di BENEDETTO DELLA VEDOVA – Al contrario di quanti sono pronti a fare delle prossime elezioni una sorta di esorcismo collettivo o un esercizio di rimozione destinato ad infrangersi contro il muro della realtà e delle perduranti insidie della crisi italiana, c’è chi ritiene e sostiene apertamente (per usare le parole del Ministro Riccardi) che il governo Monti non è la fine della Seconda Repubblica, ma l’inizio di un nuovo ciclo politico e che la svolta impressa nell’azione di governo – e spesso gravemente rallentata, sui principali dossier, dalle resistenze della maggioranza parlamentare – è a tutti gli effetti il capitale politico più ingente e prezioso di cui l’Italia oggi dispone.

Quanti condividono questo giudizio, che è impegnativo e tutt’altro che conformistico, se non altro perché decisamente minoritario all’interno del mondo politico, sono quindi attesi ad una sfida elettorale difficile. D’altra parte, come è abbastanza evidente dall’indisponibilità dichiarata sia da parte del PD che del PdL alla prospettiva di un Monti-bis e all’ancoraggio del futuro esecutivo ad una piattaforma montiana, è evidente che la sfida non è solo di credito, ma di consenso e che i voti montiani di qui in poi andranno contati, e non solo pesati.

Da questo punto di vista, la questione del “cosa” e quella del “come” indissolubilmente si legano. Lanciare un messaggio di unità e responsabilità al Paese senza trovare la forza di unire sotto un solo simbolo gli artefici di questo disegno sarebbe a mio avviso un errore grave non solo sotto il profilo dell’immagine; e lo sarebbe in uguale misura per i politici e i non-politici, per Fini e Casini con i loro rispettivi partiti e per Montezemolo e gli altri animatori di “Verso la Terza Repubblica”.

Se una prospettiva montiana non riesce ad unire i suoi sostenitori e aspiranti protagonisti, più difficilmente potrà unire e persuadere i suoi potenziali elettori. È questa – assai più della disponibilità di Monti a capitanare l’avventura elettorale – la questione più urgente e sensibile. Il problema non è solo di organizzazione, ma di credibilità. Quella di marciare divisi per meglio colpire uniti rischia di essere un’illusione: se l’obiettivo è quello di legittimare democraticamente la continuità di governo, anche a prescindere dalle scelte future del premier, l’ognun per sé elettorale rischia gravemente di indebolire questo tentativo.