Ha vinto il Pd, ci perderemo tutti. Il no all’election day è ottuso e suicida

di CARMELO PALMA – Ne sembrano quasi tutti rassegnati, chi per una ragione chi per l’altra, ma la scelta di votare per le elezioni regionali in Lombardia, Lazio e Molise cinquanta giorni prima del rinnovo di Camera e Senato è istituzionalmente ottusa e politicamente suicida. L’elezione permanente come surrogato di una democrazia inefficiente, la “votomania” come alternativa all’agorafobia di partiti sbandati in un vuoto di credito e consenso è un contributo determinante al disordine politico. Ha vinto il Pd, che pensa di trarne vantaggio e di incassare il dividendo della rovina. Ci perderemo ovviamente tutti, anche i democratici, che regalano così a Grillo la scena e il copione perfetto per i suoi “numeri” elettorali.

Al di là del latinorum prefettizio o giudiziario che azzecca i garbugli delle norme e intrappola il voto regionale in un calendario perentorio, non c’è una ragione ragionevole che giustifichi il no all’election day e persuada ad un’idea puramente regolamentare della legislazione elettorale. Un voto “globale” a mezza strada tra la scadenza naturale delle Regioni e quella del Parlamento – diciamo ad inizio marzo? – sarebbe stato assai meno pesante in termini democratici di un voto “rateale” che scadenza lungo un intero semestre il redde rationem con il vecchio regime.

Se a inizio febbraio si vota in Lazio e in Lombardia, oltre che in Molise, la legislatura politica è già finita. E se è già finita, tanto vale sciogliere le camere subito dopo l’approvazione delle leggi di stabilità e di bilancio. Tenerle invece aperte fino all’imminenza del voto regionale – non si può scioglierle tra qualche settimana per votare ad aprile, come Napolitano pare preferirebbe, in vista della sua successione al Quirinale – vuol dire fare delle camere un puro palcoscenico elettorale e del voto regionale una sorta di anteprima del voto politico. Per non lasciare cinquanta giorni in più le regioni in ordinaria amministrazione – cosa che non fa danni, ma semmai ne rimedia – si consegna per un tempo lunghissimo la politica italiana a una straordinaria e patologica eccitazione pre-elettorale (con maggiori spese che peraltro non si calcolano in migliaia, ma in decine di milioni di euro).

Si voterà con sistemi elettorali diversi e per il Parlamento neppure ancora si sa con quale (lo decideranno le Camere mentre i partiti avranno già iniziato a darsele di santa ragione a Roma, Milano e Campobasso). Si voterà per ragioni diverse, alcune naturali, altre artificiali, tutte legate al collasso del sistema berlusconiano e dunque coincidenti in senso politico e cronologico. Si voterà con partiti che tenteranno comprensibilmente di adattare alla diversa forma elettorale – bipolare in un caso, antibipolare (così parrebbe) nell’altro – la sostanza di un disegno politico che difficilmente potrebbe rispondere a geometrie troppo variabili.

L’election day avrebbe ordinato la dialettica elettorale secondo un unico schema, al di là della legge elettorale. Lo spacchettamento del voto incentiverà invece l’eccezione e la prevalenza di convenienze particolaristiche e parassitarie, una somma di mosse e di contromosse che non faranno mai un totale politicamente “leggibile”.  Dire che da questo casino  se ne ricavi un saldo “democratico” positivo è davvero un po’ troppo, per far finta di crederci.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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