– Internet. Ovvero: il grande assente nel dibattito televisivo tra i candidati alle primarie di coalizione del centro sinistra.

Nell’ormai celebre #csxfactor (questo l’hashtag con cui su Twitter l’incontro promosso da SkyTg24 è finito tra i temi di tendenza globale) è mancata una riflessione su parecchi temi: mafia, Sud, scuola e, last but not least, Internet. A parte, infatti, la parentesi tecno-entusiasta e un po’ di maniera di Matteo Renzi, che nel proprio pantheon ideale ha indicato la blogger tunisina Lina Ben Menni, dissidente politica, della Rete non c’è stata traccia. Come se fosse un tema secondario, meno importante dei costi della politica, meno serio dell’Articolo 18, meno sexy di Marchionne.

È vero. Ci sono state ragioni di tempo: per forza di cose, infatti, un format tivvù si fonda sulla selezione dei contenuti. Proprio, però, la scelta di non includere Internet tra i grandi argomenti del dibattito, individuati perché in grado di posizionare i candidati e di “spacchettare” l’elettorato, è indicativa di una precisa mentalità e dell’abitudine a pensare il web come un mondo a sé. Non, al contrario, come un fattore economico rilevante, sempre più in grado di incidere sul Pil del paese. Eppure la rete, per dirla in soldoni, conta più della Fiat. Lo dicono i numeri.

Secondo l’indagine Fattore Internet, realizzata da The Boston Consulting Group in collaborazione con Google, per esempio, nel 2010 l’Internet economy ha avuto un impatto sull’economia italiana pari a 31,5 miliardi di euro. Il 2% del Pil. Il contributo della Rete all’economia del paese oscillerà, invece, tra il 3,3% e il 4,3% nel 2015. La crescita del settore è valutata tra il 13% e il 18% annuo, mentre le imprese che operano online hanno registrato negli ultimi tre anni un incremento medio del fatturato pari all’incirca all’1,2% dei ricavi, mentre quelle attive solo offline hanno subito una perdita del 4,5%.

La Rete che lavora, spiega inoltre la sociologa Ivana Pais nel saggio così intitolato, è un mondo speculare a quello del lavoro offline. È in crescita, non si è arresa alla crisi e, soprattutto, è caratterizzata da una grandissima mobilità. La virtù che manca nei settori professionali più tradizionali. Il vero ascensore sociale del paese potrebbe, insomma, essere virtuale e funzionare da grande leva di innovazione sociale.

Non solo i liberi professionisti, però, protagonisti dei racconti della professoressa Pais, per i quali conta più il profilo LinkedIn o Facebook del biglietto da visita, ottengono risultati brillanti (online e offline). È il caso, infatti, anche delle tradizionalissime piccole e medie imprese, le iper-retoriche e iper-citate protagoniste della vita economica italiana. Sempre secondo il report Fattore Internet le PMI che usano la rete non solo crescono più in fretta e raggiungono una clientela più internazionale (con una incidenza delle vendite all’estero pari al 15% del totale) ma assumono anche di più, con un incremento del personale, in media, del 34%, e sono più produttive.Internet – scrivono, infine, gli autori dell’analisi – pervade la catena del valore dei settori chiave per l’economia italiana quali l’industria alimentare, la moda e il turismo“.

Ecco. È sempre meno chiara, allora, la ragione per cui nei momenti di massima intensità del dibattito politico, quando emergono con più evidenza i temi di consenso e di consolidamento delle scelte degli elettori, Internet non c’è. Permane, di fondo, un vizio di pigrizia mentale, come se gli argomenti in grado di interessare gli italiani fossero sempre gli stessi, al pari del celebre paniere Istat: cambia quando ormai le abitudini di consumo (in questo caso: di voto) sono già profondamente mutate.
Eppure ormai è chiaro. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Anche su quello online.