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Le primarie “di famiglia” sono una conta interna e un’occasione persa

Tutti fanno appello agli indecisi, tutti si rivolgono a quella smisurata platea di elettori che non sono strettamente legati ad un’appartenenza ideologica e che non sono pregiudizialmente affiliati alla destra o alla sinistra. Tutti sanno che per vincere una qualsiasi elezione devono riuscire a catalizzare l’elettorato centrale ma non per forza, se non in minima parte, centrista. Insomma, un elettorato che possiamo definire politicamente laico e laicamente mobile.

Cosa preme dunque a questa ampia fetta di elettorato? Sicuramente avere la possibilità di scegliere tra leaders e programmi, secondo un principio di alternanza. Ecco perché le primarie, se fossero davvero interpretate per inverare la logica dell’alternanza, assumerebbero il connotato di un vero strumento rivoluzionario delle regole del gioco politico. Primarie libere, primarie aperte e largamente partecipate: primarie vere. Perché quell’elettorato al quale tutti fanno appello, quello libero e che sceglie secondo i programmi, avrebbe, in questa fase di nuova genesi politica, la possibilità di esprimersi sui candidati alla guida del governo.

Ecco perché norme, normette e artifici vari che rendano meno partecipate le primarie ne decretano il fallimento: perché le rendono aperte, o forse è meglio dire chiuse, ai soli fedelissimi, a quelli che, in un modo o nell’altro, il voto l’hanno già dato e lo daranno comunque e verranno semplicemente ad “anticiparlo” quando sarà loro richiesto. Le primarie dovrebbero offrire la possibilità e l’incentivo all’impegno civile e alla mobilitazione civica e così servire a selezionare il candidato che in un determinato momento storico-politico può maggiormente intercettare quell’elettorato politicamente laico, non a conferire la patente del più puro del branco. Per quello esistono già i congressi di partito. Le primarie “di famiglia” sono una conta interna e, al limite, inter-partitica, Ma non raccolgono né “raccontano” le istanze di cambiamento.

Perché dunque scoraggiare la partecipazione di milioni di cittadini che, coinvolti nella scelta del candidato premier, difficilmente poi opterebbero per l’astensione? Perché gli elettori che, in barba a partitucoli e leaderini, hanno già metabolizzato la logica dell’alternanza, e magari nella precedente consultazione elettorale si erano espressi a favore dello schieramento “nemico”, non dovrebbero partecipare alle primarie o, ancor peggio, dovrebbero essere visti come infiltrati? Non sanno i signori delle proscrizioni che se vogliono vincere le elezioni devono rivolgersi proprio a quei cittadini?

Perché io, elettore laico (liberale, repubblicano, radicale, marziano o argonauta), non dovrei partecipare alle primarie del centrosinistra per dire, ad esempio, che un centrosinistra a guida renziana, di stampo new labour, potrebbe ricevere il mio voto alle politiche? Perché dovrei andare alle primarie di un partito o di una coalizione solo se mi piace per come è e non invece perché diventi come mi piacerebbe che fosse? Lo stesso ragionamento, ma molto più teorico vista la triste offerta sul piatto, varrebbe per un centrodestra in versione tory.
Io, elettore politicamente laico, centrale ma non centrista, posto davanti alla scelta tra Blair da una parte e Pinochet dall’altra, scelgo la prima; di contro, tra Chavez e Cameron, scelgo la seconda.

Il cubo di Rubik rappresentato dalle regole e dalle chiusure bersaniane alle primarie del centrosinistra dimostra che questi signori non hanno capito un accidenti di come funzionano le primarie: più sono partecipate e più il candidato vincente può fare sua la competizione elettorale “secondaria”.
E invece Bersani che fa? Per tentare di assicurarsi la vittoria alle primarie le rende praticamente inaccessibili, elitarie e rivolte quasi esclusivamente all’establishment e alla struttura del PD (e della CGIL), dimenticando che il premio in palio non è la golden share del centrosinistra. Le primarie non servono a vincere le primarie, ma a scegliere chi meglio potrebbe vincere le elezioni, attraendo ad esempio, di fronte allo sfascio del centrodestra, i consensi degli elettori “liberi” (che possono votare per l’uno e per l’altro schieramento e che soprattutto hanno sempre l’alternativa del non-voto), che già in passato determinarono la vittoria di Prodi o di Berlusconi e che oggi potrebbero plebiscitare Grillo.

Mitt Romney, candidato repubblicano alle presidenziali U.S.A, disse una verità assoluta anche se scorretta riferendosi a quel 47% di americani che, comunque, avrebbe votato per Obama e rendendo quasi plastica la rappresentazione della vera natura della campagna elettorale dei due candidati alla Casa Bianca, rivolta non ai rispettivi fedelissimi, bensì a quella fetta di elettorato indeciso ma decisivo.

Tornando a casa nostra, due esempi recenti: Cagliari e a Milano. Nelle due città notoriamente non di sinistra, con le primarie aperte e ampiamente partecipate, hanno vinto Pisapia e Zedda, targati Sel. Grazie a chi? Grazie a quelli che vengono definiti “infiltrati di centrodestra” e che, nel caso specifico, si sarebbero votati al suicidio due volte, votando Zedda e Pisapia alle primarie e anche alle elezioni comunali, o, probabilmente, per via di quegli elettori “liberi” che hanno deciso fosse il momento di provare a cambiare e misurare anche gli altri?

O forse Bersani & Co. sono convinti che una mattina cagliaritani e milanesi si siano svegliati e… “bella ciao!”?


Autore: Riccardo Lo Monaco

Ha studiato giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Cagliari. Liberale e libertario, attivo nel campo della tutela ambientale, della libertà religiosa e dei diritti civili. E' tra i promotori di ZeroPositivo.

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