– In questo conflitto abbiamo di fronte uno scenario facilissimo, l’ideale persino per chi voglia vedere la realtà in bianco e nero.

Togliamo pure i nomi dei Paesi in campo per capire quale sia la situazione. Un regime autocratico, che ha conquistato il potere con la forza in una piccola ma popolosa regione, mai riconosciuta da alcuno, nemmeno dal nascente Stato che dovrebbe rappresentare, lancia centinaia di razzi al giorno contro le città di una nazione sovrana, riconosciuta all’Onu sin dal 1948. La nazione sovrana in questione risponde, non con un’invasione di terra, né con bombardamenti a tappeto, ma con raid selettivi. Questi ultimi sono indirizzati ai soli obiettivi militari. Per risparmiare vite civili, vengono persino lanciati volantini in lingua locale, per avvertire tutti di stare lontani dagli obiettivi militari. Nonostante ciò, il regime autocratico, che continua a lanciare razzi contro i civili (altrui), posiziona le sue armi e i suoi arsenali proprio in mezzo ai (suoi) civili. Rendendosi moralmente responsabile sia dei morti che provoca, sia di quelli che subisce.

Cerchiamo di essere sempliciotti. E cerchiamo di guardare la realtà in bianco e nero. In una situazione come quella descritta sopra, chi sono i buoni e chi i cattivi? Chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti? Chi sta combattendo lealmente e chi sta commettendo crimini? Nessuno avrebbe dubbi (presumo).
Abbiamo volutamente omesso i nomi delle parti in guerra, proprio perché una situazione simile potrebbe capitare ovunque vi sia tensione.
Invece, tutto ciò sta accadendo, adesso, nel Medio Oriente. La nazione aggredita si chiama: Israele. Il regime autocratico aggressore si chiama: Hamas. E allora la realtà resta sempre in bianco e nero, ma i colori, magicamente, si invertono. Hamas diventa l’aggredito buono, senza macchia, che si batte per proteggere i civili dagli aggressori israeliani. L’azione militare di Israele viene paragonata, di volta in volta, ad un crimine pari allo sterminio dei pellirosse, alla Shoah, alle Fosse Ardeatine. Dimenticatevi la storia e la genesi di questo conflitto: se Israele sgancia una sola bomba su Gaza, è lui l’aggressore. E nessuno ha dubbi in merito. Non serve nemmeno dire “la realtà è complessa”. Sarebbe un gesto inutile e snob. La realtà sarebbe semplicissima. E’ la narrativa che leggiamo, ascoltiamo e vediamo nei media che la rende confusa e a tratti anche ribaltata.

Perché Israele è sempre sotto accusa, anche quando gli israeliani sono aggrediti in casa loro? Perché, nei decenni, si sono accumulati pregiudizi e narrative completamente ideologizzate su quel Paese. Quante volte si sente definire Israele uno “Stato teocratico”? Molti intellettuali, anche ebrei, sono convinti che non sia più una democrazia, ma un regime religioso. Strano che al suo interno vi sia piena libertà di culto e sia uno dei pochi Paesi del Medio Oriente in cui le Chiese possono suonare le loro campane, senza che i cristiani subiscano pogrom. Se bevo una birra e mangio un panino al salame, il venerdì sera, nessuno mi frusta o mi sbatte in galera. Dove saranno mai i guardiani di questa teocrazia?

Lo storico Ernst Nolte lo ha definito “ideocrazia”, eufemismo per definire un regime para-totalitario dominato da una sola ideologia (il sionismo). Strano, però, che viaggiando in Israele chiunque possa constatare che le elezioni sono libere, così come i partiti, le associazioni, le idee e la possibilità di criticare, anche condannare, il governo. Quante volte sentiamo dire che Israele è uno “Stato fondato sull’apartheid”, manco fosse un novello Sud Africa? Anche qui, non si capisce perché vi siano così tanti arabi che vivono, votano e lavorano liberamente in quel “regime” che dovrebbe essere razzista e segregazionista. E che dire della definizione “Stato etnico”, costituito da soli ebrei? E allora cosa ci fa quel 20% di arabi (per non parlare di beduini, circassi, drusi e altri) che non sono ebrei, non professano l’Ebraismo, eppure godono degli stessi diritti degli ebrei? Strana forma di etnicismo tollerante…

Questa visione nera di Israele, accusato di tutti i mali del Ventesimo Secolo, condiziona tutto il resto della (dis)informazione. Se i malvagi israeliani costruiscono una barriera per difendersi dai terroristi, vuol dire che è solo una scusa per segregare i palestinesi. Se si ritirano da Gaza, lasciando la popolazione locale libera di autogovernarsi, lo fanno “da arroganti”, unilateralmente. Se dopo due anni pongono l’embargo a Gaza (dopo aver subito attentati, razzi, rapimenti) vuol dire che vogliono far morire di fame e di stenti quella popolazione. Gaza diventa il “nuovo Ghetto di Varsavia” (William Robinson, Richard Falk e molti, molti altri). E’ un “carcere a cielo aperto” (Ron Paul). E’ “genocidio” (Ilan Pappe). Salvo scoprire, poi, che la popolazione di Gaza cresce ogni anno. Strana forma di genocidio, allora…

Se Hamas lancia razzi contro Israele, è sicuramente una loro (loro disperati, loro novelli ghettizzati di Varsavia) reazione esasperata al genocidio che stanno subendo. Lo fanno con razzi rudimentali, paragonabili a sassi. Sono fabbricati in Iran, arrivano sino a Tel Aviv e Gerusalemme, se centrano una casa ammazzano tutti quelli che ci abitano. Ma sono solo razzetti da ragazzi, roba da disperati. I missili israeliani, invece… solo quelle sono armi vere. Sono le armi del genocidio. E servono solo ad uccidere i bambini (tutti bambini, a Gaza? Gli adulti dove sono? Chi spara i razzi? Chi presidia le basi militari colpite?). Le foto di bambini morti ammazzati abbondano. Qualcuna non è proprio stata scattata a Gaza. Talvolta si scopre che quegli innocenti sono stati uccisi in Siria, dal regime di Assad, o dai ribelli, in un’altra guerra. Ma inizialmente, stando alle didascalie, tutti i bambini arabi morti sono vittime dei bombardamenti (anzi: del genocidio) di Israele. Le rettifiche, se ci sono, chi le vede?

Già, indignarsi per le vittime arabe dovrebbe portare ad odiare ancor di più un regime arabo (e dichiaratamente nemico di Israele) quale quello di Bashar al Assad: 35mila morti, anche donne, vecchi e bambini e il massacro continua impunito. Assad è lo stesso che oggi rilascia dichiarazioni a sostegno di Hamas, dopo averlo finanziato e armato per anni e anni e averne ospitato il leader politico (Khaled Meshaal) nella sua capitale, a Damasco. Fino a ieri, i media (a partire da Al Jazeera) piangevano per le vittime di Assad. Non è lecito porsi, a questo punto, almeno qualche domanda sulla natura dei nemici di Israele? No. Non è lecito. Anzi: anche qui interviene la deformazione ideologica che rovina tutto.

La ribellione araba contro i dittatori è stata già accostata al movimento degli Indignados e di Occupy Wall Street, dando per scontato che i capitalisti siano un “regime”, feroce come quello di Assad. Oggi la stessa ribellione araba contro i dittatori viene equiparata alla “resistenza” di Hamas (finanziato da quegli stessi dittatori) contro la “vera tirannia”. Che è sempre Israele. Quindi non c’è scampo. Il male è sempre Israele. Se amavi la primavera araba, se ti sei entusiasmato per Piazza Tahrir, oggi devi stare per forza dalla parte di Hamas. Il pacchetto è all-inclusive.

Lo spettatore medio, poi, non si pone troppe domande. In Tv vede i bambini morti a Gaza e legge le didascalie. E si indigna. Non sta più nella pelle. Se è un fervente islamico, la sua reazione sarà quella di impugnare le armi e andare ad ammazzare i “perfidi sionisti”, in Medio Oriente o fra i vicini di casa. Se non è un fervente islamico, si limiterà a odiare lo “Stato genocida”, magari andrà a lanciare insulti contro la sinagoga della sua città, frequentata da ebrei italiani.

Questo è il “bel” servizio che sta facendo la stragrande maggioranza dei media internazionali. Lo fanno per un solo motivo: i pregiudizi contro Israele sono diventati più potenti della realtà che abbiamo sotto gli occhi. Da cosa derivino questi pregiudizi è una storia lunga e risaputa, che si intreccia con quella dell’anti-semitismo e dell’anti-sionismo in tutte le sue numerosissime sfumature. Israele, oggi, viene dipinto come un mostro, anche da chi versa ancora lacrime per l’Olocausto. Solo quando avremo buttato via quel ritratto deformato dello Stato ebraico, potremo tornare a parlare seriamente del conflitto in Medio Oriente. Ma è un lavoro immane.