L’innovazione? Non è una cosa sola

“Siamo abituati a pensare l’innovazione, quella vera, come qualcosa che avviene nelle università e dentro i laboratori delle grandi società. È lì che i veri scienziati sono al lavoro, con i loro saperi avanzati e competenze esclusive, per sfornare nuovi prodotti – macchine, lavatrici, aspira polveri – che portano nuovi benefici per tutti. Alle questioni sociali ci pensa lo stato, con i suoi servizi, il sistema sanitario e le politiche economiche e di sviluppo. A fare pressione sullo stato ci pensano le organizzazioni politiche: partiti, sindacati e movimenti che sottolineano le cose che non vanno o che vanno male e che, di conseguenza, necessitano di un intervento. E le tre sfere rimangono nettamente separate”.

Così, nella lontananza tra mondi distinti, l’innovazione sociale resta una chimera. Parola di Alex Giordano, direttore del Centro Studi di Etnografia Digitale, e di Adam Arvidsson, professore di Sociologia dei Nuovi Media presso l’Università di Milano, curatori della versione italiana de Il libro bianco sull’innovazione sociale, elaborato dal think tank inglese NESTA (National Endowment for Science Technology and the Arts).

Se è vero che nel mondo e, si può aggiungere, soprattutto in Italia, le cose funzionano più o meno così, una speranza, però, c’è. L’innovazione commerciale, spiegano infatti gli autori, non riguarda più solo nuovi prodotti. Le idee che davvero hanno fatto la differenza negli ultimi anni sono state di natura sociale: Facebook, per esempio, che permette nuovi modi di relazionarsi. L’Iphone, che aggrega una pluralità di servizi in un solo strumento da usare ogni giorno, come parte integrante della vita quotidiana. Molte innovazioni, poi, soprattutto nel campo dei software, non nascono dentro gli uffici delle grandi società e dei centri di ricerca, ma coinvolgono le piccole imprese, le comunità produttive disseminate ovunque e abituate a incontrarsi in rete e le singole persone.

Dietro la passività della politica, incapace di risolvere i problemi degli individui, quelli emergenti, nuovi, ma anche quelli più vecchi, consolidati, sembra emergere una ondata di creatività e energia. Ci sono infatti i nuovi professionisti: abituati al viaggio, all’esplorazione, alla tecnologia. In grado di considerare, scrivono Giordano e Arvidsson, “l’innovazione sociale come un nuovo modo di fare impresa nel senso umanistico del termine, e cioè di intraprendere un progetto che fa la differenza”.

Sono loro, gli startupper del bene comune, i veri innovatori della società italiana: quelli che fanno politica al di fuori dei contenitori più classici e organizzati, come i partiti, ma hanno, più dei partiti, la capacità di cambiare la società. È (anche) a loro che si rivolge il documento elaborato dal team di esperti per il Ministero dello Sviluppo Economico, Restart, Italia!, il cui obiettivo, tra gli altri, è identificare all’interno del più ampio mondo delle startup la famiglia di quelle a vocazione sociale.

In aggiunta allo sviluppo di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico, secondo i tecnici, le startup a vocazione sociale soddisfano tre criteri ulteriori. Il primo: operano nei settori della ricerca scientifica, dell’assistenza sociale e socio-sanitaria, dell’educazione, dell’istruzione e della formazione, della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, della valorizzazione del patrimonio culturale, del turismo sociale, nella prevenzione della dispersione scolastica. Presentano, poi, un bilancio sociale e hanno una limitazione statutaria permanente per cui la distribuzione degli utili privilegia l’investimento del capitale rispetto all’accrescimento illimitato.

Sono questi, in sostanza, i soggetti in grado di cambiare il mondo in cui viviamo. Ma non solo. Il dibattito sul significato dell’innovazione sociale è, come ricordano gli autori del blog di The Hub di Milano, aperto. Di più: apertissimo. Per molti esperti, primo tra tutti David Wilcox, fondatore di ReachScale, impresa sociale e innovazione sociale non coincidono. Secondo una recente ricerca dell’EBS Business School è proprio così. Perché l’innovazione sociale non è una cosa sola, ma è una tag cloud, un insieme di concetti chiave. Sette, per la precisione.

1- Innovazione sociale è la capacità di fare qualcosa di buono per la società. Il primo significato corrisponde alla definizione della Stanford Social Review: “Una soluzione innovativa a un problema sociale che sia più efficace, efficiente, sostenibile ed equa di tutte le soluzioni esistenti, e che generi valore diffuso per tutta la società non solo per singoli individui”.

2- È poi il cambiamento delle pratiche sociali e del modo in cui le persone si relazionano. I social network, in questo senso, hanno inciso profondamente nel modo in cui si prende un appuntamento, ci si incontra, nel linguaggio, persino , che le persone usano per parlarsi.

3- L’inclusione delle persone nello sviluppo della propria comunità. È l’epoca delle smart cities, più sognate, in realtà, che realizzate, almeno in Italia (dove i partiti, a Roma, rinunciano a contribuire sul serio al referendum cittadino, lasciando che la capitale non cambi mai per davvero).

4- Sempre nella dimensione della rappresentanza, l’innovazione sociale è la possibilità per i cittadini di incidere nell’agenda politica.

5- Innovazione riguarda poi la riorganizzazione dei processi lavorativi. È un fenomeno non troppo recente, per esempio, quello della mancata differenza tra tempo di vita e di lavoro. Per Pixmania.com, per esempio, smartphone e tablet aggiungono due ore di lavoro in più al giorno per ciascuno.Un lavoratore su dieci – scrive a tale proposito il Corriere della Sera – impiega circa tre ore a controllare e gestire le email”. Un compito quotidiano che pone un dilemma: è innovazione anche quella pratica che comporta un peggioramento nella qualità della vita delle persone?

6- L’innovazione sociale è, poi, la capacità della tecnologia di cambiare la visione del mondo, con particolare riguardo al progresso nel campo della giustizia sociale e della solidarietà.

7- È, infine, secondo l’EBS, innovazione sociale la possibilità di creare un pianeta davvero connesso e digitale.

L’innovazione, insomma, non è una cosa sola. È una galassia di concetti, è espressione della vita. Non si può “scattarne la foto”, ma solo tracciarne mappe possibili.

“L’innovazione non è avanguardia – sostiene, infatti, Franco Bolelli – L’innovazione non è una nicchia. L’innovazione non è una specialità autoreferenziale. L’innovazione è una inevitabilità. È l’espressione espansiva di ogni organismo sano e vivo. L’innovazione è qualcosa di assolutamente naturale, in ogni campo, in ogni momento, in ogni esperienza della vita umana. In particolare oggi, in un momento di crisi e di disorientamento, quando c’è la tendenza ad arroccarsi nelle vecchie certezze, è proprio in questo momento che noi abbiamo bisogno di ancora più innovazione.”

I partiti l’avranno capito?


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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