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Sul Mekong iniziano i lavori della diga della discordia

– Il governo del Laos ha approvato il progetto per la costruzione di un’immensa diga nel basso corso del Mekong chiamata Xayaburi. L’utilità di questa grande opera è lo sfruttamento dell’energia idroelettrica sia per l’utilizzo domestico sia per la rivendita ai Paesi confinanti, con la Thailandia che ne sarebbe l’acquirente principale. Grazie all’indotto economico che arriverà dalla messa in funzione degli impianti idroelettrici, il Laos vedrà il proprio PIL crescere dell’8% l’anno entro il 2015, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale. La diga in progetto, inoltre, sarà la prima nella parte bassa del Mekong, il bacino d’acqua dolce più importante di questa parte dell’Asia che, con i suoi 4900 km di lunghezza bagna la Cina o, meglio, il Tibet, il Myanmar, i già citati Laos e Tailandia, nonché, Cambogia e Vietnam.

La società che gestirà la diga è la Xayaburi Power Co., i cui principali azionisti sono tre holding con sede a Bangkok. I lavori di costruzione cominceranno proprio oggi 7 novembre (in occasione del 95° anniversario della Rivoluzione Russa) dopo la cerimonia di inaugurazione, a quanto ha dichiarato il vice-ministro all’Energia laotiano Viraphonh Viravong.

Nonostante per Laos e Tahilandia si tratti di un ottimo affare, funzionale alla crescita delle loro economie che sono tra le più povere del Sudest asiatico, occorre dire che il progetto ha ricevuto il riscontro negativo da più parti già alla sua presentazione. Infatti, a fronte delle preoccupazioni degli altri paesi confinanti, l’inizio dei lavori venne posticipato a data da destinarsi 18 mesi fa dalla Commissione per il Fiume Mekong (CFM), un ente di diritto internazionale rappresentante i paesi attraversati dal basso corso del fiume e preposto alle decisioni in tema di gestione comune delle acque. La CFM è finanziata dal governo della Finlandia, attraverso un fondo d’investimento dedicato, nell’ambito del suo piano di cooperazione allo sviluppo dell’area. La decisione della CFM  fu giustificata dalle possibili ripercussioni che sarebbero potute seguire a una così importante modifica della naturale portata d’acqua del Mekong. Una diga di quelle dimensioni in quella zona, infatti, potrebbe incidere sulla fauna acquatica dell’intero bacino e rivelarsi una vera e propria minaccia per la tenuta di quell’ecosistema. Una possibile diminuzione della quantità di pesci del Mekong, inoltre, inciderebbe sull’economia di tutta la penisola indocinese, che ha nella pesca tutt’ora uno dei settori più importanti. Inoltre, una minore portata d’acqua vorrebbe anche dire difficoltà nei trasporti, giacché il Mekong è un’importantissima via di comunicazione, una riduzione dell’acqua potabile, nonché problemi per l’irrigazione, considerato che il prodotto agricolo principale di quest’area è il riso (che richiede un ingente quantitativo d’acqua). Il numero di persone la cui vita è legata a questo fiume è stimato attorno ai 60 milioni.

A fianco alle perplessità degli altri attori statuali dell’area, le critiche maggiori alla costruzione della diga sono arrivate dalla non-profit californiana con sede a Berkeley International Rivers che ha denunciato il totale disinteresse delle autorità del Laos di effettuare qualsivoglia ricerca seria sull’importanza del Mekong nella vita di coloro che vivono attorno al bacino e sui possibili effetti di un’opera così grande. Questa “spensieratezza” nel decidere unilateralmente, disinteressandosi dei trattati internazionali, pare essere stata, però, pilotata dalla compagnia energetica finlandese, la Poyry, ora sotto indagine in madrepatria, che grazie anche al già citato ruolo del governo di Helsinki, opera da tempo nell’area. Le possibili ripercussioni politiche che potrebbero risultarne hanno poi destato la preoccupazione dello stesso governo degli Stati Uniti. Washington ha, pertanto, esplicitato, attraverso una nota diramata dal Dipartimento di Stato, la speranza che il governo di Vientiane “mantenga il proprio impegno di collaborare con i suoi vicini per affrontare le questioni in sospeso inerenti la Xayaburi”.

Aldilà dell’entità dell’impatto della Xayaburi, la cui costruzione costerà una cifra stimata attorno ai 3,6 miliardi di dollari, il grosso rischio è che questa possa rappresentare un precedente. La sua realizzazione senza reazioni di rilievo dalla comunità internazionale (che sono, al momento, improbabili) sconfesserebbe politicamente il ruolo della CFM e metterebbe tutti i paesi della penisola indocinese nella condizione di potersi comportare come attori singoli. Si aprirebbe la strada, pertanto, alla costruzione di altre dighe. Alcune, circa dieci tra Laos e Cambogia, sono anche già state ipotizzate; altre potrebbero aggiungersi anche per iniziativa degli altri Paesi. La diretta conseguenza della rottura degli accordi internazionali, dunque, porterà molto probabilmente a uno sfruttamento intensivo del Mekong e a una modificazione ambientale consistente. Da una situazione simile deriverebbe una rivoluzione socio-economica dell’area le cui ripercussioni sulla sua stabilità sarebbero un’incognita.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

One Response to “Sul Mekong iniziano i lavori della diga della discordia”

  1. EdoardoBuso scrive:

    concordo ed appoggio questo articolo

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