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Nuove dighe sul fiume Yangtze. E l’ecosistema trema

– Quando, il 16 luglio 1966, ci si tuffò Mao Zedong, lo Yangtze era un fiume molto diverso rispetto ad oggi.
Dalle parti di Wuhan non c’erano le spiaggette con le palme. La corrente del fiume produceva un’energia assai particolare. Quella della Rivoluzione. Nella performance “sportiva” del leader cinese, già settantatreenne, il tentativo di dare chiara dimostrazione di come vigore fisico e vigore ideologico fossero un’unica cosa. Secondo un modello utilizzato frequentemente da despoti, tiranni e dittatori.

Il fiume continua a fornire l’occasione per un bagno, a Wuhan, a Yichang, negli altri centri lungo il suo percorso. Proprio come ai tempi di Mao. E ancora costituisce il grande dispensatore di sopravvivenza, attraverso la fertilità che regala. Non differentemente da quanto riteneva il leader cinese. Il quale, proprio osservando come la naturale instabilità del corso d’acqua si riverberasse sull’economia del Paese, fu tra i promotori di un possibile intervento di modifica. Della necessità/possibilità di sperimentare sul fiume un progetto di ridefinizione. Di lanciarsi nella sfida alla Natura. Nei primi anni del regime era sorta una feconda querelle tra ingegneri “taoisti” e ingegneri “confuciani”. Con i primi che suggerivano di imbrigliare il fiume facendo ricorso a delle piccole dighe, da realizzarsi lungo gli affluenti. Con gli altri, più decisamente propensi ad opere di maggior impatto.

La diga delle Tre Gole, la più grande del mondo, iniziata nel 1994 ed ultimata nel 2008, realizza il sogno di una larga schiera di ingegneri e tecnocrati. Forse anche quello di Mao, morto nel 1976. In realtà dietro la soddisfazione di alcuni c’è la preoccupazione (e la protesta) di molti. Ambientalisti, in primis, ma anche pezzi del governo del Paese. L’imponente infrastruttura che ha mutato la topografia di una parte di Cina è il caposaldo di un articolato sistema di dighe posizionate sull’intero territorio nazionale. Ben 26mila sbarramenti, vitali per fornire l’energia richiesta. Un sistema che però nella sua complessità costituisce un pericolo per l’Ambiente.

Il quale, però, non sembra costituire una priorità per il governo di Pechino. Come confermano anche alcuni propositi, più recenti. A partire da quello che prevede, dalla metà di dicembre, la riduzione dell’estensione di una riserva naturale fluviale, che permette di tutelare quasi 200 specie di pesci altrimenti destinate all’estinzione. Proprio questo argomento finora aveva costituito il maggior impedimento alla costruzione della diga di Xiaonanhai, che con altre 18 dovrebbe sorgere sull’alto corso dello Yangtze.

Una battaglia difficile quella degli ambientalisti. Tanto più considerando che in questa partita gioca un ruolo tutt’altro che trascurabile la politica. Bo Xilai, il potente segretario del Partito di Chongqing, megalopoli-provincia da 35 milioni di abitanti, ha investito massicciamente su Xiaonanhai. Lo considera il trampolino di lancio per entrare nel comitato permanente del Politburo. La diga, con il suo preventivato costo di 3,8 miliardi di dollari, sembra essere un biglietto da visita più che speciale. Considerando che promette la produzione di elettricità ed un governo sul territorio, ai fini dell’agricoltura, assai efficace. Anche se, addentrandosi tra le pieghe del progetto, si scopre che sarà un’operazione tutt’altro che indolore, dal momento che comporterà, certamente, l’allontanamento di 400 mila persone e la perdita di terreni coltivabili.

Il caso dello Xiaonanhai è esemplificativo dell’approccio cinese alle questioni ambientali. Riconosciute emergenze nazionali. Proprio per questo strumento, attraverso la loro risoluzione, per raggiungere il consenso. Di conseguenza assicurare quella concordia sociale indispensabile per non intralciare i processi produttivi della seconda economia mondiale.
Anche per questo mostra, quando può, attenzione alle questioni ambientali. Il ministero della Terra e delle Risorse recentemente ha diffuso un dossier secondo il quale in 182 città monitorate nel 2010 quasi il 60% dell’acqua proveniente da fiumi e laghi è sotto gli standard minimi. Mentre un altro 17% è addirittura di qualità pessima. Dati che divengono ancora più allarmanti quando si consideri che nelle zone rurali quasi 360 milioni di persone non possono usufruire di acqua potabile.

Un quadro sconvolgente, nel complesso. Un conto troppo salato da pagare alle logiche dell’economia.Pioggia a raffiche oscura il fluire del fiume” scriveva il poeta He Xun, intorno alla metà del I secolo, riferendosi ad uno dei corsi d’acqua che bagnano il Paese. Ora, a distanza di secoli quel fluire, interrotto, in uno dei fiumi più grandi, lo Yangtze, rischia di oscurare l’intera Cina. E non per la mancanza di luce.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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