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In auto (elettrica) sulla strada verso il risparmio energetico

– È tutt’ora in corso la consultazione pubblica sulla Strategia energetica nazionale, che si concluderà il prossimo 30 novembre.

Alcuni punti di vista sono già espressi pubblicamente nel corso delle audizioni sul medesimo tema che si sono svolte nelle ultime settimane in commissione industria, nell’ambito di un’indagine conoscitiva che si sta trascinando da oramai due anni.

Un paio di settimane fa abbiamo commentato le parti, non estese, invero, relative all’auto elettrica. Una tecnologia dipinta dal Governo come una promessa a venire, una tecnologia non matura ma da cui si attende nel lungo periodo benefici in termini economici ed ambientali.

I soggetti ascoltati in commissione non hanno ignorato la novità rappresentata dalla mobilità elettrica.

Un primo gruppo di osservazioni riguarda gli effetti della diffusione dei veicoli elettrici sui consumi. Con la crescita del settore, è prevedibile un aumento dei consumi elettrici per l’utilizzo di auto elettriche (+3 TWh nel 2010 secondo l’ACEA, +5,7 TWh secondo altre stime), a fronte di una drastica riduzione dei più inquinanti carburanti tradizionali. Ricerca Sistema Energetico, una società controllata da GSE Spa che svolge attività di ricerca in campo energetico, si pone una domanda: come si concilia la finalità di promozione della mobilità sostenibile con l’obiettivo di mantenere fino al 2020 i consumi elettrici ai livelli del 2009? L’auto elettrica consuma energia ma fa bene all’ambiente. I benefici per le città da una conversione complessiva all’auto elettrica porterebbe sono evidenti: la riduzione del particolato del 75%, l’abbattimento delle emissioni di CO2 del 40%, l’azzeramento dell’emissione di monossido di carbonio.

Sempre RSE sottolinea come la mobilità elettrica sarebbe “in grado di ridurre drasticamente l’impatto ambientale delle automobili nei centri urbani e nel contempo abbassare i consumi di energia primaria” (misurabile in tonnellate equivalenti di petrolio), dato che gli impianti di generazione elettrica da cui deriva la ricarica dell’auto elettrica sono evidentemente più efficienti del motore a scoppio di un’automobile tradizionale.

È quindi legittimo chiedersi se un obiettivo come quello posto dalla SEN non solo sia raggiungibile (in alternativa all’aumento dell’efficienza energetica, un costante declino dell’economia potrebbe aiutare da questo punto di vista), ma se in fin dei conti abbia davvero senso.

Poiché l’energia elettrica impiegata per la mobilità evita un consumo più inquinante di carburanti, perde ragion d’essere anche la struttura progressiva delle tariffe elettriche.

Un secondo tema è quello legato alle fonti intermittenti. Una prima notizia è che anche l’ANEV, associazione che riunisce i produttori di energia eolica, ammette l’esistenza di una problematica connessa alla non programmabilità dell’energia prodotta da sole e vento. Un piano di sviluppo delle batterie per consentire la crescita della mobilità elettrica potrebbe essere la chiave di volta per gestire in sicurezza quella che viene chiamata la “sovrapproduzione rinnovabile”. Un win win che, nella speranza di poter raggiungere in tempi brevi la grid parità (e questo dovrebbe essere più che altro un imperativo), potrebbe consentire anche di mitigare i rischi legati alla gestione in sicurezza delle fonti intermittenti e dare un nuovo sbocco all’energia da queste prodotte.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

7 Responses to “In auto (elettrica) sulla strada verso il risparmio energetico”

  1. Pier Luigi Caffese scrive:

    Chi parla a vanvera di auto elettriche o idrogeno dovrebbe verificare i conti e sapere che in Italia l’energia elettrica di alimentazione costa troppo cara e quindi solo degli incapaci comprano auto elettriche o idrogeno.Se non scende a livello di 30 euro al MWh come scritto nel mio piano è come proporre tartufi ai guidatori.Leggasi la diatriba Clini-Marchionne dove Marchionne non investe dato il costo abnorme dell’energia elettrica da noi e costo che i Ceo attuali non vogliono tagliare del 50%.

  2. Giemme auto srl scrive:

    Con le auto elettriche si risolverebbero parecchi problemi.

  3. Giuseppe D. scrive:

    Caro Pier Luigi, secondo me sei un po’ fuori rotta. Considera che l’elettricità che abbiamo nelle nostre case costa da 0,14 a 0,20 € al kWh… per una Mitsubishi i-MiEV con batteria da 16 kWh che permette di percorrere 145 km (dichiarati), mettiamo che siano 100 reali, grazie ad una difficilissima moltiplicazione 0,17 (media di 0,14 e 0,20) x 16 kWh = 2,72€ ma aggiungiamo 2 kWh di dispersione energetica che porta il tutto a 0,17×18= 3,06 €.
    Ora non so tu che auto utilizzi e che tartufi mangi, ma se trovi un’auto con motore a combustione interna che mi permetta di fare 100km con 1,75 litri (3,06 € / 1,75 € prezzo benzina), oppure se trovi 100 gr di tartufo bianco a 3,06 € allora ti prego di contattarmi. Davvero però!
    La verità è che solo gli incapaci continuano a spendere un delirio di soldi per cercare di capire per quanto altro tempo possiamo spremere il nostro pianeta invece di investirli per cercare di cambiarlo!
    Con affetto.

    GD

  4. Marco Galliano scrive:

    Chissà perchè Libertiamo si è innamorato dell’auto elettrica, che ricordo è praticamente inesistente sulle nostre strade.
    Forse perchè appunto l’auto elettrica sarebbe una batteria di accumulo per l’energia prodotta dall’ANEV? Ma allora forse a Libertiamo in realtà interessa l’eolico. Sbaglio?
    Allora forse sarebbe meglio dire: “A noi ci piace un sacco l’eolico, vogliamo che gli incentivi vadano all’eolico, alle rinnovabili elettriche invece che all’efficienza energetica, allle rinnovabili termiche. Vogliamo tante belle batterie per le pale dell’ANEV, se hanno le ruote meglio.”

  5. Marco Galliano scrive:

    <>

    Si pongono con ogni urgenza all’attenzione degli On.lli Presidente del Consiglio e Ministri in indirizzo le osservazioni di cui al documento in epigrafe, di seguito SEN, allo scopo di richiamare una più rigorosa valutazione, in particolare sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di impianti eolici.

    Le associazioni firmatarie ritengono che il proposito di elevare al 36-38% la percentuale di contributo rinnovabile nel comparto elettrico previsto al 2020, costituisca un elemento di grave contraddizione con le principali finalità dichiarate dalla Strategia energetica nazionale. L’attuale obiettivo del 26,39% è stato raggiunto con 8 anni di anticipo ma ha comportato conseguenze negative sul piano economico, sociale e ambientale. Ora, esso non può essere aumentato ulteriormente senza alcuna preventiva valutazione di carattere territoriale, ambientale, paesaggistica ed economica.

    Com’è noto, le scriventi Associazioni sono fautrici delle fonti rinnovabili ma ben conoscono i limiti delle fonti rinnovabili elettriche intermittenti oltre alle conseguenze della colossale speculazione finanziaria e territoriale che caratterizza il loro sviluppo da anni.

    L’aumento dell’obiettivo delle rinnovabili elettriche senza che sia posto alcun limite alle tecnologie, come l’eolico, che comportano consumo del territorio e danno al paesaggio comporterà il sacrificio di ulteriori territori fra i più belli e delicati del nostro Paese per conseguire nel breve tempo dei soli 8 prossimi anni un incremento di ben ulteriori 10-12 punti percentuale di contributo rinnovabile nel comparto elettrico.

    Il traguardo del 2020 appare troppo ravvicinato rispetto all’ambiziosa percentuale prevista del 36-38% e per la quale non vi è alcun nuovo obbligo internazionale.

    Una forzatura oggettivamente irrazionale e ingiustificabile se non con un ennesimo lucroso regalo a chi ha già occupato migliaia e migliaia di ettari con piantagioni eoliche o distese di pannelli fotovoltaici, consegnando e condannando l’Italia a ulteriori scempi su vasta scala.

    Ciò è ancora più imperdonabile in un durissimo contesto economico e finanziario in base al quale dovrebbero essere tagliati sprechi e speculazioni e dovrebbero essere favorite politiche che compenetrino non solo la riduzione dei gas serra ma anche risvolti diffusi di carattere sociale, come il sostegno ai trasporti pubblici (colpiti invece dal taglio di risorse) o agli impianti solari e fotovoltaici sui tetti degli stabili condominiali o delle aziende agricole, con indirette integrazioni al reddito delle famiglie, o, ancora, il sostegno ai nostri ricercatori dirottando una più dignitosa frazione del fiume di incentivi all’innovazione tecnologica di tutto il settore delle rinnovabili.

    Con questa SEN si predispongono pesanti aggravi di spese in danno di famiglie, consumatori e imprese perseguendo risultati di contenimento delle emissioni più modesti rispetto alle alternative.

    La percezione è che, non avendo senso assegnare altre risorse al settore rinnovabile elettrico per un obiettivo già conseguito, si è inteso giustificare tali spese (12,5 miliardi di euro all’anno fissati come tetto di spesa con un decreto esecutivo per il contenimento dei costi degli incentivi non più tardi del luglio scorso –DM 6.7.1012-), e cioè 3,5 miliardi in più rispetto al già abnorme fardello dei 9 miliardi che si erano spesi nel 2011) elevando lo stesso target piuttosto che sostenere altri settori in ritardo, come risulterebbe di immediata percezione nei grafici comparativi a pag. 66, se non fossero stati rappresentati in modo distorto (curva incentivi alle rinnovabili elettriche).

    E dunque, nel testo della SEN, tale tetto di spesa di 12,5 miliardi annui appare ora il vero obiettivo da perseguire, trasformando il mezzo in un fine, e rendendo di conseguenza obbligatorio e strumentale l’aumento spropositato ed irrazionale del target delle rinnovabili elettriche.

    A conferma di questa percezione, nella SEN viene poi stravolta la logica stessa alla base del summenzionato decreto, che avrebbe comportato un massimo della spesa attorno al 2020 per poi calare negli anni successivi al progressivo venir meno dei precedenti incentivi più generosi. Infatti nelle revisioni a pag. 65 sono stati frettolosamente corretti i “3,5 miliardi l’anno … per 20 anni”, previsti dal citato DM a favore del settore elettrico, in “12,5 miliardi l’anno … per 20 anni”, trasformando così tale somma di 12,5 miliardi, da tetto di spesa, in un credito rotativo ventennale, aumentando ancora a dismisura l’onere in bolletta a carico della prossima generazione di italiani e le offese al territorio nazionale.

    Agli altri ambiti di intervento, ben più strategici, come l’efficienza energetica o le rinnovabili termiche, non sono dedicati altro che ragionamenti e riflessioni privi di progetti per un sostegno concreto, certo e continuativo. Tale deduzione è ancor più grave se si nota che in tali settori, meno impattanti, si concentrano le eccellenze dell’industria italiana.

    Un elemento oggettivo di irrazionalità deriva da quanto si afferma a pag. 42 in cui si rileva che, come percentuale sui consumi, il calore (riscaldamento e raffrescamento) “rappresenta la quota più importante, pari a circa il 45% del totale, seguito da quello dei trasporti, con poco più del 30% e INFINE da quelli elettrici.”

    Si sceglie quindi di privilegiare il settore meno importante dei tre, dove gli interventi saranno meno efficienti e che ha già beneficiato di enormi incentivi.

    In sostanza la SEN cerca di giustificare un grandioso spreco di risorse invece di ottimizzarle.

    Le stesse problematiche sono state sollevate in altre sedi da autorevoli figure come ad esempio l’AEEG (Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas), nelle audizioni in sede di Commissione Ambiente alla Camera (19.5.2011) o nella relazione annuale sullo stato dei servizi e le attività svolte (27.6.2012), ma la politica governo ha sempre evitato di ascoltare tali voci evidentemente invischiata in un opaco gioco di interessi.

    La stessa AEEG, nei suoi pareri sostiene come, sebbene in base all’obiettivo italiano del 17% nel rapporto tra consumi finali attribuibili a FER e quelli attribuibili ad energia primaria, emerga come 1 tep (tonnellata equivalente di petrolio) nei consumi finali da fonti rinnovabili sia equiparabile alla riduzione di quasi 6 tep nei consumi totali di energia, è altrettanto incontrovertibile come 1 tep di maggiore produzione di energia elettrica da rinnovabile eolica (certificati verdi) comporti un onere annuo di 930 euro.

    Tale onere si ridurrebbe a 350 euro se derivante da rinnovabile termica o circa 100 euro se da interventi di risparmio energetico.

    Non ultimo anche l’OCSE nel suo rapporto sull’Italia al 2011 affermava, tra le varie criticità nei confronti dell’azione di perseguimento degli obiettivi comunitari sulla riduzione di CO2, che l’utilizzo delle rinnovabili elettriche è uno dei modi più costosi per ridurre le emissioni di gas serra. E ancora… “I costi legati al sistema di incentivi per le rinnovabili sono molto maggiori delle esternalità evitate con la mancata produzione da fonte fossile… Gli incentivi alle rinnovabili termiche sono essenzialmente legati a deduzioni fiscali, tendenzialmente bassi e dal futuro sempre incerto”.

    Se le Associazioni ambientaliste più avvedute e qui firmatarie fossero state ascoltate, l’Italia avrebbe potuto perseguire lo stesso obiettivo di crescita del contributo rinnovabile al settore elettrico oggi raggiunto, semplicemente promovendo il fotovoltaico sulle superfici urbanizzate, senza disseminare imponenti torri eoliche e senza bruciare enormi risorse finanziarie con la pessima logica del “tutto e subito” ma sfruttando fino al 2020 la curva di riduzione dei costi e di crescita di rendimento della tecnologia fotovoltaica.

    Un capitolo a parte è rappresentato dalla grande opportunità di utilizzare il sistema infrastrutturale del nostro Paese che non può essere monouso (infatti già ospita normalmente una serie di sottoservizi) per la posa di pannelli fotovoltaici: si pensi alle barriere antirumore per le autostrade e per le linee dell’alta velocità. Sono km di pannelli che non impattano sul territorio sostituendosi o appoggiandosi a strutture già esistenti e previste per legge.

    Questo Governo dovrebbe prendere atto degli imperdonabili errori commessi in passato, e dell’umiliazione e della rabbia delle popolazioni locali, con l’alienazione di interi comprensori massicciamente colonizzati da pale e pannelli ed evitare di reiterare questi errori.

    Anzi, coerentemente con il momento difficile in cui gli italiani sono chiamati (o costretti) a pesantissimi sacrifici perfino nelle componenti più deboli o vulnerabili (vedasi tassazione delle pensioni di invalidità!), l’azione di Governo dovrebbe ora riequilibrare questi sforzi tassando le rendite comodamente garantite per molti anni dai megaimpianti eolici e fotovoltaici e destinare queste risorse a azioni di bonifica delle situazioni più grottesche.

    Le scriventi associazioni ritengono che la crescita degli obiettivi di riduzione dei gas serra debba essere perseguita con convinzione MA nella misura e nella proporzione temporale, adeguata alla capacità produttiva delle stesse rinnovabili, alla sostenibilità ambientale e in relazione alle opzioni permesse dal nostro territorio che rappresenta un bene limitato, prezioso e irrinunciabile.

    Considerando la vocazione italica, le Associazioni qui firmatarie ma, ci si permette di far notare, interpretando il pensiero di innumerevoli comitati e semplici cittadini, sono dell’avviso che una ulteriore crescita di contributo rinnovabile al comparto elettrico possa avvenire moderatamente e attraverso tecnologie come il fotovoltaico capaci di integrarsi nei tessuti già urbanizzati ma privi di significato storico e architettonico.

    In Italia sono stati occupati dal cemento 750.000 ettari di territorio solo tra il 1995 e il 2006. Senza contare altre estensioni urbanizzate e compromesse in altri periodi.

    Non sarebbe “strategico” conferire a questi spazi una funzione plurima che contempli anche la produzione energetica oltre che il consumo, per altro evitando elettrodotti per il conferimento dell’energia dalle campagne alle aree di consumo o a maggiore magliatura elettrica ?

    In linea di principio e con la doverosa armonia temporale che non coincide col 2020, un aumento del 10% del contributo rinnovabile al comparto elettrico potrebbe derivare da circa 30.000 MW di potenza fotovoltaica da insediare su tetti di edifici e capannoni, tra le centinaia di migliaia costruiti dal dopoguerra, per una superficie equivalente a circa 60.000 ettari.

    Occorre maturare la consapevolezza che il territorio, con i suoi celebrati paesaggi rurali, con la natura, con le ricchezze storico archeologiche, con i suoi equilibri agro-pastorali, rappresenta il bene più prezioso da salvaguardare per un Italia che voglia riscattarsi e combattere la crisi.

    Alla luce della devastazione territoriale in essere e di quella confermata con la SEN, le affermazioni contenute a pag. 27, dove ci si preoccupa della “preservazione paesaggistica e di ecosistema” suonano come una beffa. Anzi, si pongono in contraddizione con l’esigenza di limitare e possibilmente arrestare il consumo di suolo, come pure annunciato dal Governo con il percorso normativo intrapreso e presentato dal Presidente del Consiglio il 12 settembre scorso.

    Ci si permette, infine, di stigmatizzare la scarsa considerazione espressa nella SEN a proposito di Ricerca e Innovazione. Se, nell’ultimo decennio, la ricerca avesse potuto disporre, anche solo parzialmente, delle risorse previste per eolico e fotovoltaico, già oggi saremmo assai più vicini alla decarbonizzazione dell’economia di quanto non possa prevedere la Strategia energetica nazionale.

    In sintesi si chiede di fermare il disastro urbanistico, territoriale, ambientale, paesaggistico e non necessario, in atto con la corsa all’eolico, di dirottare più utilmente le risorse finanziarie verso serie politiche di efficienza e risparmio energetico, riscaldamento-raffrescamento, trasporti e soprattutto ricerca e innovazione. E’ possibile sostenere una eventuale, moderata crescita delle rinnovabili elettriche solo con il fotovoltaico sulle superfici edificate.

    Sicuri che la presente sarà debitamente considerata, si rimane in attesa di conoscerne gli sviluppi.

    In fede

    ALTURA, il Presidente Stefano Allavena

    Amici della Terra, la Presidente Rosa Filippini

    Comitato Nazionale del Paesaggio, il Segretario Oreste Rutigliano

    Comitato per la Bellezza, il Presidente Vittorio Emiliani

    Italia Nostra, il Presidente Marco Parini

    LIPU Birdlife Italia, il Presidente Fulvio Mamone Capria

    Mountain Wilderness, il Presidente Carlo Alberto Pinelli

    Movimento Azzurro, il vice Presidente Dante Fasciolo

    Movimento Naz. Stop al Consumo di Territorio, il Coordinatore Alessandro Mortarino

    VAS, il Presidente Sen. GuidoPollice

  6. Piercamillo Falasca scrive:

    Caro Marco Galliano,
    non ci siamo “innamorati” dell’auto elettrica. Abbiamo “banalmente” scelto di seguire un tema, con tutti i suoi risvolti, che crediamo possa essere un buon paradigma per capire il nostro approccio pragmatico alle questioni ambientali, che amiamo declinare con attenzione allo sviluppo e all’innovazione tecnologica, contrapponendo le nostro proposte all’ambientalismo ideologizzato e punitivo.

  7. Marco Galliano scrive:

    Non mi sembra che la lettera di osservazioni alla SEN che le 10 asociazioni hanno mandato al governo si configuri come “ambientalismo ideologizzato e punitivo”.
    L’ambientalismo ideologizzato (e pure punitivo) è quello di Legambiente e Greenpeace, magari. Associzioni che sono salite sul carro delle rinnovabili, si sono parzialmente trasformate in lobby industriali e sono molto amiche dell’ANEV. Sarebbe bene che ognuno faccia il suo mestiere e non mescolare lobbismo con protezione dell’ambiente.
    Ottimo che voi abbiate un approccio pragmatico alla questione energetica, ma allora, per favore, lasciate perdere l’ANEV e tutte le associazioni lobbistiche di quel genere (praticamente si tratta di tante FIAT assistite dallo Stato) che sono esclusivamente interessate agli incentivi che, lo ricordo, sono forzosamente pagati dai cittadini-clienti che non hanno nessuna possibiltà di non pagarli, non hanno libertÀ di scelta, sono clienti sudditi.
    Il liberismo economico non ha nulla a che spartire con ANEV e simili.

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