C’è una morale politica che ha senso trarre dall’accordo separato sulla produttività, che le parti sociali hanno saputo costruire a costo di rompere con la CGIL, sempre con un piede dentro e uno fuori da qualunque trattativa politicamente sensibile.

Nella CGIL comanda la Camusso, ma decide Landini. Anche la catena di controllo del consenso bersaniano parte dal “nocciolino duro” della Fiom (se ne avrà l’ennesima conferma alle primarie Pd) e non si può emancipare senza mandare a gambe all’aria l’equilibrio precario della cosiddetta sinistra di governo. La golden share del futuro esecutivo rischia così di essere nelle mani della sinistra d’opposizione. La “minoranza metalmeccanica” controllerà la maggioranza parlamentare.

Ovviamente il Pd non ha chiuso all’accordo quanto la CGIL, perché non è questo il suo ruolo. Battere un colpo al cerchio della responsabilità e uno alla botte del consenso lo rende un interlocutore tanto rispettabile quanto disponibile a pronunciare i no che contano e di cui la “vera” sinistra presenterà a Bersani il conto dopo averlo accompagnato a Palazzo Chigi e avergli levato dai piedi Renzi e neutralizzato Vendola, in questo collateralismo capovolto per cui è il partito a diventare cinghia di trasmissione del sindacato e non viceversa.

Bersani come capo dell’esecutivo dovrebbe amministrare, ma anche sabotare l’accordo chiuso ieri sera, molto concedere al timore di una deflazione salariale punitiva e qualcosa pretendere perché la retorica “produttivistica” della CGIL si leghi almeno in parte ad un recupero di produttività, che non riguarda solo il lavoro, ma anche il lavoro. Bersani non può divorziare dalla Cgil, ma non può neanche divorziare dalla realtà. E quindi, se le cose andranno come devono andare e come madame Camusso lavora perché vadano, si barcamenerà come fece Prodi per ben due volte e in entrambe arrendendosi all’evidenza di non poter tenere insieme il cavolo del progresso economico e la capra del “progressismo” ideologico.