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In un caveau svizzero, alla ricerca di capitali da tassare già fuggiti

– Dopo Inghilterra , Austria e Germania, anche l’Italia si avvia a concludere un accordo con le autorità svizzere per la tassazione delle somme detenute nei caveaux elvetici.

Nelle banche oltreconfine dovrebbero essere custoditi fra i 130 e i 160 miliardi di euro di soggetti residenti in Italia. Una mole di danaro che, in ragione di una ricerca affannosa del pareggio di bilancio, non poteva restare ancora a lungo esente dall’attenzione del ministero delle finanze.

Termini e modalità dell’accordo sono ancora da definirsi, ma secondo Oscar Knapp, responsabile per le politiche finanziarie della segreteria di Stato, l’intesa potrebbe essere raggiunta già entro il prossimo 21 dicembre.

Nell’analogo accordo raggiunto con Berlino, che prenderemo a riferimento per valutare l’impatto sui nostri conti pubblici, si è stabilito che:

  • Viene conservato il segreto bancario sui titolari delle somme depositate presso gli istituti di credito;
  • Le richieste di informazioni provenienti dalle autorità fiscali tedesche dovranno essere chiaramente motivate – per semplificare le si può configurare come rogatorie ammorbidite – e in numero non superiore a 999 per anno;
  • L’aliquota dei capitali portati a tassazione varia fra il 25% e il 40% secondo la progressività prevista dalla legislazione fiscale;
  • Il recupero, in base ad un’aliquota più bassa, della tassazione per i capitali depositati a far data dal 2010.

 

Applicando gli stessi parametri alla situazione italiana, le maggiori entrate per le casse dello Stato ammonterebbero ad una cifra compresa fra i 35 e i 40 miliardi di euro, cifra senza dubbio significativa perché equivarrebbe a quella di un paio di manovre finanziarie.

Il rapporto Astrid, più prudentemente, ipotizza 15/20 miliardi di gettito.

Tuttavia su operazioni straordinarie come queste abbiamo non poche perplessità.

Innanzitutto di metodo. Supponendo che tutti i capitali all’estero siano frutto di evasione, riportarli a tassazione è senza dubbio giusto. Le maggiori entrate però sono una tantum e non possono, per definizione, essere considerate in un quadro di complessivo e strutturale riordino del sistema fiscale; riordino del quale il Paese ha un disperato bisogno.

Nel 2009 il ministro Tremonti varò lo scudo fiscale. I capitali “scudati”, in cambio di mantenimento dell’anonimato per i titolari e aliquota omnia (sanzioni, interessi e spese) del 5% rientravano in Italia attraverso un intermediario (banche, sim, o fiduciarie) che di solito si faceva anche carico di quell’aliquota.

A rientrare furono circa 90 miliardi, con un gettito erariale di 4,5. Meglio di niente ma poi abbiamo visto com’è andata a finire.

L’evidenza empirica ci dice che i condoni, perché di fatto di questo si trattò, non funzionano.

L’altra perplessità riguarda l’impatto residuo di un’intesa prima annunciata e poi messa in opera. La Svizzera rimarrà sempre il paradiso per chi vorrà sfuggire ai controlli nazionali, ma quanti miliardi dei 160 saranno ancora a Lugano, Berna, Ginevra quando si effettuerà il prelievo e quanti saranno invece i miliardi nel frattempo migrati in Lussemburgo, magari  in filiali delle stesse banche svizzere?

L’ultima perplessità si riferisce al continuo inseguire poste di bilancio straordinarie la cui efficacia, in mancanza di riforme strutturali del sistema fiscale, finiscono per avere sempre un effetto recessivo. La giustizia sociale è sicuramente un principio da difendere, eventualmente anche con azioni simboliche. Tuttavia non è con le azioni simboliche, e solo con quelle, che si risana il Paese.

Più volte abbiamo criticato, anche da queste colonne, il metodo delle fasi temporali. Abbiamo sostenuto che la tripartizione del bilancio (debito, spesa, tasse) sia sbagliata e che le tre voci non siano altro che aspetti di una criticità che andrebbe affrontata e risolta contemporaneamente. L’intesa con le autorità svizzere si può fare, ma il risanamento delle finanze pubbliche e dell’economia reale può venire solo da un’azione determinata sui capitoli che abbiamo ricordato.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

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