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E’ più ‘solidale’ finanziare i ‘forestali’ o i malati di SLA?

Si resta davvero perplessi leggendo in questi giorni della vicenda dei possibili tagli al “fondo per la non autosufficienza, a proposito dei quali molti malati di SLA stanno protestando da qualche settimana nei confronti del governo. Malgrado le rassicurazioni venute da esponenti dell’esecutivo, la partita non sembra chiusa e dal 14 novembre alcuni malati potrebbero avviare un nuovo sciopero della fame.
Obiettivamente è abbastanza difficile comprendere come, all’interno di una spesa pubblica di proporzioni gigantesche, non si riesca a ritagliare il budget necessario per venire incontro a persone colpite da una grave malattia degenerativa e che hanno bisogno di un’assistenza continuativa e costosa.

La sensazione è che attorno al concetto di “stato sociale” si sia creato un gigantesco equivoco che ne altera sostanzialmente il senso, che non è più quello di assistere coloro che si trovano in condizione di effettiva e dimostrabile difficoltà, bensì quello di rappresentare un rubinetto a cui tutti sentono di avere il legittimo diritto ad attingere.

E’ un equivoco le cui origini sono abbastanza evidenti e risiedono nella strategia di acquisizione del consenso portata avanti dalla classe politica. Tale strategia si basa evidentemente  sul cercare di offrire a ciascuno qualcosa di cui essere grato allo Stato, in modo che un po’ tutti percepiscano di avere da guadagnare dalla presenza di una macchina pubblica “generosa”. La scuola “gratuita” per tuo figlio, il finanziamento per l’associazione di cui fa parte, quel bel museo che hai visitato l’altro giorno, le detrazioni perché hai familiari a carico, il posto di lavoro di tuo fratello – tutto deve risultare “merito” dello Stato.

In un paese come l’Italia dove “i ricchi sono sempre gli altri”, è facile illudere la maggior parte degli italiani che avere un welfare il più possibile esteso sia un loro interesse diretto in termini economici.

In realtà basterebbe fare due conti per comprendere come le cose stiano in modo parecchio diverso. Nei fatti lo Stato preleva buona parte del reddito dei cittadini attraverso una molteplicità di imposte dirette ed indirette, ne utilizza una porzione importante semplicemente per il proprio mantenimento e con i soldi restanti distribuisce servizi e favori secondo criteri che massimizzino il consenso politico.

Al di là di chi e quanto paga e di chi e quanto riceve, quello che è evidente è che non si tratta di un processo a somma zero; che quello che “entra” in termini di tasse è meno di quello che “esce” in termini di benefici per i cittadini.

Non è quindi plausibile l’idea che la stragrande maggioranza degli italiani ricavino un attivo dal welfare pubblico, magari a spese di una piccola maggioranza di super-ricchi che per ragioni di equità sociale sono tenuti a pagare. Piuttosto è vero il contrario, cioè che la macchina statale può garantire saldi positivi solo ad una minoranza di italiani, mentre la maggior parte degli italiani paga più di quello che riceve.

A questo punto si rende necessaria una riflessione. Se il sistema pubblico porta nella pratica benefici solamente ad una minoranza di cittadini, siamo davvero certi che questa minoranza siano effettivamente i cittadini più bisognosi?

Il recente caso dei malati di SLA, come pure più in generale la scarsa attenzione che viene accordata alle persone non autosufficienti, sembrano fornire una risposta abbastanza chiara.

Se uno Stato che gestisce la metà del PIL non trova soldi per assistere persone in condizioni gravissime e li trova invece per pagare lo stipendio a schiere sconfinate di dipendenti pubblici, allora vuol dire che coloro che beneficiano maggiormente dell’azione statale non sono affatto i più deboli in termini assoluti, ma piuttosto sono i meglio “organizzati”, cioè in definitiva i più “forti” dal punto di vista sindacale e corporativo.

L’idea dello “stato sociale” come una cuccagna di diritti per tutti serve nel concreto solo come paravento per la difesa di tutta una serie di rendite di posizione. In realtà se si comprende che lo “stato sociale” intrinsecamente può beneficiare solo alcuni, allora va da sé che l’uso più dignitoso che se ne può fare è quello di utilizzarlo a sostegno di chi ha davvero necessità; è solo così che se ne può recuperare effettivamente il senso, anche dal punto di vista morale.

Serve, in altre parole, definire chi sono veramente i “deboli” nella società di oggi e la scelta non dovrebbe essere difficile, se si  cominciasse con il focalizzare l’attenzione sui tanti cittadini che si trovano in condizioni penose, perché vittime di malattie croniche o comunque non più autosufficienti. In molti casi l’unico vero welfare per queste persone è garantito dalle rispettive famiglie, che si fanno carico della cura diretta del malato o dell’anziano o comunque dell’impegno economico di un suo collocamento presso una casa di cura.

L’assistenza alle persone non autosufficienti rappresenta per tante famiglie un fardello drammatico e gravoso che tra l’altro in molti casi ricade principalmente sulle donne, venendo a rappresentare un ulteriore disincentivo al lavoro femminile.

Peraltro, con l’invecchiamento della popolazione il numero di persone non autosufficienti tenderà nel tempo ad aumentare e l’innalzamento dell’età pensionabile renderà tra l’altro cinquantenni e sessantenni meno liberi di poter assistere genitori anziani.

Realisticamente la questione del sostegno alla “non autosufficienza” sarà una delle grandi questioni sociali dei prossimi anni e lo “stato sociale” dovrebbe essere ricalibrato per occuparsi in primo luogo di questo tipo di problematiche.

Ma il vero punto è che per tutelare i “veri deboli”, bisogna smettere di considerare “deboli” molte altre persone che oggi invece godono dell’aiuto pubblico, sia sotto la forma di sussidi di varia natura che sotto la forma – ancora più rilevante – della garanzia di uno stipendio a vita a spese dei contribuenti.

In altre parole, dobbiamo smettere di considerare naturale che milioni di persone relativamente giovani ed in buona salute possano godere indefinitamente di benefici di welfare o di un posto di lavoro “assicurato” dalla legge e non da effettive considerazione di utilità.

Alcune persone devono necessariamente essere aiutate, ma tutti gli altri devono fare da sé; altrimenti il sistema non è economicamente sostenibile e non può essere nemmeno in grado di aiutare chi ha realmente bisogno.

Insomma, con tutta probabilità un’Italia più “solidale” avrebbe bisogno di qualche infermiere e di qualche badante in più e allo stesso tempo di qualche forestale, bidello e impiegato del catasto in meno.

Una politica che metta l’interesse del precario della pubblica amministrazione ad essere assunto a vita davanti a quella del malato di SLA, del dializzato, dell’ottantenne su una carrozzella è una politica che farebbe meglio a dismettere – se non altro per decenza – l’armamentario retorico della solidarietà e del sostegno ai deboli. E sarebbe ora che i nostri politici cominciassero seriamente a riflettere su tutto questo – a cominciare da quelli che si definiscono cattolici o di sinistra.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “E’ più ‘solidale’ finanziare i ‘forestali’ o i malati di SLA?”

  1. Michela Cercignani scrive:

    Mettere contro i dipendenti pubblici e i disabili è semplicemente vergognoso.

    Tipico delle lobby dei consulenti, che prima sparano nel mucchio dei dipendenti pubblici al grido “tagliare! tagliare”… e poi sperano nel politico amico che “a fronte dei tagli… il personale è insufficiente… e quindi si rende necessario affidare la consulenza all’ingegnere libero professionista…”

    E poi: dove sono le “schiere sconfinate di dipendenti pubblici”? Sa quanti sono i dipendenti pubblici in Italia? e in Francia? e la media europea?

    Pensi a far bene l’ingegnere elettronico executive master in business administration, che io penso a far bene l’impiegata del catasto.

  2. Andrea B. scrive:

    @ Michela Cercignani
    ma quando mai sono stati tagliati dipendenti pubblici ?

    L’articolo pone questioni che vanno aldilà della contrapposizione “dipendenti pubblici vs disabili” …certo che le decine di migliaia di forestali di Sicilia e Calabria, scandalosamente assunti e che mangiano a spese del contribuente (intendesi operai forestali, non gli agenti del Corpo Forestale dello Stato ) per me potrebbero essere lasciati a casa domani per dirottare i risparmi ai malati cronici, ma “dipendente pubblico non mangia dipendente pubblico”, capisco che non si voglia vedere lo scandalo.
    In ogni caso la questione di come vengono gestiti i guadagni dei privati che lo stato si appropria mi sta parecchio a cuore, se non altro perchè le tasse che pago non mi tornano indietro il mese successivo sotto forma di stipendio…

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