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Ode all’incertezza del diritto

– Non è il caso di ribadire l’allarmante stato della giustizia in Italia, sia in termini di irragionevole durata dei processi, sia in termini di incertezza del diritto. È notorio che esso costituisce uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del Paese e, in particolare, agli investimenti (non solo stranieri). Sono dati su cui ci si confronta spesso, a cui dovrebbero seguire solo i fatti.

Il pericolo culturale, nel riformare il sistema, consiste nell’assolutizzare il presunto valore del diritto rigido e statico -per così dire- “disinfettato” dalle intollerabili interpretazioni cangianti dei diversi giudici.
Per anni le toghe sono state descritte come un pericolo per la democrazia; non è diverso l’attuale atteggiamento che le vuole dipingere come un sostanziale intralcio all’economia. Questo è tanto vero quanto l’assunto secondo cui gli operatori economici costretti, loro malgrado, a fruire di questa giustizia sarebbero tutti ugualmente “buoni” e onesti.

La ripugnanza culturale nei confronti delle dinamiche processuali e dell’estrema incertezza che esse possono celare dissimula un secco sdegno verso il vivere in una comunità fatta anche di istituzioni e regole, oltre che una sicura incomprensione di fondo sul senso del vivere consociato e sul motivo per cui nascono le norme.
Del resto, non è provato che gli orientamenti giurisprudenziali cambino più repentinamente delle normative vigenti. Nei fatti, gli interventi dei legislatori d’ogni grado sono più frequenti del “ripensamento” dei giudici, spesso costretti ad aver a che fare con normative che si accavallano, senza contare le leggi fisiologicamente o patologicamente lacunose, quelle incostituzionali o in contrasto con l’ordinamento dell’Unione o con i principali obblighi di carattere internazionale. Questo, lungi dal limitare l’interpretazione del diritto, ne costituisce un elemento propulsivo.

A tal proposito è solo il caso di sottolineare che un conto è l’ovvio dato secondo cui la legge non può disciplinare ogni caso della vita concreta, diverse sono le ipotesi (frequentissime) di norme incomprensibili o monche (mancanti di decreti attuativi o di disposizioni transitorie, tanto per fare un esempio), tali da lasciare il fondato dubbio sul fatto che siano mai state rilette nell’insieme.

Quanto invece alle leggi incostituzionali, sarebbe forse il caso di richiamare l’attenzione del legislatore al rispetto della Carta fondamentale, prima di scatenare l’euforia di chi intende sfruttare le riforme per presunte opportunità di mercato. Si pensi, sul versante penale, al contrasto della normativa italiana in materia di immigrazione con la direttiva europea rimpatri che ha comportato la disapplicazione delle sue disposizioni incriminatrici ed alla riforma di un anno fa. Ma in questo, come al solito, una pesantissima responsabilità grava su chi si occupa di divulgazione di notizie giuridiche ai non addetti, oltre che sul legislatore frettoloso che promette la luna e realizza molto meno – peraltro in spregio dei più elementari principi costituzionali e della primazia del diritto dell’Unione, legiferando spesso in preda ad un vero e proprio furore repressivo.

Se si pensa, in questo modo, di scaricare tutta la responsabilità sulla “creatività” dei giudici o sulla loro presunta ritrosia rispetto a certe norme, si commette un grave errore di valutazione ed uno scivolone culturale. Né pare utile proseguire sulla strada dell’incremento del potere nomofilattico della Corte di Cassazione oppure, in certe materie, l’unificazione agli standard del Tribunale di Milano. Almeno finché sarà in vigore il principio costituzionale secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge.

La rigidità delle interpretazioni è il terreno in cui si sviluppa il virus della frode, dell’abuso del diritto, delle posizioni giuridiche date per scontate, e soprattutto delle maree di procedimenti incardinati in malafede dai cittadini sulla scia di un indirizzo che si presume consolidato. Naturalmente, parliamo degli stessi cittadini che poi lamentano lentezza ed incertezza della giustizia: i lacci e lacciuoli sono davvero fastidiosi, ma fanno anche comodo quando sono dalla parte nostra, quando sembrano remare a favore dell’imprenditore che trova un certo indirizzo favorevole in cui insinuarsi (o una legge quantomeno discutibile creatrice solo di nuova burocrazia e lungaggini certamente sgradite ma la cui obbligatorietà può essere una gallina dalle uova d’oro), oppure a favore di un sindacato che trova l’occasione buona per piazzare una tonnellata di ricorsi ciclostilati per devastare una certa impresa, senza contare il vero e proprio assalto alle assicurazioni.

Il bello ed il brutto del diritto è sempre questo: la stessa norma si presta a tanti usi. Alcuni sono fisiologici, altri sono impropri, abusivi, palesemente speculativi.
In questa prospettiva, l’interpretazione giurisprudenziale è il solo modo per contemplare l’assoluta diversità delle particolarità giuridiche che si dipanano nelle singole vicende di vita di ciascuno oltre che per stabilire equilibrio e valorizzare principi, come quello di buonafede o di uguaglianza, immanenti al sistema e difficilmente applicabili se il giudice viene ridotto a mera “bocca della legge”, come vorrebbe una certa vulgata, riprendendo inconsapevolmente una dottrina antica quanto empiricamente smentita.

Solo con l’interpretazione e con la “fisiologica” incertezza è possibile evitare di dare per scontato qualcosa a beneficio di chi vuol fare del diritto e della giurisdizione una prateria in cui lanciarsi in scorribande ed assalti alla diligenza. Parliamo di briganti che, con il favore della società incivile, hanno mandato in cancrena la giustizia e tutto il Paese.

Non è certo con la cristallizzazione degli indirizzi giurisprudenziali o con l’ipertrofia legislativa che si risolvono i problemi che affliggono la giustizia italiana, bensì con una valorizzazione delle risorse umane negli uffici giudiziari e con una responsabilizzazione vera della magistratura (leggasi, una riforma vera sulla responsabilità civile dei magistrati), come barriera contro quell’incertezza e quelle distorsioni non fisiologiche che, al contrario, non sono accettabili.


Autore: Davide Piancone

Nato in Puglia nel 1985, ha studiato giurisprudenza e conseguito il diploma di SSPL, approfondendo i temi dei diritti fondamentali, immigrazione e commercio internazionale. Fa parte dell'associazione Punto Lib, composta da giovani pugliesi liberali.

2 Responses to “Ode all’incertezza del diritto”

  1. luciano pontiroli scrive:

    Dott. Piancone, la Sua giovane età può valere come attenuante generica, ma non la scusa dall’omissione degli approfondimenti del caso.
    La certezza del diritto non è un’idea regolativa cara a vecchi giuristi, ma un’esigenza ineludibile per una democrazia costituzionale d’ispirazione liberale. Infatti, da un lato essa esprime il bisogno che le decisioni politiche, prese secondo le procedure previste dalla cosrituzione, siano attuate in concreto; dall’altro, soddisfa l’esigenza di prevedibilità delle conseguenze dei propri comportamenti che tutti i cittadini condividono. Noti che tale esigenza è comune ai sistemi di civil law ed a quelli di common law, anche se si tenta di soddisfarla con strumenti giuridici diversi.

    Non nego che, nei singoli casi, il diritto possa essere incerto e quindi vi sia spazio per un’interpretazione integrativa, se non creativa. Ma cosa ben diversa è teorizzare la discrezionalità del giudice, soprattutto quando la costituzione lo assoggetta alla legge.

    Mi permetta di consigliarle la lettura dei due volumi di Jacques Krynen, L’état de justice, Editions Gallimard, 2009 e 2012, che illustrano il contrasto tra giudici e politica in Francia dal medioevo ad oggi. Potrà trarne giovamento.

  2. Davide Piancone scrive:

    Il titolo è palesemente provocatorio, come si capisce sin dal primo paragrafo.

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