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Israele/1.I mille volti della Primavera Araba

– La scintilla che ha portato ai moti rivoluzionari,  denominati  con il nome pittoresco di “Primavera Araba”, ha origine in Tunisia. In quei primi giorni il capo del Mossad, davanti al parlamento, affermò l’inconsistenza degli accadimenti rassicurando gli israeliani.  Due giorni dopo ci fu la rivolta in Egitto.

Questo aneddoto, elemento iniziale di tutto quello che abbiamo visto e stiamo vivendo in questi mesi nel middle east ed in Africa, non solo sottolinea una carenza strutturale dei servizi segreti internazionali, ma evidenzia la complessità degli eventi che analizziamo.

La frattura secolare fra sunniti e sciiti, come descritta da molti analisti, è indubbiamente significativa, ma non può essere l’unica ragione di tali stravolgimenti. Inoltre le ipocrite e superficiali prese di posizione occidentali sui fatti arabi, semplificate dai media con la descrizione di voglia di democrazia da parte di questi paesi o della “rivoluzione dal basso”, non debbono arrendersi di fronte alla complessità di regioni e Stati in cui cultura, storia, politica, geopolitica, religione, crisi economica e rapporti regionali e globali sono elementi imprescindibili e difficilmente catalogabili con facili qualunquismi dell’ultim’ora.

Aggiungiamo inoltre – senza voler essere perentori, perché non basta un unico fattore per spiegare il tutto – che molto di quello a cui stiamo assistendo – in molti casi con il placet occidentale – è di fatto un profondo processo di sostituzione generazionale  delle elites politiche di queste regioni.  Questi moti rivoluzionari, partiti forse spontaneamente da alcuni  gruppi ribelli – ed immediatamente affiancati da altri gruppi di potere – sono stati erroneamente propagandati in casa nostra come reazione ad una “voglia democratica”, in realtà difficilmente ascrivibile a culture ferme al 1400.

Tralasciando l’affascinante motivazione del perché la cultura Araba all’apice della sua grandezza si sia fermata, è interessante invece capire, senza ideologie o tifoserie, i vari fattori che hanno portato a questa escalation del mondo Arabo ed Africano.

Il declino occidentale e i nuovi player economici, il trapasso dei politici di lungo corso presenti in quelle regioni, il quadro demografico completamente mutato negli anni e le difficoltà economiche globali sono inequivocabilmente i fattori su cui è giusto soffermarci per analizzare i mutamenti a cui stiamo assistendo.  Sostenere, infatti, che questo processo derivi da un assorbimento della cultura occidentale è fuorviante e sbagliato.

Le monarchie ed i governi dittatoriali di queste regioni hanno sempre dimostrato di essere restie al cambiamento del sistema istituzionale, basato sull’autoritarismo, l’assolutismo  ed il confessionalismo. La maggioranza di queste regioni tra l’altro è da sempre caratterizzata da una pragmatica negoziazione del clero sunnita con la parte laica,  politica ed istituzionale,  che esclude completamente la partecipazione del popolo nelle scelte democratiche, lasciando completa autonomia alla nomenklatura religiosa che spesso si è arrogata il diritto della gestione degli apparati amministrativi e giuridici. Come contropartita all’autorità politica,  spesso il clero arabo si riserva di imporre l’obbligo a precisi indirizzi religiosi (vedi Shaaria) nella stretta osservanza dell’Islam, anche quando ciò risulta anacronistico rispetto alla maggior parte delle società post moderne. La stretta osservanza dell’Islam, inoltre, si traduce spesso nella mancanza di libertà, sia sul piano personale sia su quello collettivo, eliminando completamente il diritto al voto del popolo, la partecipazione alla costruzione della società ed evidenziando, inoltre, la disparità di trattamento nelle pari opportunità fra gli uomimi e le donne, completamente estraniate dalla vita politica e sociale.

Il fatto che in buona parte del Maghreb e del Levante meridionale (vedi Tunisia, Egitto, Libia, Siria) il processo di cambio generazionale delle elites sia di fatto partito da una società più giovane e  più aperta culturalmente non deve trarre in inganno. Essi infatti non sono solo partiti da una voglia impellente di libertà e di cambio al vertice, ma anche e soprattutto da problemi di natura economica (vedi l´inflazione del prezzo dei prodotti alimentari tra il 2008 ed il 2011). Paesi in cui la maggioranza della popolazione è ancora ferma a precetti ottocenteschi difficilmente potranno  trovare nei bruschi cambiamenti l’opportunità di un profondo cambiamento. La voglia di democrazie parlamentari in Paesi che, come per esempio la Libia, hanno vissuto per decenni dittature basate sul carisma dispotico del leader, ha sempre generato un vuoto di potere che, come capitato in altri contesti, viene immediatamente riempito da altri estremismi non troppo diversi dai precedenti.

I piccoli focolai di rivolta dei giovani in cerca di libertà sono ben presto stati soffocati dall’abbraccio mortale dei movimenti ultra conservatori e dai salafiti appoggiati e fomentati dalle monarchie religiose. Inoltre questi piccoli gruppi pluralisti arabi, più giovani ed emancipati dalla religiosità, sono stati presto affiancati da gruppi di autonomi, da tribù con brama di potere, dal terrorismo (Al Qaeda), da popolazioni ribelli  affamate ed allo stremo e da un occidente più occupato a mantenere le proprie posizioni sullo scacchiere geopolitico piuttosto che dalla suggestiva e giusta voglia  di indipendenza democratica di queste popolazioni. La Primavera Araba, superficialmente paragonata da molto del mainstream alla rivoluzione “social” di Twitter e Facebook, si è ben presto scontrata con una realtà fatta di innumerevoli attori, ognuno con esigenze e fini completamente diversi. Per questo motivo è impossibile poter oggi definire il complesso stravolgimento geopolitico e culturale di queste regioni, soprattutto quando queste analisi tendono a semplificare.

Se i sistemi confessionali teocratici e monarchici, come ogni regime ed impero storicamente esistito, sono destinati molto probabilmente a mutare (ancora non si sa bene come ed in che modo), risulta ad oggi veramente difficile poter fare previsioni rispetto agli episodi a cui oggi assistiamo (non per ultima il rinnovo dell’escalation Israelo/Palestinese), consci del fatto che, come ci indica la storia,  le rivoluzioni a poco servono  se la democrazia non viene poi coltivata ed assimilata nel tempo a livello culturale.


Autore: Cristoforo Zervos

Nato a Modena nel 1972, vive a Roma. Giornalista pubblicista, si occupa di notizie di Cooperazione internazionale e di foreign policy, con un'attenzione particolare per gli Stati Uniti, Africa e Medio Oriente. Ha collaborato con Liberal quotidiano e Formiche.net e ha un blog sull'Huffington Post. Gran collezionista di fumetti, ha anche la passione per la musica e suona la batteria. È sposato con Daniela e ha un figlio, Pietro.

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