Di CARMELO PALMA – Quello che viene oggi al pettine del PdL è un nodo “costituzionale” e non solo politico. Non riguarda solo la linea, ma la regola di un partito che non doveva essere normale e si è illuso di non essere anomalo, ma speciale. Perché questo il PdL è stato: un buco con Berlusconi intorno. Un niente funzionale al tutto del consenso del Cav.. Un casino carismatico governato da una regola leninista, che gli apologeti del Berlusconi “eterno” hanno aggiornato agli usi e i consumi del fondatore e messo al servizio del suo genio capriccioso.

La leadership di Berlusconi nella sua forma e sostanza mutevole è stata molto più moderna del suo partito anacronistico e se ne rivelerà pure più resistente, ora che l’uno e l’altro scivolano in una marginalità politica da cui, per evidenti ragioni, entrambi non potranno risollevarsi. Berlusconi è stato a suo modo una cosa vera, il PdL è stato – e non solo per colpa di Berlusconi – una cosa finta. Un partito della “rifondazione berlusconiana” ancora un (pessimo) senso ce l’ha. Il PdL senza Berlusconi e contro Berlusconi non ha alcun senso e ragione sociale, rimane una caserma senza generale che mette in scena una “democrazia dei colonnelli” disperata e parodistica.

L’idea che il PdL possa “cacciare” Berlusconi con le primarie e che la democrazia possa resuscitare un partito che si è scientificamente rifiutato di essere qualcosa, per rimanere ad immagine e somiglianza di qualcuno, potrà forse consolare una classe dirigente sedotta e abbandonata dal mito dell’invincibilità berlusconiana. Ma non potrà persuadere un elettorato “moderato” (absit inuiria verbis) che di Berlusconi si è prima tenacemente innamorato e poi definitivamente disamorato e che ovviamente non distingue, ma identifica con lui quanti ne hanno accompagnato al capolinea la corsa e perfino quanti (Casini e Fini) assai più rischiosamente ne sono scesi con qualche anno e fermata d’anticipo e ancora nella stagione del Berlusconi triumphans.

La fine di Berlusconi è la fine del PdL. La fine del PdL (e di Berlusconi) è la fine di un ciclo politico, non la fine di tutto. Si torna ad un senso più normale delle proporzioni e a un senso (finalmente) più drammatico del vuoto – di consenso, di visione, di leadership – a cui il trapasso politico del Cav. abbandona la maggioranza silenziosa e invisibile che si era affidata alla sua leadership ingombrante e rumorosa. Altro che dinosauri tirati fuori dal cilindro e parricidi fuori tempo massimo. E’ il momento delle persone e delle cose serie.