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Diritti d’autore e diritti connessi: liberalizzare bene, liberalizzare davvero

Il decreto legge liberalizzazioni definisce libera l’attività di intermediazione dei diritti connessi al diritto d’autore. Tale attività consiste nella raccolta e ripartizione dei compensi che la legge riconosce agli artisti interpreti ed esecutori, nonché ai produttori di fonogrammi e opere audiovisive. La piena liberalizzazione del settore, però, necessita di una cornice normativa che detti i requisiti e le modalità con cui devono operare i diversi competitor che fanno il loro ingresso in questo mercato.

Ad oggi, infatti, il Nuovo IMAIE beneficia di una posizione di quasi-monopolio, in quanto è l’unico soggetto riconosciuto dalla legge.
L’iter di approvazione del decreto attuativo, con cui dovrebbero essere fissate le garanzie economiche e di trasparenza sta però subendo gravi ritardi. Il decreto doveva essere emanato entro aprile. Solo una decina di giorni fa, invece, con sette mesi di ritardo, è uscito dai palazzi del Governo per essere trasmesso all’Antitrust che deve esprimere su di esso un parere.

L’AGCM dovrebbe esaminarlo e dare la sua valutazione il 28 novembre. Ad annunciarlo è stata Emma Bonino alla conferenza stampa dell’associazione di artisti 7607 tenutasi al Festival del Cinema a Roma lo scorso 15 novembre.
La stessa Bonino è la prima firmataria di una lettera inviata qualche giorno prima al Presidente Monti da un gruppo di parlamentari bipartisan, da Nicola Rossi a Benedetto Della Vedova, da Enzo Raisi a Enrico Musso, da Paola De Micheli a Antonio Borghesi a Marco Beltrandi. Con la missiva si chiedeva di dare celere attuazione al decreto legge, rimediando quanto prima al grave ritardo accumulato in questi mesi.

La necessità di fare in fretta trova solide motivazioni, riassunte di seguito e più diffusamente illustrate in questo paper pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni.
Basti qui considerare che per anni il modello vigente è stato quello di tipo monopolistico rappresentato dal vecchio IMAIE, ente di emanazione sindacale, e che tale modello si è dimostrato fallimentare.

L’istituto è stato sciolto perché incapace di perseguire lo scopo sociale per il quale era stato istituito nel 1977. Alla fine del 2007 i compensi non distribuiti agli artisti ammontavano a 118 milioni di euro. L’IMAIE stessa dichiarava che, dal 2003 al 2007, solo i due terzi delle somme raccolte erano stati distribuiti agli artisti. Anziché darsi da fare per rintracciare gli aventi diritto, l’ente ha dato ampia e diffusa applicazione all’articolo 7 della legge del 92/93, che prevedeva la destinazione dei fondi non ripartiti per progetti di sostegno e formazione professionale. La Guardia di finanza appurava in seguito gravi anomalie nella gestione dei medesimi fondi, portando al sequestro di 250 progetti per un ammontare della truffa tentata pari a quasi 2 milioni di euro e di quella consumata per quasi 500 mila euro con la contestuale iscrizione nel registro degli indagati di oltre 40 persone.

Con la ricostituzione dell’IMAIE, dettata più che altro dall’esigenza di conservare i tassi occupazionali del vecchio istituto (lo dice espressamente il decreto legge 64/10), si rischia di ripetere un errore costato molto caro agli artisti.
Il modello a cui guardare è, invece, rappresentato da paesi come il Regno Unito, dove l’attività è libera. La britannica PPL ripartisce l’85% dei proventi raccolti e pubblica i suoi bilanci on line.

L’apertura alla concorrenza risponde anche agli orientamenti dell’Unione Europea, che già nel 2004, esprimendosi sul Santiago Agreement, osservava come la compartimentazione su base nazionale del mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore e connessi implicasse costose inefficienze e iniquità. Quest’estate è stata poi presentata una proposta di direttiva che contiene espressamente il riconoscimento del diritto dell’artista di scegliere liberamente la collecting society a cui rivolgersi. Anticiparne lo spirito non farebbe male.

Se è urgente fissare regole per il libero mercato dell’intermediazione dei diritti connessi, è ancora più importante liberalizzare bene. I requisiti per la costituzione di una collecting society non devono trasformarsi in barriere di ingresso al mercato e non devono penalizzare gli artisti. In questo senso, l’ipotesi ventilata di prevedere un obbligo di accantonare il 20% delle somme raccolte eroderebbe i margini di remunerazione degli aventi diritto.
I requisiti dovrebbero, infine, essere uguali per tutti ed applicarsi anche alle collecting society già operanti. Diversamente, il gioco della libera concorrenza verrebbe falsato da indebiti vantaggi competitivi.

Infine, alle collecting society dovrà essere riconosciuta pari accesso alle fonti della raccolta. Se fosse riservato al solo IMAIE l’incasso dei compensi per copia privata, verrebbe indebitamente attribuita ad esso una rendita di posizione a scapito della concorrenza e dell’efficienza nell’erogazione dei servizi di intermediazione prestati agli artisti.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

6 Responses to “Diritti d’autore e diritti connessi: liberalizzare bene, liberalizzare davvero”

  1. Va bene questo, ma la rosa nel pugno aveva nella convention 20 anni di diritti d’autore e contro la legge di Urbani, ma nessuno fa una battaglia, già così cosa e nel programma di M55
    http://www.beppegrillo.it/movimento/2010/08/informazione.html
    – Riduzione del tempo di decorrenza della proprietà intellettuale a 20 anni
    – Abolizione della legge Urbani sul copyright
    inoltre
    Inoltra che la riforma del copyright dei pirati è NON commerciale la copia completamente legale.
    http://www.scambioetico.org/?p=8486

  2. Redazione scrive:

    Gentile signor Di Liberto, notiamo con piacere che ha ripreso la sua opera di spam nel nostro sito, e ci auguriamo che la precedente sospensione non fosse dovuta a gravi motivi di salute o di famiglia, ma solo ad altri e più piacevoli impegni.

    Detto questo, però, potrebbe cercare di commentare con una sintassi che renda comprensibile, almeno ad un madrelingua italiano, il senso dei suoi commenti? Grazie mille.

  3. Mario Di Gioia scrive:

    Egregio Dott. Menegon, mi permetta….la frase corretta del titolo dovrebbe essere posta al contrario ovvero “liberalizzare davvero, liberalizzare bene”. Motivo? siamo tutti d’accordo per le liberalizzazioni, se queste sono fatte correttamente e, sopratutto garantiscano i diritti degli artisti, non quelli di soggetti che in passato hanno provocato il disastro che oggi si evidenzia con la nascita del NuovoImaie, Istituto che, con la partecipazione delle Associazioni che da due anni stanno lavorando attorno ad un tavolo per determinare la correttezza delle ripartizioni, è giunto quasi alla fase delle elezioni, già annunciate per il 7 e 8 aprile prossimo, al quale tutti hanno il diritto di partecipare nel rispetto del codice etico che abbiamo in questi mesi approvato e che non consente più incompatibilità e conflitti di interesse per i soggetti che saranno eletti. Ricordo che, i soggetti cho oggi pretendono la liberalizzazione sono quelli che hanno provocato lo scioglimento del vecchio istituto e, molti di essi sono fra i rinviati a giudizio per le porcherie commesse, alcuni dei quali anche estromessi dalle Organizzazioni Sindacali ai quali appartenenvano. Il problema vero è che , le liberalizzazioni avrebbero bisogno di un confronto democratico che, personalmente ho attivato con alcuni parlamentari di quelli citati, in realtà il tutto a mio modesto parere è il risultato di incomprensioni dei legislatori che, parlano e legiferano su materia di cui non hanno assolutamente idea. Noi siamo pronti a qualsiasi confronto politico per motivare le ragioni di un ente unico di raccolta dei diritti e la liberalizzazione utile alle corrette ripartizioni alle quali tutti gli enti possono accedere, ma è del tutto evidente che più enti a incassare significa anchje più spese per la gestione. O no? Io sono a disposizione per un corretto confronto essendo membro del comitato consultivo previsto dalla legge: Quando lo riterrete opportuno!!!!

  4. Mario Di Gioia scrive:

    Gentile Dott. Menegon, capisco che il confronto sulle verità non sia mai gradito, ma le confesso che resto deluso dalle mancate risposte dai soggetti che si permettono di dare pubbliche notizie senza conoscere nulla di quanto scrivono, pur sapendo che possono arrecare gravi danni agli aventi diritti, in particolare in questo caso agli artisti interpreti esecutori.
    Sarebbero opportune sue doverose correzioni su quanto ha redatto nel suo articolo, che è un evidente limite alle sue capacità di giudizio, e a questo scopo le suggerisco leggere i seguenti link, in calce senza peraltro mettere la testa sotto la sabbia per non vedere la realtà. Oppure anche Lei fa parte di quella schiera di “parolai” a prescindere? In home page di http://www.assodeejay.it le notizie ufficiali su quanto accaduto in passato…….Cordialissimiiiiiiii saluti
    Mario Di Gioia Presidente AssoDeeJay –

  5. Diego Menegon scrive:

    Caro Mario,

    non discuto sul fatto che la gestione del Nuovo Imaie possa distinguersi da quella precedente. Alcuni passi sono stati fatti anche se, a occhio, molto resta ancora da fare in termini di trasparenza ed efficacia dell’azione di tutela svolta.
    Metterei da parte le vicende personali dando centralità al tema istituzionale.
    Se si pensa che il modello monopolistico, date le economie di scala tipiche dell’attività delle collecting society, costituisca l’ottimo, allora converrebbe avere un’unica collecting society europea per i diritti d’autore e connessi.
    I dati empirici, che si ricavano dal confronto tra paesi che adottano modelli diversi (libero mercato vs monopolio), sembrano però dimostrare che le economie di scala conseguite dal monopolista sono in genere vanificate da tassi di inefficienza elevati, che il monopolista “può permettersi” perché tanto non rischia la sua rendita di posizione. La concorrenza, unita a regole comuni per tutti gli operatori, garantisce meglio gli artisti, perché costringe gli operatori a contenere i costi di gestione e di intermediazione per attirare a sé gli iscritti.

    A disposizione per ogni possibile confronto.

    Arrivederci e grazie!

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