Caso Petraeus: “casa di vetro” sì, ma fino a un certo punto

– Il caso che ha coinvolto l’ex generale David Petraeus (e che sta coinvolgendo anche il generale John Allen) non è il solito caso di infedeltà coniugale che gli americani bacchettoni non sanno perdonare a chi li governa. Non lo è, perché il modo in cui è nato pone seri interrogativi sulla tutela di diritti fondamentali, come quello alla privacy e alla tutela della corrispondenza, così come sulla rete di controllo delle telecomunicazioni negli Stati Uniti.

Facciamo un passo indietro: tutto comincia quando Jill Kelley, esponente dell’alta società di Tampa, inizia a ricevere una serie di mail “vagamente minacciose” e decide di rivolgersi a un amico che lavora all’FBI. Sebbene i colleghi dell’agente interpellato, stando a quanto riporta The Daily Beast, non giudichino “minacciose” quelle mail – cortesi non lo erano, ma di minacce o stalking proprio non si poteva parlare – l’FBI apre comunque un’inchiesta, in seguito alle pressioni dell’agente. Le indagini porteranno prima a individuare l’autrice delle mail in Paula Broadwell, la biografa di Petraeus, e a scoprire poi la relazione extra-coniugale fra i due.

In tutta la vicenda, come correttamente fa notare Glenn Greenwald nella sua ottima analisi su The Guardian, ci sono vari aspetti che fanno quantomeno storcere il naso. Innanzitutto, “sembra che l’FBI non solo abbia dedicato considerevoli risorse, ma si sia anche impegnata in una sorveglianza altamente invasiva, semplicemente per fare un favore personale a una amica di uno dei suoi agenti” – successivamente sollevato dall’indagine per sospetto conflitto di interessi, attualmente sotto indagine disciplinare e sospettato di aver rivelato particolari dell’indagine al capogruppo democratico alla Camera.

Tuttavia, il vero aspetto inquietante della vicenda è che, nonostante le premesse non fossero sufficienti all’apertura di un’inchiesta, l’FBI sia riuscita prima a tracciare le postazioni e gli account di posta usati dalla Broadwell, poi a leggere le sue mail e, infine, a scoprire e individuare il suo amante a quattro stelle (nel senso del generale). Per dirla ancora con Greenwald, “hanno scavato in tutto questo senza alcuna prova di un vero reato […] e, per la gran parte, senza alcuna necessità di un mandato di un giudice“. Infatti, in base all’Electronic Communications Privacy Act del 1986, basta un semplice mandato (firmato peraltro dal procuratore federale, ossia dal pubblico ministero, e non dal giudice) per ottenere l’accesso a messaggi elettronici vecchi almeno sei mesi.

Chris Soghoian, Senior Policy Analyst della American Civil Liberties Union, nota nella sua ricostruzione che in casi del genere non viene effettuata alcuna verifica indipendente, nessun controllo contro gli abusi e che la persona coinvolta nell’indagine “spesso non potrà mai apprendere che il governo ha ottenuto dati” sul suo conto. Non c’è quindi molto da stupirsi se Privacy International, una ONG che si occupa di difendere il diritto alla privacy, nel 2007 abbia paragonato gli Stati Uniti alla Russia e alla Cina, quanto a pervasività dei controlli. La situazione non è affatto migliorata con Obama, anzi: nel 2010, si è rischiato per due volte (a luglio e a settembre) un aumento dei controlli su Internet.

In un certo senso, vedere due personalità giustamente apprezzate come Petraeus e Allen “distrutte immediatamente a causa di una sorveglianza elettronica enormemente invasiva e priva di garanzie – suggerisce Greenwald – è abbastanza per credere che non solo Dio esiste, ma che è anche un ardente sostenitore dei diritti civili“. Se l’affermazione vi sembra poco generosa, pensate che circa 1,7 miliardi di comunicazioni (mail, telefonate e altro) vengono registrate ogni giorno dalla National Security Agency. Quante di queste comunicazioni possono davvero considerarsi notizie di reato? E quante invece sono innocue chiamate fra cittadini innocenti che vengono illegalmente intercettati?

La situazione in Italia è fortunatamente migliore di quella negli Stati Uniti, anche se quanto successo dovrebbe ugualmente spingerci a riflettere sul fatto che non è possibile accettare tacitamente la creazione di una “Stasi democratica”, magari in nome della nostra sicurezza. Se è pur vero che ormai le nostre vite sono diventate delle “case di vetro”, è altrettanto giusto che lo Stato non ne approfitti per spiarci in ogni singolo momento.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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