Categorized | Capitale umano

Criteri non meritocratici. Perché i test d’accesso al TFA scremano ma non selezionano

– L’apparenza, spesso, inganna. Il giudizio non ponderato su cose e persone minaccia di produrre, con facilità, travisamenti. Proprio come accade a Guglielmo il dentone, il protagonista di uno degli episodi del film del 1965 di Luigi Filippo D’Amico, I complessi. Giovane e brillante giornalista che vuole vincere un concorso in Rai ma che è costretto a destreggiarsi tra i vari boicottaggi orditi dalla commissione a causa del suo difetto. Alla fine la sua preparazione mostruosa avrà la meglio.

Per certi versi la stessa cosa accade nella formazione degli insegnanti. Con i test a risposta multipla utilizzati come parametro per la selezione degli idonei. In una stagione nella quale si ritiene di dover ripensare gli orari degli insegnanti, varrebbe la pena, forse, soffermarsi anche sulle modalità della selezione e sulla sua stessa opportunità. Riflettendo su una questione che, come tante altre, assume una sua rilevanza mediatica in coincidenza con l’evento (gli esami di accesso al Tfa). Per poi riacquistare il ruolo marginale che aveva in precedenza.

Un accenno alla storia (recente) dell’importante tema. Fino al 2009 c’erano le SSIS. Anzi fino al 2007, dal momento che dopo non è stato più possibile accedervi. Per abilitarsi all’insegnamento un laureato doveva iscriversi ad un corso, a pagamento, di due anni. Durante i quali, attraverso lezioni e un tirocinio, gli si “insegnava ad insegnare”.
Chiuse le SSIS, sono state sostituite dal Tfa. Anche questo ha un proprio costo (circa 2.500-3.000 euro) ma dura un solo anno, al termine del quale si sostiene un esame. Chi riesce a passarlo, è abilitato.

Per accedere al Tfa è necessario sostenere tre esami. Anche questi a pagamento (50-100 euro). Il primo è quello somministrato dal Ministero. Un test con domande a risposta multipla. Il secondo è uno scritto organizzato dalle singole Università nelle varie città, il quale consiste in prove “calibrate”. Versioni di latino e greco, temi di italiano e storia ed altro. Il terzo è un esame orale.

Quel che sembra il problema, cioè gli errori contenuti in certe domande, in realtà è la questione marginale. Il problema è costituito dalle domande stesse. I quiz a risposta multipla, insomma. I quali sono soltanto una scorciatoia che allontana dalla strada giusta. L’obiezione che se si ha la pazienza di imparare a memoria i manuali suggeriti, l’esito positivo è quasi certo, è tutt’altro che convincente. Perché in realtà a mostrarsi inefficace, inadeguato, è il modello che soggiace a quei quesiti. Il modello culturale di Rischiatutto.

Non si tratta di avventurarsi in giudizi sul differente grado di difficoltà delle domande. Ma piuttosto di raggiungere la consapevolezza che esse non sono una base di giudizio affidabile per decidere chi deve e chi non deve diventare insegnante. Requisito necessario a chi sarà chiamato ad insegnare dovrebbe essere la conoscenza della sua disciplina (e degli elementi fondamentali di quelle “contigue”). Tale da consentirgli di scriverne e parlarne con proprietà. E ancor più la capacità di trasmetterne la conoscenza. Per verificare ciò i quiz a risposta multipla sono inutili (se non dannosi). La scrematura ottenuta utilizzando questi criteri non assicura in alcun modo la selezione dei migliori. Anzi. Ha in sé la predisposizione a favorire, generalmente, chi studia soltanto a memoria e chi fa della furbizia la sua qualità migliore. Insomma non proprio i più meritevoli perché più preparati.

Di fronte a strumenti di selezione così inefficaci, quale potrebbe essere la soluzione? La risposta semplice. Passare a testi, lezioni e colloqui individuali. Dando realmente la possibilità alle competenze di emergere. Piuttosto che soffocarle nel nozionismo peggiore.

Il dato inequivocabile è che il “marchingegno” attuale è inadatto: tre esami d’ammissione, un esame conclusivo abilitante e un altro esame per poter andare in cattedra sono troppi. Tanto più considerando che questi atti conclusivi sono nella maggior parte dei casi preceduti dagli anni di Università. Ancor più pensando che una volta ammessi al percorso abilitante bisogna anche pagare 3.000 euro.

Per questo, la formazione degli insegnanti, al di là di chi dovrà occuparsene e delle modalità che dovranno soprintendere al suo espletamento (master simile al Tfa? Corsi di laurea specialistici concepiti per questo scopo?), non potrà non prevedere una rigida selezione. Che potrà avvenire all’ingresso oppure in itinere. Naturalmente la frequenza ai corsi dovrebbe essere gratuita e qualora ciò non fosse possibile, non raggiungere le cifre del Tfa.

Le nuove misure, abbozzate in maniera sicuramente necessitante di ulteriori miglioramenti, dovrebbero in ogni caso aiutare i più bravi ad emergere. Avendo come fine quello di costruire una nuova classe di insegnanti capaci e motivati. Chi è chiamato a prendere decisioni su un settore così di rilievo per il Paese non può accontentarsi di correttivi su un sistema già fragile e in evidente affanno. Porre mano seriamente ai criteri di selezione sarebbe un bel segnale.

Dimostrerebbe che anche l’Istruzione ha una sua riconosciuta importanza. Farebbe, forse, piazza pulita delle immagini (vere) sulla scuola che la letteratura e il cinema hanno tratteggiato. In maniera impietosa ma reale.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Criteri non meritocratici. Perché i test d’accesso al TFA scremano ma non selezionano”

  1. EdoardoBuso scrive:

    giusto,le risposte multiple erano state introdotte nel sistema statunitense durante il world education day di Bush,è un vero sistema di nozionismo che rimane sempre incompleto,proprio per un motivo ad mio modesto parere di sviluppo del pensiero a livello cerebrale,risalire ad dare una risposta giusta partendo da una frase che non ricostruisce la maggior parte dell’argomentazione,ed allo stesso tempo dare una risposta (chiusa ed definitiva)senza lasciare all’intraprendenza dialettica dello scrutinato la possibilita di ricostruire le sue conoscenze in maniera lineare ed argomentativa,è il vero delirio della scuola moderna,dalla selezione degli insegnanti allo sviluppo delle capacità di logica ed analisi degli studenti,la scuola dovrebbe insegnare ad problematizzare ed ad ragionare,invece che ad memorizzare ed ripetere.La concezione nozionista del sapere,è una concezione che deriva da un sistema classista,dove (negli stati uniti,il sapere conta solo per il grado di possibilita di sviluppo economico individuale),mentre in Italia sistema statalista(per lo sviluppo non-economico)ma per lo sviluppo di un settore pubblico sempre più maggiorato,in vista della mancanza di altri settori produttivi.Il risultato finale purtroppo è quello che le capacita logiche ed di analisi vanno oltre sistemi che si dimostrano sempre statici.

Trackbacks/Pingbacks