società dello spettacolo, che ha smarrito il senso dell’orientamento tra il piccolo schermo e la realtà. Renzi si adegua, perché ha capito che è impensabile fare altrimenti e perché, a differenza di tanti, ha le capacità per farlo con successo. Gira il paese a bordo del suo camper, con quel look à la Tony Blair tanto sobrio quanto informale, che lo rende il prodotto della nostra classe politica in assoluto più simile a quell’icona pop che è Barack Obama.

Non sono il metodo berlusconiano, il riformismo o l’estetica borghese a tradire Renzi, ma il giovanilismo metodologico, quasi religioso e a tratti stucchevole, propagandato in un paese politicamente, mentalmente e anagraficamente vecchio. Un movimento monoclasse e anagraficamente molto circoscritto non può sognare vocazioni maggioritarie in un partito che intercetta il suo bacino elettorale principalmente tra pensionati, sindacalisti e dipendenti pubblici. Le primarie a doppio turno, poi, non rendono meno arduo il compito.

Renzi sa bene che è solo e soltanto questo il suo momento. Per lui non ci sarà un altro giro di giostra. Ammesso che mantenga fede alla parola data e rinunci a qualsiasi accordo o poltrona in caso di sconfitta, tra quattro anni l’attenzione che i media gli hanno fin qui riservato e il seguito che lo ha accompagnato alla Leopolda e in tour per lo stivale saranno svaniti. Fare all in, puntando alla presidenza del Consiglio pur rappresentando una parte fortemente minoritaria del paese, è impresa mai riuscita a nessuno.

Il giudizio su un ragazzo che fa tremare l’establishment di una sinistra bigotta, ideologica e statalista non può che rimanere positivo, ma domenica alle urne sarà come Davide contro Golia. Dopo tutto, questo è pur sempre un paese per vecchi.