Ammettere la sconfitta, che prova di democrazia e onestà intellettuale

– Tutti noi percepiamo che c’è qualcosa di terribile e umiliante, nonchè di visibilmente tragico nella sconfitta. Per esorcizzare questa negatività siamo portati a desiderare la vittoria e amare i vincitori perchè sono applauditi, portati di esempio, amati. La sconfitta è particolarmente dura e bruciante quando è politica, data l’attenzione da parte dei media, degli attivisti, dei familiari, di chi ha creduto in noi. Per tutti questi motivi, la parte forse più affascinante della notte elettorale americana – e insieme intrisa di cultura della democrazia e delle regole – è il “concession speech” del candidato presidente perdente, il discorso con il quale si ammette la sconfitta.

Nel caso di Mitt Romney, le parole “I pray that the President will be successful in guiding our Nation” fanno emozionare, che si sia credenti o meno. Suonano come un monito, in maniera simile a quanto disse John McCain nel 2008: “io e Obama, siamo stati avversari, non nemici. Entrambi abbiamo a cuore veramente e non per pura retorica, il bene di un paese che ha finito per essere il baluardo della democrazia, dell’intraprendenza tipica di chi non molla nelle difficoltà e dei sogni che si possono realizzare“.

Con il complicato e lungo processo elettorale, i cittadini americani hanno la possibilità di scegliere chi rappresenterà la nazione e tutto ciò che c’è dietro al nome “America”. Questo è stato il messaggio implicito taciuto da Romney e ribadito da Obama nel suo discorso, non credo sia semplice casualità. Nonostante la rabbia, umanissima per chi sa di essere solo il primo dei perdenti, il pianto liberatorio e la commozione, forse la sconfitta è qualcosa di più, è una prova di coraggio interiore. Non è mai facile ammettere di aver perso, anzi è una delle cose più difficili che si possano affrontare, dire magari con un sorriso “ sono stato battuto”, ma non davanti agli altri, prima di tutto davanti a noi stessi.

Non smetteremo di amare le vittorie e temere la sconfitta, ma riguardano i discorsi dei candidati sconfitti dovremmo imparare a valutare le persone per quel che sono quando perdono, quando sono vittime di bruciature e ferite, non quando vincono. Saper ammettere le sconfitte, e apprezzare chi le ammette, è una prova importante di onestà intellettuale. Guardando Obama e J.F. Kennedy (a cui il Presidente ha fatto riferimento), ma anche Ronald Reagan, Bill Clinton e George W. Bush, vediamo in loro ciò che noi vorremmo essere, ma non siamo. Guardano Mitt Romney, Richard Nixon o Al Gore, forse scorgiamo in parte ciò che siamo. Per questo, forse, li scacciamo dalla mente.


Autore: Mattia Sisti

Nato a Milano il 17 settembre del 1992, maturità classica, segue il corso di laurea in Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele.

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