– Se 120 razzi non sono una guerra… Hamas li ha lanciati contro Israele in appena tre giorni e il numero sembra destinato a salire. E in mezzo a questo conflitto, rischia di accendersene un altro. Con la Siria, questa volta. Sul Golan. Israele ha chiesto alle Nazioni Unite di condannare la violenza di Hamas. Per ora non ha ricevuto alcuna risposta. Ha informato l’Onu che una risposta militare contro la Siria si renderà necessaria, se dovessero verificarsi altri incidenti di frontiera. Il governo di Gerusalemme ha anche inviato un messaggio di protesta ad Undof, la forza Onu che dovrebbe monitorare il Golan, ma che non ha impedito ai siriani di effettuare ben due violazioni in una settimana.

Quando si tratta di affrontare nemici esterni, Israele si è sempre trovato solo. E questa crisi non fa eccezione. Hamas si sente evidentemente incoraggiato da una congiuntura internazionale molto favorevole alla sua causa. In Egitto governa Mohammed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, il movimento ispiratore di Hamas e di tante altre organizzazioni radicali sunnite. Benché Morsi si sia mosso con grande tatto e pragmatismo, rispettando il trattato di pace con Israele, un peggioramento della crisi potrebbe indurlo a sfoderare la sua vera ideologia. Il presidente egiziano è stato filmato, il mese scorso, mentre partecipava a una preghiera per la distruzione degli ebrei. Altre circostanze potrebbero indurlo a mettere in pratica il suo credo religioso.

Negli Stati Uniti ha appena vinto Barack Obama: benché alleato dello Stato ebraico, in quattro anni ha già dimostrato di tollerare Hamas nel Medio Oriente, di contenere Israele più che i suoi nemici e di sostenere (in più di un caso) la politica di Morsi e dei Fratelli Musulmani. Il lancio di più di cento razzi contro lo Stato ebraico, nei giorni immediatamente successivi alle elezioni americane, potrebbe non essere casuale.

La Siria si trova in una condizione decisamente più difficile. La Lega Araba ha appena messo alle strette il regime di Bashar al Assad, riconoscendo formalmente il Consiglio Nazionale Siriano, il governo-ombra dei ribelli. La Turchia minaccia un conflitto, nel caso dovessero avvenire nuovi sconfinamenti dell’esercito di Bashar al Assad. E le tre democrazie occidentali più coinvolte (Usa, Regno Unito e Francia) non fanno più mistero di sostenere i ribelli, non solo politicamente, ma anche con l’invio di armi ed equipaggiamenti. Ma è proprio per questo motivo che la Siria può essere tentata di giocare la “carta israeliana”, come Saddam Hussein fece nel 1991. Trovandosi in guerra contro tutto il resto del mondo arabo, l’ex dittatore iracheno iniziò a lanciare missili contro lo Stato ebraico, proprio per provocare una sua reazione e spezzare l’alleanza filo-occidentale: fra i due nemici, tutti i governi arabi avrebbero certamente preferito combattere contro quello tradizionale: quello sionista. Bashar al Assad, oggi, si trova in una condizione analoga. E potrebbe adottare una soluzione analoga. Le due ultime violazioni sono errori o provocazioni? La settimana scorsa tre carri armati dell’esercito regolare siriano hanno stazionato nella zona demilitarizzata del Golan. Lunedì, appunto, un colpo d’artiglieria è finito vicino a un avamposto delle forze armate israeliane. E risale ad appena due settimane fa l’avvertimento lanciato dal governo di Gerusalemme al regime di Damasco: non verrebbe tollerato un passaggio di armi chimiche dalla Siria all’organizzazione terrorista Hezbollah, nel Sud del Libano.

Israele, dunque, si trova più solo che mai. E con le mani legate. Subisce il bombardamento di Hamas a Sud, ma risponde con il minimo indispensabile, colpendo le rampe e le aree di lancio dei razzi. Se dovesse lanciare un attacco (aereo o terrestre) più massiccio, potrebbe subire una dura risposta egiziana. Il Cairo coglierebbe immediatamente l’occasione per rompere il trattato di pace (come è scritto nel programma del partito Libertà e Giustizia di Morsi) e da lì alla guerra il passo sarebbe molto breve. Ancora peggio: gli Stati Uniti non appoggerebbero Israele in una sua azione su Gaza, come fecero nel 2008 (quando era ancora George W. Bush in carica), perché l’amministrazione Obama non vuole rompere i rapporti con il presidente egiziano Mohammed Morsi. Sul fronte siriano, l’esercito israeliano ha risposto con un singolo tiro di avvertimento al colpo di artiglieria finito dalla sua parte del confine. Ma è difficile che possa fare di più, perché in caso di guerra con la Siria, spezzerebbe la coalizione contro il regime di Assad. Proviamo ad immaginare gli effetti di un’azione israeliana. Anche un’operazione limitata, un raid aereo o di artiglieria, trasformerebbe il conflitto siriano da “civile” a “regionale”, da “ribellione interna contro un regime” a “conflitto fra un Paese arabo e lo Stato ebraico”. La Lega Araba dovrebbe automaticamente entrare in guerra contro Israele.

Fuori dalla Lega, la Turchia è ai ferri corti con Assad (tanto che il parlamento di Ankara ha autorizzato operazioni militari sul suo territorio, in caso di necessità), ma lo è ancor più con Israele. La sua opinione pubblica potrebbe rovesciare il governo islamico di Erdogan nel caso si dovesse combattere un conflitto al fianco dello Stato ebraico. Il premier turco ha appena annunciato la sua prossima visita a Gaza, per mostrare la sua vicinanza a Hamas. Vi sarebbe una svolta anche nella stessa guerra civile siriana: fra i ribelli si contano numerosi islamisti e comunisti, che punterebbero le loro armi contro il “nemico sionista”, prima ancora di proseguire la loro lotta contro Assad. In generale, l’opinione pubblica siriana, educata per decenni all’inimicizia contro il “nemico sionista” passerebbe, a questo punto, dalla parte di Damasco, per la “liberazione di Gerusalemme”. Prima il dovere poi il piacere: prima si combatte contro il nemico vero, esterno, poi contro il proprio regime oppressivo. È questo lo scenario che ci si deve attendere. Infine, ma non da ultimo, una guerra fra Israele e Siria verrebbe vista come una vera maledizione da tutte le cancellerie occidentali, perché il loro sforzo di isolare Assad nel mondo arabo verrebbe vanificato in un colpo.

A Israele, insomma, non resta che subire. Subire bombardamenti, morti fra i civili, la distruzione di case, serre, ospedali e scuole. Se dovesse difendersi, sarebbe ancor più isolato e dovrebbe affrontare ancor più nemici. Lo Stato ebraico inizia ad entrare in un vicolo cieco. “Merito” di democrazie occidentali che ormai lo vedono più come una seccatura internazionale che non come un’oasi di civiltà.