Genova pensa alle smart city del futuro, ma dimentica la città del presente

– A Genova, città sulla quale convergono quattro autostrade che non assicurano più da tempo lo scorrimento necessario, è in progetto il raddoppio dell’A10, la cosiddetta Gronda. Un tracciato complessivo di 65 km, lungo il quale saranno necessari 10 nuovi viadotti e 1 nuova galleria. Per un costo stimato di 3,4 miliardi.

Il problema è che alla realizzazione di quest’opera si sono dichiarati contrari i consiglieri di Sel, Fds, Lista del sindaco Doria e i grillini. Mentre favorevoli ad essa è il Pd, insieme al Pdl e all’Udc. Tra strumentalizzazioni e dichiarazioni super partes, peraltro in attesa del parere della VIA, la Valutazione dell’impatto ambientale, la questione esiste. Concretamente. In una città nella quale si strizza l’occhio alle smart city del futuro, prestando non di rado troppo scarsa attenzione ai problemi della città del presente.

Questo è stato, questo è stato, una volta, in una città“, diceva una voce fuoricampo, citando versi di Franco Fortini, in Sopraelevata, una strada d’acciaio, un vecchio film girato a Genova da Valentino Orsini nei primi anni ’60. Un film che documenta le fasi della costruzione della strada sopraelevata della città ligure. Quasi cinquant’anni dopo, nel 2010, con il documentario “La bocca del lupo”, vincitore del Torino Film Festival, Pietro Marcello racconta il declino industriale di Genova, interscambiandolo con una storia d’amore. Ora Genova non è la città che si pensava potesse diventare. Anche, soprattutto, per quel che riguarda l’urbanistica.

La sopraelevata, la Aldo Moro come è stata rinominata, congiunge ancora il quartiere della Foce con il casello autostradale di Genova Ovest. Ma come proposto da un pool di architetti sarebbe necessario ripensarne l’utilizzo. Trasformandola in una strada pedonale.

Ma intanto la città, a dispetto dei progetti futuri, vive con disagio il presente. Fatto di un centro storico nel quale non è infrequente la presenza di edifici in abbandono o comunque da rifunzionalizzare. Ma anche di un’area di cintura, nella quale le non infrequenti dismissioni industriali hanno lasciato strutture anche di grande ingombro vuote, in attesa di un riutilizzo. In entrambi i casi, risultato dell’incapacità delle diverse amministrazioni locali succedutesi nel tempo. “Zone d’ombra”, trasformatesi progressivamente da risorse in simboli di incuria e degrado.

Dal quale sembrerebbero dover uscire i 38mila metri quadrati degli ex Stabilimenti Mira Lanza a Rivarolo in Val Polcevera. Dopo decenni di abbandono che hanno comportato la demolizione di molti edifici e uno stato precario di conservazione di quanto rimasto, finalmente, nel marzo 2012, il Consiglio comunale ha dato il via libera alla riqualificazione dell’area. Che, seguendo le linee tracciate dal PUC, dovrebbe prevedere la realizzazione di una piastra sanitaria, residenze, spazi commerciali e servizi pubblici (nuova fermata ferroviaria di Teglia). Anche se l’avvio dei lavori ancora non c’è stato.

Un po’ quello che sta avvenendo all’area ex Verrina, a Voltri. L’ennesima operazione di trasformazione di un’area industriale dismessa destinata nel prossimo futuro ad accogliere attività commerciali ed insediamenti residenziali, con l’aggiunta di opere di compensazione quali un asilo, spazi verdi, un centro per l’assistenza degli anziani ed un impianto sportivo. Un’area di oltre 16mila metri quadrati, lungo l’Aurelia, tra il casello di Voltri-Prà e l’ingresso nell’estrema delegazione ponentina. Un tempo occupata da uno stabilimento metalmeccanico. In realtà anche qui tutto sarebbe pronto dopo che il Consiglio comunale nella seduta pubblica del 28 aprile 2011 ha approvato lo schema di assetto urbanistico (SAU) relativo all’ambito speciale di riqualificazione urbana n. 3 del PUC, ex stabilimento Verrina e la bozza di convenzione fra il Comune di Genova e la proprietà, ovvero la società Salati Armando spa, relativa all’attuazione degli interventi previsti dal SAU. Un progetto fermo a causa della difficile congiuntura economica e soprattutto del calo verticale dei valori immobiliari.

Continuano a “soffrire” le aree più centrali come la Maddalena nel Municipio Centro Est, tra il Porto antico di Renzo Piano e il quartiere ottocentesco. Così come quelle immediatamente più esterne come Sampierdarena nel Municipio II Centro Ovest.

Il quartiere della Maddalena, nel cuore del Centro Storico di Genova, si sviluppa intorno alla via omonima. Con vicoli bui e umidi che si alternano a piazzette, sui quali insistono negozi di ogni tipo, edifici fatiscenti e palazzi nobiliari. Edifici storici che versano in condizioni di degrado e sovraffollamento. Ma anche palazzi antichi e nobiliari che nei secoli sono stati suddivisi in appartamenti di lusso. Un quartiere diffusamente “ricco” e “povero”.

A Sampierdarena, in via Pietro Chiesa, nella zona di San Benigno, a due passi dal waterfront portuale, circondato da moderni palazzi che ospitano uffici e attività commerciali, spicca villa Pallavicino-Gardino. Un edificio probabilmente risalente a fine ‘500, passato nel corso del Novecento alla ditta legnami Gardino, successivamente adibito ad uffici e abitazioni private. Attualmente l’edificio, vincolato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e in stato di grave abbandono, risulta di proprietà di una società di servizi immobiliari.

Spostandosi nella zona residenziale per eccellenza, ad Albaro nel Municipio VIII Medio Levante, altre “zone d’ombra”. In attesa di una nuova sistemazione anche la sfarzosa palazzina in stile liberty, costruita in Piazza Tommaseo ai primi del Novecento allo scopo di ospitare l’accademia di Belle Arti. Un edificio, sopra scalinata Borghese, che nel corso del tempo ha avuto destinazioni diverse, prima palestra, in seguito ambulatorio sanitario, per finire nello stato di abbandono in cui si trova ormai da oltre un decennio. Un edificio di proprietà del Comune di Genova, per il quale esiste un progetto di recupero e riqualificazione risalente addirittura al 2004. Si tratta di un project financing che prevede una convenzione tra Comune e Gruppo Viziano che potrebbe consentire di realizzare un ristorante, bar e sale per eventi/congressi, oltre che il risanamento dei giardini intorno all’edificio. Con un investimento previsto di oltre 2,2 milioni di euro a fronte del quale l’immobile verrà affidato in concessione dal Comune per un periodo di 40 anni. Il problema è la mancanza di un partner che si occupi di gestire le future attività.

Una città, Genova, nella quale anche i nuovi interventi, in aree di espansione, appaiono tutt’altro che ispirati al rispetto degli standard urbanistici reclamizzati. Basti dare un’occhiata a quel che accade a Begato. In un’area a metà strada tra Teglia e Bolzaneto, adiacente all’autostrada A7 e a via Ortigara. Oltre 5000 metri quadrati, sui quali fino a poco tempo fa insisteva un fabbricato industriale dismesso ormai da anni. Eliminato il capannone, si costruirà un imponente edificio residenziale di 11 piani. L’area è proprietà di SPIM (Società per la promozione del patrimonio immobiliare del Comune di Genova, partecipata al 100% dal Comune) la quale ha proposto un intervento che prevede la realizzazione di 67 unità immobiliari di cui 55 destinate ad edilizia sociale per locazione a canone moderato con vincolo di durata pari a 15 anni. Ma il progetto ha incontrato forti resistenze. Ultima in ordine di tempo, la netta contrarietà all’opera, all’unanimità dal consiglio municipale in data 25 ottobre 2012. Ma non è detta ancora l’ultima parola.

Quel che appare chiaro è che è un progetto calato dall’alto, sviluppato con un processo decisionale privo della necessaria trasparenza e soluzioni architettoniche assai discutibili. Un intervento in un triangolo che in pochi chilometri comprende esperienze fortemente negative di edilizia pubblica, come la nota “Diga” del quartiere Diamante, che dista solo alcune centinaia di metri, la casa-albergo proprietà di Poste Italiane in via Linneo e diversi insediamenti in via Tofane.

Una città, Genova, che sembra avere ancora troppa disattenzione nei confronti dell’Ambiente urbanizzato. Nonostante i recenti disastri. In Val Bisagno ad un anno dall’alluvione i problemi sono gli stessi. L’impermeabilità dei versanti e la canalizzazione delle acque inadeguata, il passaggio delle acque da un’apertura dell’alveo maggiore ad una inferiore e l’ingresso ortogonale nel Bisagno. Il grave rischio idrogeologico che incombe sulla vallata rimane intatto. Oltre al Fereggiano sono numerosi i rivi che devono ancora essere messi in sicurezza. La situazione non migliora se ci si addentra nella Val Bisagno dove permangono situazioni di grave rischio idro-geologico con torrenti pronti ad esplodere.

Genova sembra vivere in un paradosso. Che non può essere imputabile all’amministrazione attuale ma che continua a soffocare la città. Che correttamente cerca di prefigurare il proprio futuro, immaginando la città che sarà, ma che, nel frattempo, sembra incapace di dare risposte alle criticità del presente. Di rischiarare le zone d’ombra che incombono su di essa. Di trovare il giusto equilibrio tra quel che sarà e quel che è, senza farsi schiacciare da quel che è stato.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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