Parigi tassa l’olio di palma: ecco “l’emendamento Nutella”

– Mettere una maschera salutista e ambientalista a imposte il cui unico scopo è risanare il bilancio pubblico sembra essere diventata una specialità tutta francese. Dopo la vicenda della tassa sul cosiddetto junk food, che l’anno scorso aveva coinvolto i gruppi Coca Cola e Schweppes, oggi a tornare all’attacco è il ministro del budget francese Jerome Cahuzac.Il governo Hollande, infatti, vorrebbe aumentare del 300% la tassa sull’olio di palma, ingrediente usato in una vasta gamma di prodotti alimentari, primo fra tutti la Nutella. In tale direzione si è già mossa la commissione degli Affari sociali del Senato, che lo scorso mercoledì ha inserito un emendamento al bilancio del sistema di sicurezza sociale francese – già ribattezzato “emendamento Nutella” – puntando all’esoso aumento della tassa. Si stima che la rinnovata crociata contro l’olio di palma, nuovo e inaspettato nemico pubblico francese, porterebbe nelle casse dell’Eliseo circa 40 milioni di euro in più rispetto ad oggi.

Non accade tutti i giorni di assistere ad incrementi del 300% delle tasse su prodotti ampiamente utilizzati nel settore alimentare; dunque, perché proprio l’olio di palma? Probabilmente perché contro di esso si staglia un numero di interessi organizzati sufficiente a giustificare l’intervento di un governo, ben lieto di spianare la strada ad una nuova fonte di aumento del gettito attraverso una narrazione imperniata anzitutto sul valore decisamente poco liberale dell’igiene pubblica e dello Stato paternalista, che tassa ciò che per suo interesse ritiene poco salutare, come fosse un padre che nasconde la cioccolata al figlio sovrappeso.

Altro quesito di fondamentale importanza: l’olio di palma fa poi così male? Il solo fatto che sia contenuto in tanti di quegli alimenti da farci dimenticare della sua presenza suggerisce il contrario. Come ha ben precisato la Ferrero, azienda produttrice della Nutella, l’olio di palma, a differenza di molti altri oli vegetali, è totalmente privo di grassi idrogenati – quelli sì fortemente nocivi per la salute. Tuttavia, gli interessi dei produttori di oli vegetali direttamente concorrenti con l’olio di palma, hanno buon gioco a mettere in discussione la qualità di un prodotto che, insieme all’olio di soia, è l’olio commestibile più prodotto al mondo.

La vera potenza della crociata contro l’olio di palma, tuttavia, consiste nella creazione di una narrazione unica e apparentemente coerente da parte di tutti gli agenti che hanno interesse affinché il consumo mondiale di olio di palma si riduca drasticamente. All’ingannevole salutismo degli altri produttori di olio e al paternalismo di governi alla disperata ricerca di nuove entrate, si aggiunga il malcelato protezionismo di organizzazioni che usano la retorica ambientalista per distrarre l’opinione pubblica dalla loro volontà di escludere le potenze del sud-est asiatico dall’ingresso nel mercato globale. La frittata è ben servita, ed ecco spiegate le ragioni di tanta determinazione da parte del ministro Cahuzac.

Danni alla salute, causa di deforestazione. A sentire un ministro del bilancio intento a far quadrare i conti di un paese che deve scongiurare un nuovo downgrade nel rating del debito sovrano, non si dovrebbero avere dubbi sulle ragioni che animano certe affermazioni. La produzione di olio di palma non ha nulla a che vedere con le storie di devastazione dell’ambiente e di deforestazione, con buona pace di chi ha interesse a raccontare il contrario. Un caso su tutti sia da esempio: quello della Malesia, che grazie alla produzione di olio di palma ha sperimentato un crescita economica senza precedenti, che ha coinvolto tutti gli strati della popolazione, con importanti benefici anzitutto a favore delle classi rurali e meno abbienti. Negli ultimi cinquant’anni, infatti, il numero di malesi che vivono sotto la soglia nazionale di povertà si è ridotto dal 40% al 5%. Allo stesso modo le foreste, concepite come fonte di crescita e benessere, vengono per questo fortemente tutelate dai malesi, attraverso appositi programmi di salvaguardia.

Il ministro Cahuzac dovrebbe convincersi che i problemi di bilancio non si risolvono tentando di incrementare le entrare con tasse che finiscono per contrarre i consumi e la produzione e raramente producono il gettito desiderato, ma ponendo fine all’emorragia delle finanze pubbliche con tagli netti alla spesa. Tuttavia, fin quando la pratica della spending review sarà concepita come una nota di demerito nell’operato di un politico, questi preferirà dieci volte su dieci – e per ovvie ragioni – mettere le mani in tasca ai cittadini e permettere al Leviatano di ingigantirsi ancora piuttosto che fermare quell’emorragia che, di questo passo, finirà per dissanguare tutti. Francia compresa.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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  1. […] Daniele Venanzi, 13 novembre 2021, Libertiamo.it Posted in Agricoltura e mercato, Politica e risorse Tagged ambientalismo, budget, Cahuzac, emendamento nutella, Ferrero, Francia, Holland, junk food, lobby, malesia, ministro, olio di palma, spesa pubblica, sud-est asiatico, tassa […]