La guerra civile siriana non sembra destinata ad avere a breve un esito militare, ma continua ad avere pesantissimi effetti politici ed umanitari che la strategia del non-intervento è destinata ad aggravare. Il disordine siriano è il piatto ricco in cui si è prontamente ficcato il terrorismo jihadista interessato a regolare i conti con il nemico sunnita e in cui tiene saldamente un piede la Russia, interessata ad impedire una stabilizzazione delle tensioni mediorientali. E’ un disordine che dispiega i propri effetti ben oltre i propri confini, contrapponendo il disegno “neo-ottomano” della Turchia e il naturale protagonismo iraniano rispetto ad un’area a maggioranza sunnita.

Per troppi punti di vista, più che verso la “primavera araba” si rischia di precipitare verso un rigidissimo inverno islamista. Non si vede uno sbocco democratico, si vede invece il rischio di un contagio anti-democratico di cui, per via diretta e indiretta, rischia di fare le spese ancora una volta Israele.

Il non intervento militare europeo e occidentale non ha favorito una soluzione autonoma e locale, ma ha globalizzato le tensioni siriane. Il non intervento umanitario di fronte ad una situazione sempre più pesante – circa quattrocentomila profughi, di cui centoventimila in territorio turco – radicalizzerà ulteriormente la situazione. La catastrofe umanitaria che si annuncia diventerà una ulteriore bomba politica. E a pagare gli effetti del non intervento umanitario, non saranno solo i profughi siriani, ma anche i paesi europei, che cesseranno di essere un interlocutore credibile per l’intera area area-mediorientale, e non solo per la resistenza anti-Assad non ancora arruolata nelle milizie jihadiste .

E’ chiaro che l’intervento umanitario –  il Times questa settimana ricorda la no fly zone che protesse i profughi curdi dalla vendetta di Saddam dopo la prima Guerra del Golfo – presenta certamente dei rischi, che sono però più governabili e a questo punto politicamente più sostenibili.