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Elezioni USA/2. Il GOP ha fatto di tutto per non vincere e Obama di tutto per perdere

– Nell’imminenza del voto presidenziale negli Stati Uniti, abbiamo deciso di dedicare a questo argomento tutta la programmazione di Libertiamo della giornata. Ecco i link agli altri articoli:
Se vince Obama, è grazie a Marchionne
Elezioni USA/1. Perché, da iraniana, voto Romney
Elezioni USA/3. Stato per Stato, una sfida tra poveri

Era il 2011, e l’anno prima le elezioni di mid-term avevano visto un grande successo del GOP sotto l’influenza dei Tea Party. L’economia era in difficoltà, i “numeri” andavano male, gli alleati non erano felici della politica estera americana, o almeno non quanto alcuni increduli nemici giurati. Era insomma la situazione perfetta per candidarsi a sfidare Barack Obama. Invece i pezzi grossi e le promesse del GOP si sfilarono l’uno dopo l’altro, lasciando al solo Mitt Romney il compito di sfidare alle primarie alcuni volenterosi ma improbabili candidati, che si ritirarono uno dopo l’altro lasciandogli la nomination. Questo dà la misura di quanto poco nel Partito Repubblicano si immaginasse possibile vincere contro Obama: il candidato che aveva cambiato la storia nel 2008, un Nobel per la pace preventivo, il primo Presidente afroamericano, la rockstar della politica mondiale (anzi, con Michelle le rockstar sono due). E invece siamo qui, il giorno delle elezioni, senza sapere come finirà: basti questo a spiegare quanto abbia deluso Obama. Perché per bilanciare lo schieramento di stampa e star system a suo favore, le percentuali bulgare che forse prenderebbe in Europa, lo spin da semidio del quale gode il Presidente uscente, bisogna proprio averne combinate tante.

Il sistema elettorale americano fa sì che siano alcuni Stati in bilico, gli swing states, ad essere sotto la lente d’ingrandimento dei media. Se votate in California o in Texas contate di meno, perché nella prima si sa che vincono i democratici e nel secondo i repubblicani: ma pesa un bel po’ se votate in Ohio, North Carolina, Wisconsin, Iowa, Nevada, Colorado, Vrginia, Florida o New Hampshire (anche se c’è chi sostiene che valga anche per Michigan, Minnesota e Pennsylvania, fino a ieri date solidamente per già vinte da Obama). Per il gioco dei numeri, il presidente ha a disposizione più possibilità ed è favorito: con la Florida si aggiudicherebbe 29 grandi elettori, e a quel punto gli basterebbe un altro degli Stati citati per arrivare alla magica cifra di 270. Ma per assurdo potrebbe addirittura finire pari (nel qual caso starebbe alla Camera dei Rappresentanti scegliere il Presidente, e al Senato il Vice Presidente): accadrebbe se, tra i 9 Swing States, Obama prendesse New Hampshire, Ohio e Wisconsin, e Romney i rimanenti Iowa, North Carolina, Virginia, Nevada, Colorado e Florida. O, ma è quasi impossibile, se Obama prendesse Virginia, Iowa, Colorado e Nevada, e Romney prendesse Ohio, Wisconsin, New Hampshire, Florida e North Carolina.

E non si vota solo per il Presidente. In ballo ci sono anche 33 Senatori (un terzo del totale), l’intera Camera dei Rappresentanti (435 membri), 11 Governatori e diverse assemblee locali e altre cariche elettive (State Attorney, Sheriff) nei vari Stati, insieme a ben 176 referendum locali, spesso usati per spingere gli elettori ad andare alle urne. Come si vota, fisicamente? Con meccanismi arcaici, macchine a volte vecchie e mal funzionanti, spesso senza la possibilità di chiedere un documento di identità (i repubblicani ci hanno provato, ma i democratici dicono che sia razzista. Siamo tutti razzisti, nel resto del mondo, per i democratici americani): ci sono migliaia di volontari e avvocati pronti a litigare su ogni singolo voto negli swing states. Con 6 trilioni (6.000.000.000.000) di dollari di spesa pubblica negli ultimi 4 anni, si poteva almeno trovare qualche spicciolo per ammodernare il sistema che porta fisicamente a votare gli americani.
E quindi, non è escluso che domani mattina non si conosca ancora il nome del nuovo Presidente, ma è uno scenario che tutti sperano di evitare.

Le strategie sono state opposte rispetto a quelle solitamente adottate da un presidente uscente e dal suo sfidante. Obama, magnifico animale da campagna elettorale, ma mediocre presidente nel corso del suo mandato, ha passato un anno a raccontare quanto è cattivo, sbagliato e pericoloso il suo avversario. Romney, candidato sciapo e poco attraente, ha speso tempo e soldi a mostrarsi “presidenziale”, evitando di attaccare troppo Obama, anche nei dibattiti: se perderà, questa sarà la strategia che dovrà incolpare. A cambiare il messaggio ci hanno pensato i Super Pac, comitati di fatto vicini ai due candidati ma formalmente autonomi, che picchiano durissimo sui propri avversari e avvelenano il clima, senza che ciò possa essere giuridicamente ricondotto ai due concorrenti. A dar retta alla stampa italiana, Obama prenderebbe l’80% dei voti: ottimo viatico al fatto che milioni di ascoltatori e telespettatori ricomincino a dare dei rozzi ignoranti cattivoni agli americani, qualora dovesse vincere Romney. Gli anni di Bush insegnano, molti sotto sotto non vedono l’ora.

Chiunque vincerà (e, salvo clamorosi errori di sondaggisti e opinionisti, vincerà di poco), avrà un incarico difficilissimo. L’economia americana è in grande difficoltà, il debito pubblico è esploso, il Paese è oggettivamente diviso tra due idee opposte per uscirne. I duri sacrifici non saranno evitabili a prescindere dall’esito di oggi, e sarà difficile governare una situazione così divisa, specialmente perché le previsioni dicono che la Camera continuerà ad avere una maggioranza repubblicana e il Senato una maggioranza democratica. In questa situazione, l’unico modo per evitare lo stallo sarà arrivare ad un compromesso, che al momento sembra impossibile ma che giocoforza dovrà essere trovato. Per il bene dell’America, ognuno dovrà rinunciare a qualcuna delle sue ferree convinzioni.

Il caso – stuzzicante e curioso – vuole che qualche giorno dopo gli USA, anche l’altra superpotenza in campo, la Cina, cambierà la sua guida. A chi professa l’esercizio della Cassandra sul futuro degli Stati Uniti, erede di una tradizione apocalittico-declinista che da decenni sbatte contro la grandezza del popolo americano, che cade e si fa male ma poi risorge più forte di prima, basterebbe fare il paragone col sistema con cui il partito comunista unico cinese nominerà il suo nuovo capo: c’è un tale clima di democrazia che da una settimana si impedisce persino ai taxi di aprire i finestrini posteriori per evitare il rischio che qualcuno lanci un volantino di protesta. Chi scrive, dunque, ha fiducia nel popolo americano qualunque sia il risultato ed è convinto che, chiunque vinca, gli Stati Uniti saranno ancora la città che splende sulla collina, anche se nel tempo che avete impiegato pazientemente a leggere questo articolo, il debito pubblico americano è aumentato di 2 milioni di dollari.


Autore: Umberto Mucci

Nato a Roma nel 1969, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, ha un master in marketing e comunicazione. Si occupa di pubbliche relazioni in ambito di internazionalizzazione. Rappresenta in Italia l’Italian American Museum di Manhattan. Ha pubblicato per la rivista per italiani all’estero èItalia e per Romacapitale. Ha co-fondato e diretto la Fondazione Roma Europea.

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