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Il Partito a congresso a Pechino. La lotta finale sta solo cominciando (e non è dentro il potere comunista)

Il 18° Congresso del Partito Comunista Cinese ispira una certa impressione di già visto. A prendere per buona la mimica facciale degli eminenti congressisti, i discorsi sono sempre di una banalità perfetta e di una noia totale. Quanto si dice lì è del resto ininfluente visto che – tutti i commentatori su questo convengono –  i giochi erano fatti prima che le porte del Palazzo del Popolo si aprissero ai 2.270 delegati.

Come i cremlinologi ancora qualche anno fa, gli esperti del Zhongnanhai sono ridotti ai calcoli e alle scommesse sulla base dei rumors, delle fughe di notizie più o meno organizzate o delle  sapienti decrittazioni dei discorsi ufficiali. Nel contesto dell’attuale congresso, la questione più interessante (è tutto dire) è probabilmente quella relativa al numero di membri del futuro Comitato permanente. Saranno ancora 9 oppure soltanto 7 ? Alcuni, pessimisti, vedono nel passaggio da 9 a 7 membri, il modo per impedire la promozione di due riformatori, tra cui Wang Yang, il governatore della provincia di Guandong. Altri, nettamente più ottimisti, vedono in questo la possibilità di impedire che il capo della Commissione degli Affari Pubblici e Giuridici faccia parte del Comitato permanente, riducendo in questo modo  la presa del partito sul potere giudiziario e consentendo, allo stesso tempo, di fare un passo in direzione dello stato di diritto.

Si può ragionevolmente dubitare che, comunque si risolva la questione, l’esito possa aver un impatto in grado di modificare la natura totalitaria delle strutture di potere di Pechino. Avvenimenti recenti sembrano più suscettibili di informarci sul futuro corso dell’Impero Celeste. La rimozione del principe rosso Bo Xilai conferma il predominio dei difensori della via di mezzo, la via della stabilità. Le audacie riformatrici non saranno tollerate più delle derive populiste dell’ex capo di Chongqing. Allo stesso modo, la recente “legalizzazione” delle procedure di arresto e di detenzione extra-giudiziarie, agli antipodi della costruzione di uno stato di diritto, ci ricorda che ciò che vale per l’élite vale a fortiori per gli oppositori e il “piccolo popolo””. Infine, la clamorosa pubblicazione da parte dei mass media di notizie sulla imponente fortuna della famiglia del futuro presidente e capo del partito, Xi Jinping, dà una buona idea di quale sarà il margine di manovra dell’uomo che andrà a capo del paese.

Nella Cina ufficiale non mancano i segnali che lasciano presagire che il modo di governo dei prossimi dieci anni non sarà molto diverso da quello del decennio che si conclude. La nuova élite continuerà l’opera di quella precedente. Sia per ridurre la sua dipendenza nei confronti delle esportazioni che per “comprare” la pace sociale, perseguirà prudentemente una politica mirata ad accrescere la domanda interna.

La Cina apparentemente trionfante non è l’Unione Sovietica in declino degli anni ’80. Alla differenza dei privilegiati del regime brezneviano nel comunismo morente di Mosca, le perdite economiche dell’apparato comunista cinese, nel caso di una effettiva transizione verso lo stato di diritto e la democrazia, non sarebbero solo simboliche. Il capitale politico e economico accumulato dai membri del PCC (82 milioni di persone) e il particolare dalla sua oligarchia rossa è direttamente legato alla permanenza del sistema marxista-leninista nella sua versione geneticamente modificata, antitesi più compiuta dello stato di diritto.

Verosimilmente, la spinta per la costruzione dello stato di diritto e della democrazia in Cina non potrà quindi venire dall’interno del potere cinese, ma dalla società stessa, dalle battaglie di contadini che difenderanno le loro terre, degli operai che insorgeranno contro le loro condizioni di lavoro, dei movimenti nazionali (Tibetani, Uiguri, Mongoli) che si mobiliteranno per liberarsi dal dominio imperiale, dei movimenti di consumatori e dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente … Una lotta che si preannuncia dura quanto lunga e che vedrà l’alternarsi di repressioni mirate e di momenti di compromesso, da cui emergeranno conquiste “democratiche” fragili e parziali che lo stato ed il partito si ingegneranno costantemente a sabotare. La lotta finale è già cominciata, ma sarà lunga e difficile.


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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