Anticambio di antivertice nell’antipolitica italiana

di MARIANNA MASCIOLETTI – Molte e molto varie sono le questioni, le domande, le perplessità che scaturiscono dalla notizia che Beppe Grillo ha voluto “candidare” Antonio Di Pietro come presidente della Repubblica.

Ma se entrambi negli ultimi mesi hanno detto di tutto e di più sulla prima carica dello Stato, siamo sicuri che una candidatura a quella carica sia da parte di Grillo un’attestazione di stima e non un insulto?
Ma se Di Pietro facesse il presidente della Repubblica, come sarebbero i discorsi di fine anno? Inizierebbero con “noi della Presidenza della Repubblica, stando calmi”?
Ma il provolone prima o poi finirebbe anche nelle cucine del Quirinale?

Ma, soprattutto, non è che per caso, al di là degli attestati di reciproca stima tra i due a uso della stampa, stiamo assistendo all’ennesima ripetizione di un classico della politica, non solo italiana?
Un leader ormai finito di un partito in disfacimento si getta, probabilmente sapendo quello che fa, nell’abbraccio (probabilmente mortale) di un astro nascente della ribalta, portandogli quello che rimane dei suoi fedelissimi e dei suoi voti: non sembra esserci nulla di nuovo, è un film già visto e stravisto dai tempi d’oro della Democrazia Cristiana.

Forse, però, a guardar meglio, qualcosa che esula dall’ordinario, in questa vicenda, c’è.
I due capipopolo (NdA: la stampa è stata graziosamente avvertita che scrivere “leader” riferendosi a Grillo è “fuorviante”, e noi ci adeguiamo) che si stanno avvicendando, infatti, si presentano entrambi come antipolitici piuttosto che politici.

Entrambi, a qualche anno di distanza tra loro, si sono proposti agli italiani come “rottamatori” (scusate l’abbagliante originalità del termine, sappiamo che potrebbe disorientare qualcuno ma nondimeno andiamo avanti) di ciò che c’era prima, come contestatori, come radicalmente alternativi al marcio della politica tradizionale.

Di Pietro ha incarnato nel decennio scorso, Grillo incarna adesso, il “voto di protesta” tanto caro agli italiani: si sono ambedue proposti – e fino a un certo punto in maniera vincente – come contestatori, moralizzatori, ma soprattutto come altri e diversi rispetto a “quelli là”, ai leader della politica tradizionale, visti come inutili nella migliore delle ipotesi, dannosi, ladri e affamatori del popolo nella peggiore.

La politica viene dipinta come un mondo sporco, schifoso, cinico e corrotto; ne consegue che, per osmosi, chi la fa da tanto tempo debba in automatico diventare sporco e corrotto pure lui, e l’onestà sembra, da come ce la raccontano, prerogativa esclusiva di chi sta fuori dai palazzi del potere.
Premesso che, se davvero la politica è solo questa sentina di vizi che i capibastone alla Grillo (NdA: qui ci sarebbe stato bene “leader”, ma ci siamo ricordati in tempo che questo termine non si può usare) ci dicono, non si capisce perché loro, buoni e puri, sembrino tanto ansiosi di buttarcisi dentro a capofitto, né si capisce perché i voti facciano tanto schifo quando li prendono gli altri e siano invece puliti e onesti quando li prendono loro; premesso questo, sembra quasi che il percorso politico di Di Pietro, iniziato a capo dell’ennesimo “partito degli onesti” e avviato alla fine da un servizio di Report sia una profezia autoavverante.

Se ai propri elettori si è assicurato che per delegittimare un politico basta un’inchiesta televisiva o addirittura una diceria, senza attendere le noiose formalità della verifica dei fatti contestati; se si è insistito a spacciare per “legalità” un sistema mediatico-giudiziario che ha più a che fare con l’inquisizione che con la giustizia; se si è voluto far passare il messaggio che chiunque faccia politica è di per sé un corrotto e un bugiardo, e chiunque sta fuori invece è onesto e pulito, non ci si può poi meravigliare quando le stesse categorie vengono utilizzate anche per giudicare (e, va da sé, condannare, ché se i buoni e puri di RaiTre ti fanno le inchieste contro vuol dire che qualcosa avrai fatto) chi le ha portate al centro della propria azione politica.

Se al cittadino, come direbbe Di Pietro, si insegna che per essere bravi amministratori della cosa pubblica basta essere onesti e rispettosi della legalità e che le competenze, le capacità, i programmi, insomma “la politica” vengono dopo e debbono quasi scusarsi di esistere, allora bisogna anche essere preparati al fatto che può arrivare da un momento all’altro il famoso puro più puro che ti epura.

Le varie forze politiche “nuove”, di anno in anno, di decennio in decennio, per inesperienza o per malafede, hanno perpetuato un errore di fondo su “onestà” e “legalità”, pretendendo che esse fossero condizione sufficiente per governare bene. A chiunque non sia del tutto preso dalla frenesia antipolitica, però, risulta chiaro che, al contrario, onestà e legalità, quando non vengono usate come una clava sul groppone degli avversari, ma vengono considerate premessa indispensabile della vita di un Paese democratico, possono (e dovrebbero) essere condizione necessaria per affrontare i compiti di governo, ma non sono e non possono essere sufficienti, da sole, a garantire che tali compiti vengano svolti nel migliore dei modi.

E’ bene che quest’equivoco venga chiarito, è indispensabile ricordare che anche tra i politici attuali, anche tra le facce vecchie della vecchia politica, ci sono coloro che sono onesti e rispettano la legalità, e non perché è un cavallo di battaglia del loro partito, ma perché ritengono che lo dovrebbero fare tutti. Altrimenti, ai prossimi manifesti 6×3 con scritto, poniamo, “Mandiamoli via”, “Una politica nuova”, “Più legalità per tutti”, “Onestà, legalità, valori”, ci ricaschiamo. Un’altra volta, l’ennesima.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Anticambio di antivertice nell’antipolitica italiana”

  1. max scrive:

    uno che è stato becato dalla finanza con 100 milioni di vecchie lire in una scatola di scarpe (DiPietro) e che disse “devo restituirli ad un amico” … un assegno no ???! e l’altro che, facendo il pirla con il SUV di papà (benestante imprenditore) ha ammazzato i genitori di due bimbi, compreso uno dei 2 bimbi, e la piccola superstite, per avere qualcosa di indennizzo, ha avuto la fortuna che qualcuno facesse causa al buon Grillo, senza avvocati non gli avrebbe dato neppure un tozzo di pane !!!!! in che mani stiamo finendo ? tutto questo lo trovate in rete, cercate gente, cercate e informatevi !

  2. Francesco scrive:

    Articolo che gira intorno al problema senza centrarlo.
    Il sistema politico italiano è fin troppo carente di onestà ed etica (non aggiungo la legalità perché meriterebbe un approfondimento a parte).
    Il palazzo attuale va abbattuto, ricostruite le fondamenta con nuovi pilastri e, solo successivamente, edificati i nuovi piani.
    Non trovo coerente dire che ci siano ancora politici onesti nell’attuale sistema, perché anche quando ce ne fossero (di onesti), essi cesserebbero di essere tali nel momento in cui vedendo, ascoltando, sapendo…non fanno (disonestà passiva)!!
    Personalmente non credo che Grillo e DiPietro siano il futuro della politica italiana, a loro la storia darà il merito di aver avviato il processo di cancellazione di un vecchio sistema politico basato su un modus operandi marcio e fraudolento.
    Il processo di “anti-politica”, così come viene definito, punta verso la formazione di un nuovo sistema, forse più equo, forse più onesto e/o meritocratico, dal quale, si spera, si potrà finalmente assistere al fiorire di nuove forze che adesso non hanno alcuna chance di emergere (anzi sono soffocate). A quel punto potremo tornare a parlare di programmi e futuro in modo serio.
    Saluti

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