Elezioni USA, il GOP ha perso un’occasione storica

di STEFANO MAGNI- Negli Stati Uniti rimane tutto come prima.
Queste elezioni sono risultate in un incredibile mantenimento dello status quo. La rielezione di Barack Obama non è certamente un bis di quella mezza rivoluzione che fu la sua prima vittoria del 2008. Benché sia una vittoria chiara, il voto popolare (spaccato a metà) dimostra come l’opinione pubblica degli Stati Uniti sia molto più scettica, dubbiosa e divisa nei confronti del suo comandante in capo. Alla Camera la maggioranza resta ai Repubblicani. Al Senato la maggioranza resta ai Democratici, ma ai Repubblicani rimangono abbastanza numeri per esercitare il loro ostruzionismo in ogni futura battaglia. E non manca molto prima che ci sia il primo muro-contro-muro: il “fiscal cliff”, la necessità di mantenere stabili i conti pubblici, alzando le tasse o innalzando la soglia del debito sarà motivo di ostruzionismo repubblicano (sulle tasse).

Dando uno sguardo generale ai numeri possiamo dire che gli americani non abbiano cambiato idea. Ma vogliano dare quattro anni di tempo e respiro a un presidente che li dovrebbe portar fuori dalla crisi. Tuttavia questo sguardo di insieme non è sufficiente. Bisogna entrare nel dettaglio per capire meglio quel che è successo.

Prima di tutto i Democratici hanno giocato la “carta razziale” e hanno vinto questa mano. Sono riusciti a far passare, forte e chiaro, il messaggio che la presidenza Obama è l’unica in grado di tutelare le minoranze non bianche. Romney ha sfondato nella maggioranza bianca nel Paese, ottenendo quasi il 60% dei consensi in quel segmento di elettorato. Trent’anni fa sarebbe bastato questo dato per vincere la Casa Bianca. Oggi no. Perché gli afro-americani votano molto di più, sono più attivi nella politica e vedono ancora Obama come il loro unico vero leader. Il 93% ha votato per lui. E anche la maggioranza schiacciante dei latino-americani (il 71%) ha messo la croce sul nome del presidente democratico. Lo stesso che, pure, ha battuto tutti i record di deportazioni di “latinos” clandestini. Infine gli asiatici hanno espresso la loro preferenza per la riconferma al 75%. Obama attira anche quella minoranza dei bianchi (meno del 40%) che si “vergognano”, culturalmente, di essere bianchi. E che considerano le disparità sociali fra le etnie ancora come un retaggio della schiavitù e della segregazione.

La carta razziale, a voler ben vedere, è solo un’astrazione intellettuale. Un afro-americano nato negli Stati Uniti degli anni ’60 e ’70 non ha mai visto la segregazione. Tanto meno è mai stato schiavo. Un messicano o un portoricano non ha mai vissuto vere discriminazioni. Subisce controlli per l’immigrazione, così come li subirebbe un italiano o un polacco. Ma una volta che è diventato cittadino americano, ha le stesse opportunità e gli stessi diritti di chiunque. E anche qualcuno in più, soprattutto negli stati in cui si applica maggiormente la “affirmative action”, la discriminazione positiva che impone quote di assunzione in base alla minoranza di appartenenza.

I Democratici, però, puntano su una rivendicazione storica. “Ho subito, dunque mi devi compensare”. E si tratta di una rivendicazione collettiva: “la mia etnia ha subito torti, dunque, in quanto suo appartenente, devo essere compensato”. Non è solo una tattica elettorale dei Democratici: è una generazione intera di intellettuali e magistrati che ha gradualmente trasformato gli Stati Uniti da melting pot che erano a nazione composta da comunità etniche ben distinte.

Di fronte a questa sfida, tutt’altro che nuova (aveva tentato di cavalcarla anche Walter Mondale nel 1984), i Repubblicani non hanno saputo rispondere. Non sono riusciti a disfarsi di una retorica anti-immigrazione che è molto sentita negli stati del Sud che confinano con il Messico. Non sono riusciti a vedere, nell’immigrato latino, così come in quello asiatico, un potenziale lavoratore, imprenditore, produttore di reddito, capace di assimilare i valori della libertà individuale e di votare a destra. Quel che attende il Grand Old Party, nei prossimi quattro anni, è un gran lavoro di persuasione delle minoranze. Specie quella latino-americana, che è destinata a diventare la più popolosa in assoluto.

Gli immigrati, di qualunque etnia siano, sono dei gran lavoratori e hanno un forte spirito imprenditoriale – ci spiega Alì Noorani, esponente del National Immigration Forum – Chiunque può e vuole abbracciare il sogno americano. Il mito dell’uomo che si costruisce da solo, nonostante le difficoltà della vita, continua ad attrarre persone di tutto il mondo in America. Ma se un immigrato si trova di fronte a un repubblicano che gli dice semplicemente: te ne devi andare tu, se ne devono andare tua madre e tuo padre… allora si crea un ostacolo politico impassabile”.

Ma, oltre a non esser riusciti a rilanciare la “carta razziale”, i Repubblicani hanno perso quel che doveva essere il loro punto di forza: l’economia. Benché i media abbiano fatto tutto il possibile per far apparire la situazione attuale sotto una luce molto favorevole all’amministrazione Obama (addirittura spacciando per “successo” l’aumento della disoccupazione dal 7,8% al 7,9%), la recessione è sotto gli occhi di chiunque. La difficoltà di trovare un lavoro è una dura novità per una popolazione abituata a vivere con tassi di disoccupazione vicini alla soglia naturale del 4%. E non serve essere dei guru dell’economia per constatare quanto l’aumento del debito pubblico (pari a 6000 miliardi di dollari) non sia servito a far ripartire il mercato.

Il messaggio del Gop era semplice e avrebbe potuto essere efficace: Obama è socialista, il socialismo non funziona (basti vedere come è conciata l’Europa), dunque meglio dare una svolta liberista. Eppure Romney, un uomo che può vantare una lunga esperienza nel campo finanziario, non è riuscito a vincere. Perché non era abbastanza convincente. Le primarie repubblicane, evidentemente, hanno provocato più danni del previsto. Tre rivali di Romney, in particolare Rick Santorum, Ron Paul e Newt Gingrich, hanno gettato tonnellate di fango e dubbi sull’uomo “di establishment”, sullo “statalista” che “parla francese” e ha “governato uno stato progressista” (il Massachusetts), che ha varato “la stessa riforma sanitaria di Barack Obama”. “Non fidatevi: finge di essere contro lo Stato, ma è come Obama”, hanno detto in coro, per mesi e mesi, i suoi tre rivali. E il messaggio è passato.

In uno stato determinante come l’Ohio, ad esempio, la “carta razziale” non ha avuto alcun effetto: sono quasi tutti bianchi. Ha prodotto effetti devastanti, invece, la sfiducia dei liberisti in Romney. Il candidato repubblicano ha perso per un solo punto percentuale: tutti quei voti (e anche di più) sono andati a Gary Johnson, il leader del Partito Libertario. Il New Hampshire non è necessariamente democratico: per tradizioni e leggi locali è il più libertario fra gli stati americani. Eppure ha scelto di votare Obama. Evidentemente i repubblicani pro-libero mercato non sono andati a votare, sebbene gli strateghi del Gop ci contassero.

“Abbiamo perso perché, in queste elezioni, si fronteggiavano due corporativisti – ci spiega Lisa Miller, del Tea Party di Washington DC – e quando hai a che fare con due corporativisti, non importa più chi possa vincere: sei già certo che lo Stato continuerà a spendere e tassare. Romney ha passato molto del suo tempo a promuovere politiche stataliste, soprattutto in campo sanitario”.

Il Gop può ben mangiarsi le mani. Ha perso un’occasione storica. Avrebbe potuto mandare a casa un presidente dopo il primo mandato, per la prima volta in 20 anni. Aveva alle spalle il vento della ribellione dei Tea Party del 2009, un successo elettorale nel 2010 e delle condizioni economiche perfette per delegittimare il presidente in carica. Eppure i Repubblicani non ce l’hanno fatta. E tutto resta come prima.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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